31.8.12

Stories We Tell (id., 2012)
di Sarah Polley

Share |
2 commenti

GIORNATE DEGLI AUTORI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

Sarah Polley, attrice e regista canadese, decide di girare un documentario sulla storia di sua madre, che è la storia della sua famiglia e in ultima analisi è la storia della sua clamorosa scoperta, fatta pochi anni fa, di non essere figlia del padre che credeva. Per farlo raduna tutti i parenti, gli amici dei genitori e chiunque sia ancora in vita e abbia conosciuto le parti in causa per girare il più classico dei documentari che alternano interviste a materiale di repertorio.

Si tratta, viene detto nel film stesso, di un tentativo di riflettere sulla maniera in cui trattiamo e raccontiamo le storie che ci riguardano da vicinissimo o anche solo da vicino, sull'impossibilità di arrivare ad una verità unica e sul mistero della scoperta del passato, tutto filtrato dal gusto dolceamaro che hanno le storie familiari raccontate con passione dai protagonisti stessi, a metà tra nostalgia e culto delle proprie origini.
Sarah Polley quindi non cerca minimamente di smarcare il sentimentalismo, anzi lo abbraccia come componente necessaria in un documentario familiare. Indugia sulle lacrime degli intervistate e ride con il pubblico delle loro incertezze montandole con effetto comico. Si mette in prima persona in causa e va a cercarsi le contraddizioni nelle varie versioni dei fatti. Il risultato è un affascinante viaggio (forse un po' lungo verso la fine) in una storia privata che nel suo snodarsi ed essere raccontata somiglia a qualsiasi altra storia privata e dunque può toccare chiunque.

Ora, chi sia fermamente intenzionato a vedere tutto il documentario in maniera più o meno "vergine", farebbe bene a smettere di leggere a questo punto.
Stories We Tell infatti ha un cambio verso la fine, proprio quando si comincia a riflettere esplicitamente sulla ricerca della verità nello stesso documentario che si sta realizzando. Si scopre visivamente che molte delle immagini di repertorio che abbiamo visto sono fasulle, che spesso le versioni "giovani" dei protagonisti sono attori ben truccati e che l'effetto Super8 è raggiunto artificialmente. La Polley insomma dichiara la falsità di parte del materiale che il pubblico aveva preso per vero, sparigliando ancora di più le carte in gioco per dimostrare ciò che chi ama il documentario già sa, ovvero che al cinema non si può mai riprendere la realtà ma solo darne un'interpretazione soggettiva attraverso la messa in scena di una falsità. In questo modo l'idea è di gettare un velo di incertezza sulla trama ricostruita e di affermare il fascino di tutto ciò abbracciandone l'essenza.

Gli equilibristi (2012)
di Ivano De Matteo

Share |
0 commenti

ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

Non sono nè l'inteno di descrivere pornograficamente la rapida discesa nella povertà di un uomo qualsiasi da 1200€ al mese e una famiglia con due figli, nè la volontà di farlo ricalcando la piantina di Umberto D. nel contrasto tra cedimento alle necessità e mantenimento di una dignità umana, a rendere Gli equilibristi un film sostanzialmente disonesto e ruffiano, quanto il fatto di averlo fatto per portare acqua ad una tesi e non illustrare una situazione per rifletterci sopra.

In Gli equilibristi è messo in scena un mondo, il nostro di oggi, in cui la dignità che pare conquistata può essere messa a repentaglio in ogni momento dal minimo scombussolamento economico. Nel caso specifico un divorzio e l'esigenza di mantenere se stesso e un'altra famiglia.
Per fare tutto ciò senza pietismi il protagonista rivede sempre di più i propri standard di vita e accetta compromessi che in poco lo trasformano in un barbone (e il look con barba folta di Valerio Mastandrea in questo senso funziona).

Eppure, nel film scritto e diretto da Ivano De Matteo, c'è più amore per la tragicità che per il racconto o i personaggi. Cioè c'è più attaccamento ad una necessaria discesa nella disperazione che dimostri e mostri la realtà più truce dei nostri giorni che vera complessità. Non che il microuniverso di disperazione messo in scena da film non esista o non vada raccontato (anzi!) ma lo sguardo del regista è quello del bieco carceriere (senza la raffinatezza intellettuale di un Haneke) e mai quello del narratore onesto.
Traghettati dalla straordinaria maschera drammatica di Valerio Mastandrea (capace come sempre di rischiarare il racconto con lampi di malinconica comicità) si va sempre più in basso come spinti da una mano invisibile e non trascinati da una drammaturgia convincente. Tutto è tragico perchè dev'essere così e più è tragico più sarà utile alla causa. Per questo poi il risultato è un film disonesto che nel finale esageratamente e ridicolmente pietistico svela la sua falsità.

