Fabio De Luigi è il Ben Stiller di Alessandro Genovesi. Ma non il Ben Stiller demenziale e a tratti surreale di Tutti Pazzi Per Mary, ovvero quello smaccatamente comico che vive di trovate assurde e di una furia dinamica irresistibile, ma quello di Ti Presento I Miei, quello della commedia, più lieve e in un certo senso realistico. De Luigi è l’uomo che subisce, ha un umorismo fondato sul subire, essere vessato, sentirsi inadeguato, mentire, nascondersi e arrabattarsi davanti a qualcuno che non lo stima. Lo è sempre ma in particolare con Genovesi che tra La Peggior Settimana Della Mia Vita e Il Peggior Natale Della Mia Vita (davvero molto simili per concezione a Ti Presento I Miei) ha canonizzato l’archetipo.
In 10 Giorni Senza Mamma non sono i suoceri a disprezzarlo e vessarlo ma i figli e questo cambia tutto.
De Luigi è un marito incapace e molto concentrato sul lavoro in una famiglia con tre figli, la più grande dei quali ha 13 anni, la più piccola sta imparando a parlare. Di loro si occupa la madre che ha smesso di lavorare apposta e ora ha deciso di farsi di 10 giorni di vacanza. Toccherà a lui, con grande scorno dei tre, coniugare lavoro e famiglia in modi disastrosi. La scelta è infatti quella del tono cartoonesco, accadono cose inaccettabili nella vita reale, eppure l’umorismo non è mai platealmente comico, non c’è l’esagerazione vera o la goduria della gag fisica, ma sempre e solo umorismo verbale da sorriso.
Ogni scena e ogni interazione si basa sulla domanda “Come ne uscirà stavolta?” ma la risoluzione è sempre meno divertente. De Luigi non regge un film intero in questo modo, cioè non è in grado di ripetere il suo personaggio e declinare la sua inadeguatezza con sufficiente varietà e ritmo da non annoiare, e il film sembra davvero non vivere di altro (sprazzi di luce entrano quando Niccolò Senni regala perle di recitazione da commedia italiana anni ‘60). C’è un limite a quel che si può subire in una commedia, uno che evita di sconfinare nell’opposizione ai personaggi e 10 Giorni Senza Mamma lo supera quasi subito.
In più quest’umorismo dell’inadeguatezza funziona al crescere dell’identificazione, ma è difficile identificarsi con qualcuno che subisce da bambini assurdamente indisciplinati, riottosi e scortesi, che da loro si fa mettere sotto incomprensibilmente fino a perdere il lavoro. Questo film è l’opposto logico di Mamma o Papà, la dove quello funzionava perché i bastardi erano gli adulti, questo non funziona perché l’adulto si fa maltrattare da chi dovrebbe comandare.
A margine vale la pena notare (ma più per fini statici che altro) il piccolo campionario di ordinari luddismi italiani che posizionano il film fuori dal mondo in cui viviamo: dal luogo di lavoro grottesco nella sua modernità, con a capo un noto attore di commedia (Antonio Catania), all’attacco al “nuovismo” portato da un comprimario (“siamo ossessionati dal giovane, dalla novità e dall’ultimo modello che non importa se sia meglio o peggio basta sia nuovo”) quando in realtà viviamo in un paese che pratica l’esatto opposto (lo fa notare la figlia ma il film non sembra pensarla come lei), fino ai videogiochi inventati (ma perché non si citano mai quelli veri più noti come avviene negli altri paesi?) e alle tecnologie impossibili (un visore di realtà virtuale da 4 soldi dalle proprietà magiche e ovviamente spaventose). Ma è ordinaria amministrazione per un film italiano: la modernità come eterna fonte di ironia e ridicolo.
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