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28.10.16

In Guerra Per Amore (2016)
di Pif

C’è una sorta di onestà rivelatrice, non è chiaro se volontaria o no, nella maniera in cui si apre In Guerra Per Amore. La voce fuoricampo e la scansione delle immagini, ma soprattutto la maniera in cui la prima illustra le seconde, dichiarano una messa in scena puramente televisiva applicata al mezzo filmico, una povertà di idee disarmante, che è quello che caratterizza Pif fino dal primo film. Replicare il linguaggio da lui affinato in tv all’interno di una storia di finzione, con un fine didattico e una copertura di buona e condivisa ideologia.

C’è ancora la mafia al centro di questo film, mostrata con un goffissimo atteggiamento ambivalente. La storia di un italoamericano che durante la seconda guerra mondiale parte volontario, facendosi spedire in Sicilia durante lo sbarco alleato, per trovare il vero padre della donna che vorrebbe sposare a New York e chiedergli la mano, è un viaggio nella mafia da macchietta, nei criminali da villaggio teneri e divertenti, negli sgherri che fanno da spalla comica. A lungo nel film si ha l’impressione che Pif scherzi con lo stereotipo del mafioso al cinema e non che racconti della mafia nella vita vera. Le due cose sono molto differenti, il gangster (italiano o no che sia) al cinema può essere sia un personaggio durissimo e spregevole che un’esilarante macchietta. Pif sceglie la seconda.
Almeno fino al finale in cui un colpo di coda, che vorrebbe essere di scena, svela un messaggio più elevato, un fine idilliaco e una morale cristallina.

Come sempre però in Pif i messaggi sono pontificati a parole con la voce fuoricampo, recitati come poemi, imposti come ragionamenti chiusi, in cui non c’è scampo per i dubbi e tutto è un fatto. La stessa modalità espressiva dei libri di testo delle medie.
Importa poco che quel che dica sia non solo giusto e condivisibile ma anche documentato, nessuno gli fa un torto di questo (ci mancherebbe!), quel che rende questo film insopportabile è la falsa morale di giocare per finta con qualcosa che solo nel finale si condanna per davvero, come dicesse: “Fino a qui abbiamo scherzato e ci siamo divertiti ma questa è una storia seria e drammatica”, maestro o un burattinaio che ci tiene a tirare la morale agli studentelli che gli fanno da pubblico, guardando il pubblico dall’alto verso il basso.

Se almeno tutto ciò fosse supportato da una storia di livello, da un intreccio sofisticato, da personaggi disegnati a dovere o un ritmo decente, sarebbe sopportabile. Invece In Guerra Per Amore scende sotto il già basso standard fissato da La Mafia Uccide Solo d’Estate, fa interpretare a Miriam Leone il più inutile dei personaggi femminili (motore immobile privo di personalità, tesoro da conquistare) e perde tempo in gag da avanspettacolo bramando l’arrivo del finale.
Benigni senza il suo umorismo e gli intrecci dei suoi film migliori. A Pif rimane un buonismo molto generico e per questo inevitabilmente fasullo, un favolismo fastidioso addosso ad un personaggio tenero ingenuo, che stride tantissimo con quel finale così serioso e di paradossale impegno civile.

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