Superstar (id., 2012)
di Xavier Giannoli

Share |
0 commenti

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

Se era stato massacrato di critiche (e davvero non erano poche) l'episodio benignano di To Rome With Love, cosa dovremmo fare a Superstar, che su quell'idea e senza l'umiltà di Allen costruisce un intero film?
Il film di Xavier Giannoli racconta di un uomo normalissimo, quasi medio, di certo banale, che d'improvviso e senza nessuna ragione diventa famoso, ovvero di colpo le persone cominciano a fotografarlo e chiedergli autografi. Per questo motivo i media lo desiderano (per il suo essere diventato famoso senza ragione) alimentando il circolo vizioso e, come spesso accade, il fenomeno mediatico da ovazione in breve diventa disprezzo, e termina nell'oblio. In questa parabola nella quale perderà piano piano tutto, si agita un protagonista che nulla sa e nulla capisce, che non vuole trarre vantaggio dalla situazione e che si muove con ingenuità con il solo scopo di capire il perchè di tanto interesse verso di lui.

Sebbene Superstar stia molto attento a raccontare anche una poco convenzionale storia d'amore e di integrità umana sfruttando la coprotagonista, inevitabilmente il centro del film rimane l'ossessione mediatica e la descrizione di uno scenario (prevalentemente mosso da internet ma poi cavalcato dagli altri media) in cui la celebrità è il motore immobile di tutto, il desiderio d'ognuno e l'inspiegabile manna di questi anni.
Non che non abbia un fondo di realtà, ma la riflessione sui media di Giannoli è degna di un tema delle medie, non di un film. Descrive l'esistente con una punta di grottesco che sa di reale ma in realtà mette in scena le convinzioni di un gruppo ristretto (quello degli operatori stessi dei media) su se stessi e il degrado della propria professione. Mette in scena i dispositivi di veicolazione delle informazioni (anche i più paradossali) di internet ma ne ignora totalmente funzionamento e, quant'è peggio, funzione.

Senza la minima obiettività o volontà di approfondire la questione mostrando diverse campane, idee e contraddizioni, Giannoli conferma quello che la maggioranza pensa, fornendo un alibi (pseudo)intellettuale a chi non ha intenzione di mettere alla prova le proprie convinzioni. Un film a tesi della peggior specie insomma, tanto peggiore quanto è girato con abilità, una certa fluidità e più d'una trovata comica divertente. Distribuendo colpe e ragioni, innocenze e colpevolezze Superstar non critica nulla in realtà, ratifica un colpevole stereotipico e non illustra nulla dello scenario attuale ma ne mette in mostra solo l'arrogante presunzione di sapere anche se nulla si conosce.

30.8.12

Tai Chi 0 (id., 2012)
di Stephen Fung

Share |
0 commenti

FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

Prodotto da Jackie Chan negli anni scorsi e per questo film sovvenzionato da Jet Li, Stephen Fung, attore passato alla regia da meno di dieci anni, è uno dei ponti più popolari della Cina tra parodia e commedia. Tai Chi 0 fa insomma quel lavoro che in occidente ha la sua punta di diamante (negli ultimi anni) nei film di Edgar Wright: prendere in giro un genere attraverso una dichiarazione d'amore, ottemperando quindi a tutte le sue regole invece di soverchiarle.

Tai Chi 0 inizia come un wuxiapan e tramite un esilarante flashback, girato come un film d'epoca, diventa con un gongfu movie. Racconta di un fenomeno da baraccone che per sopravvivere decide di imparare il Tai Chi, che sotto la paradossale forma di arte marziale è insegnato solo in un villaggio. A questo punto il film cambia di nuovo e si contamina di un impossibile vena steampunk con una serie di personaggi provenienti dall'occidente in perfetta "divisa" steampunk (quel misto di giacchette settecentesche, camicie con sbuffi e stivali ottocenteschi).
A questo vanno unite sovrimpressioni da videogame, cartelli esilaranti e una presentazione degli attori fatta di volta di volta quando entrano in scena che accanto al nome offre anche un indizio sulla carriera (Andy Lau "regista di Infernal Affairs" ma anche altri presentati come "star di gongfu movies degli anni '70", "aveva una parte in C'era una volta in Cina", "giovane promessa delle arti marziali", "attrice che lavora in occidente" e via dicendo).

