I moschettieri che conosciamo, diversi anni dopo le avventure scritte da Dumas, devono tornare insieme, anche se avanti con gli anni, per aiutare la regina di Francia contro un malvagio cardinale. Le premesse sono d’avventura ma più che esserla davvero questo film di Giovanni Veronesi è una commedia di diversi decenni fa, antecedente agli anni ‘80 almeno, quando la commistione tra il genere e l’umorismo era immatura, quando non si facevano ancora film che fossero sia molto divertenti sia molto seri nell’approccio al genere.
Basterebbe l’uso della musica per svelare lo sbilancio tra velleità e possibilità. Uno score altisonante, tutto fiati e percussioni, accompagna buona parte del film ma è sempre fuori tono perché accoppiato ad un look povero, che punta al naturalismo invece di operare scelte visive che gli diano personalità. Moschettieri del Re ha la luce chiara delle commedie, una scarsa color correction e poca considerazione delle ombre, anche di notte. Inevitabilmente lo score finisce per essere sempre la musica sbagliata nei momenti sbagliati, perché accompagna con enfasi scene che di enfasi non ne hanno nessuna.
È il destino di questa parodia vecchio stampo: tutto è così fuori luogo che anche i pochi dettagli centrati e di gran livello finiscono per esserlo.
È il caso ad esempio di Alessandro Haber e del suo cardinale cattivo (davvero ben dosato e caratterizzato) e soprattutto di Pierfrancesco Favino, che sembra l’unico ad aver capito tutto di quel che il film dovrebbe essere.
Al tempo stesso il più divertente e il più avventuroso dei 4 protagonisti, inventa, crea, modifica e lavora con la propria arte per essere un D’Artagnan originale e unico. Mentre Sergio Rubini, Valerio Mastandrea e Rocco Papaleo scelgono di portare se stessi e i propri toni dentro quei personaggi, Favino va in un’altra direzione e interpreta qualcun altro. Non solo interpreta un’idea di commedia come non aveva mai fatto, originale e centrata, ma ha anche dei perfetti lampi di recitazione da film d’avventura vero in certe espressioni e sguardi. In questo disastro a lui alle volte basta un momento per creare un’atmosfera potenzialmente perfetta per un film di moschettieri. Ma nessuno li vuole cogliere o farci qualcosa.
Nel trionfo di sequenze d’azione ingiustificatamente ipermontate (e ovviamente non bene, cioè non per agevolare la comprensione ma, sembra, per ostacolarla) solo Favino trova una via propria alle movenze, alle idee e all’atteggiamento del proprio personaggio. A partire da una parlata inventata (da sé) da cui discendono anche una valanga di gag e un uso del ritmo impeccabile, riesce anche a dare un’imprevista dolcezza a D’Artagnan, una che non sta nella scrittura ma più che altro nei toni della recitazione. Ed è incredibile che tra quattro ottimi attori solo lui sembri lavorare per creare il senso di un ensemble, per scambiare uno sguardo complice durante un piano d’ascolto o per pronunciare una battuta con un sorrisetto incerto che aspetta la complicità degli altri. Certo ha il personaggio più compagnone di tutti ma è anche assurdo che si faccia in quattro da solo per essere il collante non tanto dei moschettieri ma proprio dei 4 attori in scena!
Ma troppi problemi ha questo film per essere eroicamente retto da un attore solo, troppo è impostato per essere una commedia tradizionale “in costume”, invece che un film d’epoca, troppo sembra sghignazzare all’idea di avere volti noti come Margherita Buy in costume settecentesco o altri poco vicini all’azione come Rocco Papaleo con una spada in mano, per convincere. Del resto anche la maniera criminale con cui è chiusa e risolta la storia testimonia che chi l’ha ideato e scritto sentiva il bisogno di una giustificazione morale e (cosa peggiore) politica per poter fare un film (in teoria) d’azione o avventura.
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