“Dove vai?” - “Ritorno al Futuro!” quando arriva questa battuta, molto preso nel film, cade ogni dubbio (se mai ce ne fossero potuti essere) riguardo il fatto che Non Ci Resta Che Il Crimine sia ispirato a Ritorno al Futuro, oltre che al classico dei viaggi nel tempo italiano Non Ci Resta Che Piangere (come conferma il titolo).
La cosa non stupisce visto che alla sceneggiatura c’è Nicola Guaglianone (insieme a Menotti, Andrea Bassi e lo stesso regista, Massimiliano Bruno) che del rimettere il cinema italiano al passo con i generi ha fatto una missione e che per farlo ama partire dagli anni ‘80, sia del cinema che della realtà. Partiva dagli anni ‘80 infatti lo zingaro di Lo Chiamavano Jeeg Robot ed affonda negli anni ‘80 questo viaggio indietro nel tempo di 30 anni (come Zemeckis insegna).
Un gruppo di amici che fanno le guide per i luoghi storici della banda della Magliana, vestiti in stile, si trovano quasi improvvisamente e inspiegabilmente negli anni ‘80 come accadeva a Troisi e Benigni (ci sarà tutta una spiegazione pseudo-scientifica che un po’ fa a cazzotti con il fatto che il passaggio è fatto attraverso un po’ di luce e una musichetta). Proprio lì, nei luoghi della Banda della Magliana, a contatto con i veri gangster, cercheranno come Biff Tannen di far soldi con le scommesse (ci sono i mondiali dell’82) e grazie a quello che sanno riguardo gli eventi della banda. L’impresa però sarà più che altro cercare di rimanere vivi e tornare a casa.
Oltre a questo i tre amici avranno anche dei problemi personali da risolvere e delle avventure individuali lì, negli anni ‘80, tra canzoni moderne spacciate nel passato e ipotesi di realizzare invenzioni future impossibili tipo il tablet (di nuovo in omaggio a Troisi e Benigni).
Questa è la base da cui Non Ci Resta Che Il Crimine lotta per non diventare un film d’avventura. E lotta con tutte le sue forze. A leggere gli eventi infatti, a guardarne la scansione e a sentire un po’ dei dialoghi sembra di capire che sulla carta il film avesse un certo potenziale drammatico e avventuroso, addirittura (cosa stranissima per il cinema di commedia italiano) che non avesse paura di eventi duri, traumatici e clamorosi. Tuttavia Non Ci Resta Che Il Crimine nella pratica fa di tutto per attenuare questa componente. Se la sceneggiatura parla di intrecci, tensione, scoperta e un po’ d’azione, il film li mitiga con inquadrature poco curate e luce chiara da commedia, se la sceneggiatura parla di morti ammazzati, il film mitiga lasciando l’omicidio fuori campo o senza dargli importanza. Se infine la sceneggiatura parla di rincorse e clamorose svolte, il film non riesce a dargli il carattere per l’appunto clamoroso e a sorpresa che dovrebbero avere.
Troppo spesso Massimiliano Bruno fa in modo che le svolte risultino meccaniche e i personaggi interrompano il flusso degli eventi per dedicarsi qualcosa di ordinario che tuttavia è così messo molto in evidenza, di fatto annunciando l’importanza di un gesto che altrimenti sarebbe stato di poco conto. Il risultato finale di ogni scena sembra sempre essere la gag, e il tono cercato solo quello della commedia là dove, a volerlo, si poteva di certo osare contaminarla molto di più.
E la parte di commedia in sé è indubbiamente ben portata, Gassman, Tognazzi e Giallini funzionano molto come trio, come amici e come tempi comici (finalmente Alessandro Gassman cambia tipologia di personaggio!). È tutta la parte avventurosa a non avere credibilità visto che questo film non ha intenzione di essere anche serio con la sua trama. Ed è un peccato perché, contro ogni previsione e ogni prassi del casting, Edoardo Leo in un ruolo cattivo e duro funziona molto bene e addirittura la chiusa che lancia inequivocabilmente un sequel non è per niente male! Insomma poteva essere una scoperta vera e invece è la solita commedia.
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