E' insomma il massimo dell'autoironia metacinematografica e del non prendersi sul serio, anche se, dal punto di vista dell'azione non scherza affatto. L'action director è Sammo Hung e si vede. Con un protagonista campione di arti marziali del 2008 e rivali del calibro del capo degli stuntman di Jackie Chan (indovinate come lo so?) c'è sia inventiva che tecnica.
Purtroppo il divertimento non regge sempre il passo della prima parte e nella seconda, la necessità di stendere una trama che consenta di arrivare anche al prossimo Tai Chi (parte seconda) appesantisce il film e lo priva di quella libertà di spaccare qualsiasi convenzione di racconto che era il propulsore più interessante del film.

Tradimento (Betrayal, 2012)
di Kirill Serebrennikov

Share |
0 commenti

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

La storia si racconta in un pugno di parole: una donna e un uomo scoprono che i rispettivi mariti e moglie hanno una storia clandestina, decidono di approfondire, prendono decisioni estreme e anni dopo, quando si incontrano di nuovo casualmente, devono fare i conti con tutto ciò. Eppure nè la girandola di tradimenti (chi ha ragione, chi tradisce davvero chi, chi ha il diritto di puntare il dito su chi) nè le metafore sbandierate dal regista stesso (per le quali una delle protagoniste incarnerebbe la morte stessa) possono distogliere lo spettatore dall'incredibile sguardo che Serebrennikov posa su questa vicenda.

Determinato a cercare sempre l'inquadratura e il punto di vista meno usuale sulla scena in corso e spinto al racconto da una più generale idea di riprendere i personaggi da vicinissimo, inquadrarne le pelli e cercare là il segreto o i meandri dell'attrazione che scatena il tradimento e distrugge le vite, con Betrayal Serebrennikov riesce a mettere in scena un racconto che stupisce decisamente più per come è guardato che per cosa racconta.

Il rapporto con gli ambienti, l'irriducibile determinazione nell'immaginare un mondo in cui il grottesco spunta all'improvviso e non esiste una possibile morale (vedi i meravigliosi sorrisi degli amanti defunti) e la capacità di fare tutto questo sempre anteponendo una visione originale e mai banale degli ambienti in cui i personaggi si muovono, è davvero liberatoria.
Certo Serebrennikov vuole fare l'autore e lo sbandiera, porta un personaggio in mezzo ad un bosco, lo fa spogliare e cambiare con dei vestiti che trova lì per poi uscire da questo bosco (in pianosequenza) per rappresentare il passaggio di diversi anni, mette in scena un'irreale bufera in mezzo alla strada proprio nel momento più drammatico, eppure l'impressione alla fine è che sia impossibile rimanere indifferenti di fronte ad una capacità tale di parlare di istinti primordiali attraverso le immagini.

Enzo Avitabile Music Life (id., 2012)
di Jonathan Demme

Share |
0 commenti

FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

Chissà se Jonathan Demme, che al documentario musicale si è dedicato più volte, ha visto Passione di John Turturro (passato qui alla mostra di Venezia un anno esatto fa) prima di pensare e realizzare un documentario su Enzo Avitabile, figura sfuggente della musica folk mondiale, che partendo dalla musica che gli appartiene metodicamente l'ha contaminata con le radici dei ritmi e delle armonie delle diverse parti del globo...
Sebbene del doc ironico e dinamico di Turturro questo Enzo Avitabile Music Life non abbia nulla, si riscontra la medesima fascinazione per quel sottobosco napoletano al di fuori di qualsiasi canone, la volontà di scovare la perla nell'orto, il cantante nel sobborgo, l'incredibile tra i panni stesi davanti ad una finestra. Soprattutto c'è il medesimo tentativo disperato di filmare le note e la profondità delle armonie scelte.

Di certo non è un film su Napoli in sè ma più un film affascinato dallo scenario, che tenta di continuo, per compiere quell'impresa assurda che è raccontare la musica, di incastrare il personaggio nel luogo che lo rappresenta.
Avitabile parla di sè, mostra i suoi spartiti, con incredibile ingenuità magnifica le possibilità di composizione attraverso il computer che ha scoperto solo di recente e nei momenti migliori si esibisce estemporaneamente. Ecco, in quei momenti, quando di colpo, passeggiando tra i palazzi in cui è cresciuto, imbraccia il sax e comincia a suonare mentre parla ed esplora i luoghi si capisce il senso del documentario. Al di là del folclore da straniero (che Demme non riesce ad evitare), al di là del presenzialismo dei napoletani, dell'autoglorificazione e della vanità ad un certo punto emerge la sincerità e soprattutto il senso della musica in questo film.

