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7.1.10

Design da fantascienza: la lampada abbronzante

Tutto il senso di un film come Il mondo dei replicanti sta nei replicanti in questione (che il film chiama surrogati ma che la traduzione italiana fa diventare dickianamente "replicanti"), ovvero i corpi robotici che popolano il film. Essi devono essere meno umani degli umani e più perfetti, devono essere digitali quando il corpo umano è analogico per comunicare ansia distopica al pari di familiarità tecnologica.

Il punto è che la fantascienza al cinema ha senso nella misura in cui riesce a trovare una dimensione primariamente estetica in grado di parlare di futuro, suggerendo con immagini, oggetti, luoghi o suggestioni visive ciò che non c'è ma potrebbe arrivare. Grande importanza ha quindi da sempre il design degli ambienti e degli oggetti. Già Matrix metteva in scena il trasferimento della coscienza umana ad un'altra entità attraverso la quale compiere cose altrimenti impossibili posizionando il personaggio su una sedia da dentista e "loggandolo" ad un'immaginaria rete che fa da connettore tra il sè interiore e quello fittizio grazie ad un grosso cavo infilato nella nuca (come già si faceva con più brutale carnalità in eXistenZ). In quel caso il design era volutamente spartano per suggerire la precarietà anche tecnologica di un mondo allo sfascio nel quale non c'è spazio per un concezione industriale degli oggetti e quindi non esiste il design ma solo la rielaborazione di oggetti già esistenti (la sedia simile a quella del dentista). Il mondo dei replicanti messo in scena da Jonathan Mostow però parlando di un tempo in cui il trasferimento di coscienza è fatto a livello industriale, attraverso prodotti comprati e venduti, utilizza un lettino da analista e un dispositivo simile ad una lampada abbronzante per dare l'illusione dello spostamento di coscienza senza elaborare nulla di nuovo in termini di immagine. E tra qualche settimana anche Avatar replicherà il modulo "lampada abbronzante" per mettere in scena un'altra tipologia di trasferimento della coscienza verso un corpo estraneo.

Un cunicolo in cui inserire la testa, occhialini da apporre sugli occhi e infine lucine che illuminano il viso suggerendo l'attivazione del dispositivo corrispondono ad un immaginario che è tutto fuorchè nuovo e che rimanda a tecnologie poco innovative e per nulla suggestive. Aveva ragione Matteo Garrone nel girare la scena d'apertura di Gomorra in quel centro abbronzante nel quale sembra di essere in un film di fantascienza.

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