A cosa serve un documentario se non a porre delle domande fondamentali tramite una storia che è realmente accaduta? A cosa serve se non a sollevare delle questioni che risultano tanto più concrete e difficile da risolvere quanto più la storia che le mette in scena non è un’invenzione?
Daughters of the Sexual Revolution: The Untold Story of the Dallas Cowboys Cheerleaders con il suo titolo chilometrico fa esattamente questo, mette in fila i fatti e gli eventi, li fa raccontare a chi li ha vissuti non temendo che ne esca una ricostruzione faziosa o di parte, anzi abbracciando le loro tesi per lasciare allo spettatore le molto difficili conclusioni, dopo una cavalcata esilarante, interessante, appassionante e sorprendente.
È la storia, nota in America ma abbastanza poco conosciuta da noi, di come siano nate le cheerleader, anzi di come negli anni ‘70 ad un certo punto siano passate da essere ragazze e ragazzi accollatissimi, in pantaloni e golf, a solo ragazze giovani, perfette e poco coperte (che per gli standard degli anni ‘70 americani equivaleva ad essere nude). Le hanno inventate i Dallas Cowboy, squadra di football presieduta da un uomo che ha intravisto nell’idea un bel potenziale economico e sono state indubbiamente lo sfruttamento del peggior tipo di sguardo maschile sul corpo della donna, quello che lo vuole oggetto per il proprio sollazzo che non ponga problemi ma intrattenga, che non pensi ma appaia, che esista per il suo piacere.
Eppure quel che accadde, come fu vissuto e cosa fu necessario fare per creare le cheerleader e mantenerle un’attività sicura è una storia di incredibile femminismo. Ciò che è ben poco femminista per una società, lo diventa per le singole in questa storia. In un paese in cui in tantissimi luoghi le ragazze giovani non erano padrone di sé, figuriamoci del loro corpo (figuriamoci se poi questo è perfetto, sexy e attraente!), essere cheerleader per i Dallas Cowboys era un modo per riprendere controllo di sé, liberarsi dai legami oscurantisti, essere indipendenti, sfuggire al controllo di fidanzati o padri e decidere autonomamente il proprio destino.
All’interno del film una valanga di aneddoti e il ruolo fondamentale di una donna, quella che le cheerleader le vestiva, educava, irreggimentava, gestiva e selezionava, mostrano l’ambivalenza del concetto di femminismo. Come un’istituzione che promuoveva e promuove un’immagine femminile sexy e innocente, pronta a soddisfare ma anche per bene, era al tempo stesso un’occasione di liberazione e di affermazione per donne che, all’epoca, altrove sarebbero state trattate con il maschilismo imperante negli anni ‘70 e invece lì erano protette e legittimate ad essere femminili, provocanti e anche svestite senza per questo subire conseguenze o dover temere minacce.
In questa vera storia e nelle sue protagoniste (è bellissimo il tono con il quale oggi rievocano quei fatti) Dana Adam Shapiro trova la grande dialettica del femminismo, la grande domanda che si è sempre posto: qual è la donna indipendente?
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