Per arrivare a questo un cineasta solitamente preciso come Demme non disdegna di mostrare i suoi operatori negli angoli delle inquadrature, nei riflessi degli specchi e nei controcampi, non disdegna insomma di sporcare il film mostrando i mezzi della sua stessa messa in scena, regista compreso.
Demme è spesso è inquadrato dall'operatore di supporto mentre manovra la videocamera principale (attenzione a quei momenti perchè quando si vede l'inquadratura che sta girando Demme è subito chiara la differenza tra un regista vero e un operatore), mentre corre per trovare l'angolo migliore e la cosa mescola con effetto straniante film e backstage, contenuto e racconto della sua realizzazione.

29.8.12

Shark 3D (Bait, 2012)
di Kimble Randall

Share |
0 commenti

FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

E dire che l'idea non era nemmeno male. Girare un film d'assedio classico in una location classica (il supermercato) ma lasciare che il macguffin fosse anche più ingombrante del genere stesso, cioè i reclusi sono tali perchè uno tsunami ha sfondato tutto e il supermercato è bloccato e allagato, in quell'acqua ci sono non uno ma due squali. Dunque un film di squali che è anche film d'assedio, di quelli in cui un microcosmo d'umanità ricrea in piccolo le interazioni del genere umano.
E se proprio vogliamo dirla tutta c'era anche un'altra idea interessante che era quella di trattare gli squali non alla maniera di Spielberg, cioè come hanno fatto tutti da Lo squalo in poi, ma alla maniera di Tremors, come mostri del sottosuolo da cui fuggire e non male da affrontare per la salvezza della comunità.

Ecco a fronte di tutte queste premesse Shark 3D è uno dei film peggio diretti, scritti e quindi raccontati di sempre. Serie Z nell'animo, nè per scelta nè per moda, incapace di appassionare o essere credibile ma, cosa ancor più grave per il genere, incapace di avere autoironia (giusto un pizzico di ironia nelle sequenze tra fidanzati). Gli unici momenti di metacinema divertito (il fucile a pompa sott'acqua) sono probabilmente involontari anch'essi e il solo pensiero che fossero girati seriamente mi fa venire i brividi.

La produzione è prevalentemente australiana e si ha la netta sensazione che dopo aver allagato non uno ma ben due set (supermercato e parcheggio) non ci fossero più nè soldi nè tempo nè (diciamocelo) volontà per una postproduzione degna di questo nome. Alla fine è il regno della falsità nel quale ci sguazza il 3D senza senso (manco l'acqua ha una profondità degna di questo nome!).
Solitamente in questi casi si ride del film, almeno. Qui la bontà degli spunti e il modo in cui vengono gettati al vento per incapacità genera solo rabbia e fastidio.

The reluctant fondamentalist (id., 2012)
di Mira Nair

Share |
0 commenti

FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

Se c'è una cosa intollerabile nei film di Mira Nair è il contrasto tra le asperità e la durezza delle sue storie (che quasi sempre girano intorno a conflitti sentimentali apparentemente irrisolvibili) e la realtà dei film che ne risultano, quasi sempre privi di spigoli, smussati in ogni loro parte e programmaticamente annacquati proprio là dove dovrebbero essere densi.
The reluctant fondamentalist non fa eccezione e la sua natura di thriller con un colpo di scena alla fine (risate in sala), lo rende ancor meno tollerabile del solito.

La questione centrale del film girerebbe intorno al controcampo della reazione americana all'11 Settembre, ovvero la vita di chi arrivato in America dal medioriente (Pakistan nel caso specifico) si trova a far fronte dalla mattina alla sera contro pregiudizi, abusi, violenze psicologiche e incertezza sociale pur non avendo fatto niente. Non solo i propri amici, le forze dell'ordine, i passanti ma anche le parti più sentimentali di una vita crollano a causa di pregiudizi e paure. Il risultato potrebbe essere una profezia autoavvenrantesi, ovvero l'amante degli Stati Uniti che diventa suo nemico in patria come anche no, il dubbio è instillato dall'inizio. 
La struttura del film è tutta a flashback, con il protagonista a raccontare la sua storia ad un giornalista/spia, in una situazione di alta tensione (altre risate).

Dunque ben prima di un finale non solo deludente ma anche grassamente ridicolo The reluctant fondamentalist sceglie la via facile del già noto e metabolizzato, trattando una storia nella maniera più convenzionale, ottemperando a tutte le regole del genere cui appartiene (dimostrando di non saperle interpretare creativamente ma solo ricalcare da modelli abusati) e optando sempre per la soluzione più prevedibile. Eppure, se almeno i film precedenti di Mira Nair (come The Namesake), avevano la capacità di raccontare in maniera fluida, con un'indubbia abilità nello srotolare la sceneggiatura in immagini, in questo caso la struttura che vorrebbe essere da thriller spionistico contaminato da meò rende il racconto un'unica grande sabbia mobile. Una sabbia mobile da due ore.

