Non c’è bisogno di aver visto A Quiet Place per capire che Bird box non sfrutta davvero fino in fondo il suo presupposto. Qualcosa è arrivato, qualcosa che se viene visto spinge le persone a suicidarsi. Le città sono nel caos, la gente muore a grappoli trascinando altri con sé e solo pochi fortunati non hanno visto niente prima di capire che non devono più guardare nulla, se non al chiuso. Vivere bendati, fare tutto senza guardare, aspettare e capire se si ci sarà una vita normale un giorno. Il punto è il medesimo, ribaltato, del film di John Krasinski ma le implicazioni e le idee che Susanne Bier mette in scena e che Eric Heisserer ha scritto adattando il romanzo di Josh Malerman, non spaziano davvero in quell’universo di possibilità.
Seguiamo la storia secondo due linee temporali: una è quella dell’origine di tutto, il primo giorno in cui il mondo ha iniziato ad impazzire per via di questa sindrome; l’altra è 5 anni dopo la catastrofe, con una Terra decimata, la protagonista che non è più incinta ma bada a due bambini ed è intenzionata a scendere lungo un fiume in piena, ovviamente tutti bendati.
Saltando tra l’una e l’altra linea temporale cominciamo a capire che si tratta di un espediente per rendere più interessante una trama che in sé non lo è moltissimo e che si fonda sul nascondere cosa sia che faccia impazzire la gente. Proprio quel mistero infatti rende alcune scene di suspense efficaci.
Ad un certo punto si potrebbe pensare che negli anfratti di questo film si annidi un grande secondo livello di lettura che abbia a che vedere con il cinema. Nella storia di una minaccia che non va vista e quindi dell’atto del guardare come una pratica mortale, sembra esserci da un momento all’altro, pronta a balzare, una grande allegoria con il cinema e le arti visive. Non è chiaro se a Susanne Bier vada bene così, se abbia lasciato sufficiente spazio per chi ci volesse vedere qualcosa ma alla fine è evidente che Bird Box è molto meglio se preso come un film fine a se stesso con un solo ed unico livello di lettura: il primo.
E già così ha sufficienti problemi, prima di tutto la credibilità. Una volta accettato il presupposto fantastico tutto il mondo vissuto senza guardare non è curato né eccessivamente credibile. Come facciano queste persone a vivere sempre bendati non è ben spiegato, né mostrato, né del resto ha molto senso come facciano nelle colluttazioni o quando sparano a colpire gli avversari. Questo leva il terreno da sotto i piedi ai personaggi, che percepiamo meno audaci e coraggiosi di quel che fanno perché non capiamo la complessità, le tecniche e l’inventiva che quel che fanno richiede. Ma anche sorvolando questo dettaglio, la pervicacia con la quale Susanne Bier caratterizza i personaggi come le classiche figure del catastrofico (gli edonisti, gli spaventati, i violenti, i timidi, l’anziana, il giovane, la donna incinta e manca il religioso) non fa affatto bene a Bird Box.
Eppure, al netto di tutto ciò, va riconosciuto proprio a Susanne Bier di riuscire a fare di questo film pieno di problemi una cavalcata che si segue con piacere. Viene insomma da pensare che in mano ad un’altra persona sarebbe stato decisamente peggio, che la risibile durezza di Sandra Bullock e l’insistita voglia di creare mistero senza avere davvero in mano delle carte che diano soddisfazione una volta svelato, sarebbero state decisamente meno sostenibili con qualcun altro in cabina di regia.
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