28.8.12

Eva (id., 2011)
di Kike Maillo

Share |
1 commenti

PUBBLICATO SU 
Il cinema di genere spagnolo degli ultimi anni sta conoscendo una fase di espansione così potente da arrivare a toccare anche generi prima sconosciuti come la fantascienza introspettiva, ma è così vessato da una vena horror particolarmente prolifica che questa sembra contaminare tutto. Così anche Eva, dramma a sfondo intelligenza artificiale, si apre con una sequenza che sembra suggerire l'orrore e non disdegna riprese dall'elicottero su immensi campi innevati che ricordano le fobie migliori.

In realtà poi l'opera di Kike Maillo, tradisce quasi subito queste promesse, ha uno statuto autonomo forte e nel resto della sua durata non flirta con l'horror come all'inizio ma racconta di un futuro che sembra prossimo per come mette in scena automobili, abbigliamento e costumi eppure è evidentemente remoto per la presenza massiccia di automi nella vita di tutti i giorni. I robot utilizzati quasi da tutti sono assistenti con scarsissima intelligenza, ottimi esecutori di ordini e, nei casi più avanzati, bravi imitatori di emozioni. Il protagonista è uno dei più brillanti scienziati che lavorano nel campo della generazione di robot con sentimenti, il cui obiettivo è studiare una bambina da utilizzare come modello per una nuova intelligenza artificiale emotiva.

Se solo Maillo non fosse così attaccato a trovate carine ma sostanzialmente futili, come la visualizzazione ad ologramma delle emozioni umane interpretate dal computer, e non indugiasse eccessivamente nel rapporto tra lo scienzaito e la bambina (interpretata da Claudia Vega, straordinariamente simile per fisionomia e atteggiamento alle sorelle Fanning, ormai modello della miglior recitazione infantile), forse Eva avrebbe avuto il tempo di applicare le sue buone idee visive (il film è tutto ambientato in una cittadina innevata e in esterni ovattati) ad un dilemma più alto di quello meramente pinocchiesco.
Quando verso la metà del film le carte principali sono ormai tutte sul tavolo ed è ora di giocare la partita facendole interagire Eva sembra perdersi appresso agli elementi meno interessanti e il suo mettere in scena tutto ciò con abilità, rende ancora più scottante la sensazione di aver perso una buona occasione per un film di fantascienza europeo di valore.

27.8.12

La Faida (The forgiveness of blood, 2011)
di Joshua Marston

Share |
0 commenti

Storia di faide in Albania, luogo in cui la pratica è istituzionalizzata, esistono regole scritte, un testo di riferimento, scappatoie ufficiali e procedure alle quali attenersi. Questo ovviamente non limita lo spargimento di sangue. Anzi.
E ad una generazione anziana, molto attaccata alle regole della faida e al suo rispetto per non essere tacciati di codardia o mancato rispetto, come sempre corrisponde una generazione più giovane insofferente del modo in cui queste regole impediscono lo scorrere abituale della vita e obbligano ad una reclusione forzata con occasionali spari di fucile in casa.
La guerra in versione ridotta, limitata a pochi individui ben identificati da due famiglie e originata da un omicidio a lungo covato dal rancore.

Questa guerra privata per Marston è materia da trattare con gli stilemi del cinema autoriale europeo recente, ovvero con pochissima personalità ma con un'idea di cinema che subito dia il senso dell'austerità del racconto, insomma materia da macchina da presa mobilissima che segue di spalle i protagonisti e che è affezionata più che altro ad uno di essi, il più irrequieto e dunque il più interessante.
Eppure il film non riesce mai ad essere interessante come lui.
La faida, vuole raccontare l'insopportabile vincolo di repressione e rabbia, impotenza e assurdità che una tradizione castrante impone sugli individui, l'assenza di uno stato che possa sanare simili controversie in maniera civile (i poliziotti sono ovviamente corrotti e schierati nella faida) e il divincolarsi di un singolo. Tuttavia non riesce mai a giungere a quell'anelito di libertà cui vorrebbe arrivare, non riesce mai a dare carne a quei corpi che si muovono nei paesaggi sempre nuvoli, nelle case pulite i cui muri vengono scontornati con il coltello in una scena così esplicitamente metaforica da sembrare un film italiano.

Purtroppo nei paesaggi desolati, nelle piccole sopraffazioni quotidiane subite dalla figlia costretta a vendere il pane con il carretto e anche nei pestaggi non si respira mai quell'aria di insostenibile ingiustizia che si intuisce essere uno degli obiettivi del film. La faida è la cronaca poco interessante di una guerra familiare, che sembra sempre promettere guizzi che la mancanza di personalità impedisce di far giungere, e che una volta finita lascia ben poche immagini in testa.

21.8.12

Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012)
di Christopher Nolan

Share |
12 commenti

PUBBLICATO SU 
Il cavaliere oscuro il ritorno è un film idealista e chi mal sopporta l’esposizione di un idealismo di ferro avrà dei problemi. La buona notizia però è che nonostante tanta aspirazione verso il buono, il buonismo è sempre scartato e il raggiungimento dell'ideale finale è un’impresa costellata di fallimenti, soprattutto da parte del protagonista.
Tutti i film che hanno attinto all’universo degli eroi da fumetto sono dotati di una morale, è un tratto intrinseco al mezzo di partenza. Nessuno però ha mai avuto la militanza e la tenacia del Batman di Christopher Nolan nel cercare di applicarla. Solitamente la morale è più che altro una buona intenzione, un velo che giustifica le azioni dei personaggi così che li possiamo identificare come “buoni”. Qui è il centro di tutto: sforzarsi di essere apertamente migliore perchè, in tempi di crisi, gli altri si sentano spinti ad essere migliori anch’essi e così si possa cambiare davvero qualcosa.
Quando ci sembra che Nolan abbia fatto film talmente seri che la presenza di persone mascherate quasi stona, è perchè questa saga di Batman è solo fintamente su un uomo che si maschera da pipistrello per elaborare il lutto dei propri genitori. In realtà si parla di cosa ci voglia perchè la gente superi quella paura che la rende meschina verso il prossimo e la risposta (come spesso accade nel cinema) è “il mito”, che nell’universo del film è la figura dell’eroe con la maschera, mentre nel mondo reale è la costruzione mitologica del cinema, cioè il film stesso che, raccontando di un eroe, cerca di ispirare chi ascolta.

Basterebbe questo, a prescindere dalla riuscita dei film, a rendere la trilogia e in particolar modo quest’ultimo film, un esperimento cinematografico tra i più ambiziosi e interessanti. Non certo il capolavoro che molti sbandierano, ma film giustamente ambiziosi e minuziosamente curati. A tutto l'impianto infatti Nolan aggiunge la sua tipica stratificazione narrativa e le diverse linee di racconto trattate contemporaneamente, con una complessità maggiore rispetto al passato che si sente essere figlia del successo di Inception.
Sono molte di più le trame gestite in parallelo (sia nel presente che nei flashback) e la loro alternanza è molto più rapida. In questo modo Nolan riesce a realizzare tanti film diversi dentro ogni capitolo della saga di Batman, così che ognuno trovi qualcosa di proprio gradimento. Oltre alla lotta idealistica, c’è il principio di imitazione per il quale ogni personaggio è tale poichè ispirato in maniera deviante da Batman, c’è il tema dell’umanità che si cela dietro ai simboli, l’esigenza o meno di insabbiare la realtà perchè si creda alla leggenda, la paura come condizione tarpante e movente principale dell’animo umano, una morale politica facile facile sull’abuso dell’idea di rivoluzione dal basso, l’imposizione necessaria dell’ordine e infine i traumi passati che condizionano la vita di tutti.
I film non esistono nel vuoto ma calati nella realtà da cui il pubblico si estranea per due ore e passa e, sebbene difficilmente Goyer e Nolan abbiano voluto parlare di crisi economica, lo stesso il risultato del loro lavoro si collega facilmente alla necessità di mantenere una rotta morale in un tempo in cui tutto il sistema che regge la società sembra sul punto di crollare.

La sorpresa vera però è ciò che stavolta impedisce alla creatura di Christopher Nolan di cedere sul lato della credibilità sentimentale. Anne Hathaway, che ormai ha un diploma in cinema sentimentale, è il corpo attoriale che mancava. Con un'espressività naturalmente sofferente riesce con pochi tratti a comunicare l’infinita tristezza delle scelte del protagonista. Goyer la costruisce benissimo, non la chiama mai Catwoman, gioca con la simbologia felina (gli occhiali quando non indossati sembrano orecchie da gatto) e la utilizza per ridefinire Batman. Prima ne espone la debolezza di 8 anni di inattività, mentre in seguito diventa lo specchio di quell'immensa tenerezza che dovrebbe appartenere anche a Bruce Wayne ma che Bale non è mai riuscito a trasmettere realmente. Fa lei tutto il lavoro e lo fa bene.
Di fronte a questo un pessimo doppiaggio italiano di Bane (Filippo Timi, ma chi ha pensato potesse essere una buona idea??), una serie impressionante e per questo voluta di buchi nel finale del film passano in secondo piano. Perchè ad un film che racconta dell'esigenza e della supremazia del mito sulla realtà non puoi chiedere di essere realistico piuttosto che mitico.

13.8.12

Ted (id., 2012)
di Seth McFarlane

Share |
4 commenti

C'erano diversi motivi per temere l'esordio nel cinema dal vero di Seth McFarlane, in primis il fatto che tre serie d'animazione diverse hanno dimostrato come il suo umorismo sia molto netto e riconoscibile, fondato su alcuni paradossi e dinamiche ben determinate, difficilmente traducibili in un film con una trama. 
Nulla di più sbagliato. Ted è un film vero con un impianto solido, un'idea molto forte dietro e una serie di trovate comiche che, pur attingendo al repertorio di McFarlane (aneddoti rievocati, continua citazione di celebrità, uso di special guest, una scazzottata lunga e paradossale), riescono sempre a risultare nuove e fresche.

La pietra angolare del film è l'orsacchiotto del titolo, il tipico non-umano carismatico che McFarlane usa per mettere in scena le parti più ipocrite della società e per guadagnarsi gag di sicuro successo. E Ted fa questo. L'idea di un orsacchiotto sboccato che fuma da un bong e va a puttane, benchè sia la più trita in assoluto è trattata da esperto della materia, perchè ogni volta l'umorismo non risiede sul contrasto tra peluche e parolacce, ma sul mondo con cui il peluche è costretto a relazionarsi e che, negli anni, l'ha reso così. Più che come si comporta, è come lo trattano a generare il riso, è l'interazione con il paesaggio che gli sta dietro e non, come per un qualsiasi comico, la sua mera esistenza.
Complice il fatto che il doppiaggio e il motion capture dell'orso sono stati fatti da McFarlane stesso, Ted è un personaggio estremamente complesso, che dietro una serie formidabile di one-line cela la grande metafora che il cinema degli adulti mai cresciuti degli anni 2000 ancora non aveva esplicitato, ovvero che tutto il bromance e il sentimentalismo virile che vediamo è un'incredibile coperta di Linus, un orsacchiotto proveniente dall'infanzia del quale non ci si vuole liberare.

Per arrivare a questa conclusione e per dargli sostanza e credibilità Ted procede con una struttura molto episodica, affiancando diverse scenette, unite dai diversi tentativi di emancipazione dall'amico del protagonista (Mark Wahlberg, pessima scelta di casting), e lo fa con una semplicità che sa quasi di presa in giro alle strutture classiche.
Una volta tanto quello che si candida ad essere uno dei film più divertenti della stagione è anche uno dei più svegli.

10.8.12

The Bourne Legacy (id., 2012)
di Tony Gilroy

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Prima da solo con The Bourne Identity, poi in coppia con Paul Greengrass (per i secondi due film) Tony Gilroy ha contribuito a cambiare tutto, trasformando un personaggio letterario in un personaggio filmico diverso dal solito, rifiutando diversi clichè del cinema, inventandone di nuovi e andando a cercare quale sia, nella modernità, lo spazio in cui si inserisce una figura fuori dal tempo come quella della spia. Contemporaneamente Greengrass prendeva questo materiale per dargli una nuova forma, tutta montaggio rapido e macchina a mano, così da ottemperare da una parte alle regole del cinema d'azione e dall'altra a quelle (recenti) del cinema di guerra.
Il risultato sono tre film in crescendo in cui guerra e spionaggio non sono poi tanto diversi, in cui l'agente segreto smette di essere un uomo di mondo (colui la cui personalità sa imporsi in qualsiasi contesto) e diventa un cosmopolita senza identità.

Finito il ciclo ufficiale di Jason Bourne ora ne inizia un altro in cui Tony Gilroy sta dietro la macchina da presa, scrive assieme ad un fratello e affida all'altro il montaggio. L'idea è di non allontanarsi da quanto conquistato con i film precedenti nonostante fotografia e montaggio non siano più affidati alle medesime persone. Così The Bourne Legacy ha il passo svelto, il montaggio rapido e la frenesia degli altri film pur non essendo nemmeno lontanamente inesorabile, preciso e chiaro come i film di Greengrass.
Ma quel che perde in forma lo guadagna in scrittura.
Il nuovo agente segreto al centro della storia ha poco a che vedere con Jason Bourne, a partire dalla trovata della memoria persa. Siamo più dalle parti dell'ingegneria comportamentale, programmi in cui gli agenti sono continuamente drogati per aumentarne le prestazioni e indirizzarne il comportamento. Come sempre il programma ad un certo punto va chiuso in fretta e furia, sbarazzandosi sommariamente di tutti gli agenti, uno di questi però capisce tutto e sfugge alla morte. Da qui si parte e se Jason Bourne cercava di capire chi fosse il nuovo agente segreto dai mille nomi cerca di mantenere l'identità che ha conquistato.

Gli amanti della serie noteranno qualche concessione in più alle iperboli d'azione rispetto al solito e una minore attinenza alla plausibilità, ma è anche indubbio che le motivazioni che spingono l'agente di Jeremy Renner siano molto più solide ed empatiche che in precedenza. Gli si crede di più, ci si identifica un po' di più anche perchè con un movimento semplice semplice (tutto il film è la classica fuga per la sopravvivenza da un governo che sa tutto e vede tutto), c'è più spazio di manovra per personaggi credibili. 
Messi da parte i grandi intrighi, la nuova serie di Bourne (senza Bourne) ha più a che vedere con un disperato sforzo di sopravvivenza, una lotta contro l'oblio e la conquista di una vita migliore. In sostanza si allontana molto dallo spionaggio sia formalmente che contenutisticamente. Infatti le molte corse per sfuggire ai mille occhi della situation room dalla quale Edward Norton suona le trombe della caccia, sono le stesse che Tony Gilroy corre per sfuggire allo spionaggio puro o all'intrigo governativo. Il regista/sceneggiatore, al pari del suo personaggio, cerca in ogni modo una liberazione dagli intrighi internazionali della precedente gestione (l'inizio del film si sovrappone con la fine di The Bourne Ultimatum) per guadagnare una vita nuova più intima e personale. Non a caso stavolta la presenza femminile è molto più utile e pregnante del solito.

9.8.12

I mercenari 2 (Expendables 2, 2012)
di Simon West

Share |
2 commenti

PUBBLICATO SU 
Quello di I Mercenari è un progetto a cui solo un cretino o un illuso può credere e se il primo era un piccolo miracolo di sincerità per il secondo le speranze di bissare con addirittura più prime donne in campo erano inesistenti, dunque non so se sono più scemi loro che l'hanno fatto o io che ci credevo. Prendete tutti i difetti di I mercenari e amplificateli. Prendetene poi tutti i pregi e riduceteli. Il secondo capitolo della "saga del ritorno" di Stallone, non più diretto ma solo scritto da Stallone, è un film in cui i protagonisti ti invitano a compiacerti con loro di se stessi. Ma non fanno nulla per meritarlo.
Con un abuso anche maggiore della computer grafica rispetto al primo film e un movimento anche minore degli attori, un'autoesaltazione a metà tra la gara di rutti e la serata "in onore di", I Mercenari 2 è un pessimo film d'azione in primis e una cattiva rivisitazione degli eroi del periodo anni '80 poi. Eppure era lecito aspettarsi di più.

Il film precedente aveva imposto uno standard imprevedibile, portando a termine una missione che pareva impossibile. Non solo un film pieno di quelli che una volta erano star ma soprattutto un film che riportasse in auge la stella tramontata di Stallone appoggiandosi a un'idea fuori dal tempo e per questo antiretorica.
Di quella autentica sincerità stalloniana, di quel diretto sentimentalismo malinconico che pervade i suoi film però qui non c'è traccia. Affogato in molti personaggi invece che concentrato sul proprio, infarcito di one-line non tutte riuscite e non tutte appropriate I mercenari 2 è come una tanica di Powerade: energizzante in teoria, dolciastro di sottofondo e inutile nella pratica.

Si può questionare sull'atteggiamento ridicolo di Schwarzenegger (per lui sembrano aver scritto solo battute autoreferenziali e in questi anni di lontananza dal set ha dimenticato quell'unica espressione che conosceva) o sulla metatestualità da internet culture di ogni apparizione di Chuck Norris ma quel che dovrebbe essere considerato obiettivamente inaccettabile, in un film d'azione che si definisce tradizionale, è l'assenza di piani lunghi, di corpi inquadrati nella loro totalità, di gesti e di dinamismo.
Se si fa eccezione per due calci due, di numero, assestati da Van Damme (che abbiamo già visto nel trailer), due padellate di Jet Li e per qualche mossetta di Scott Adkins (ma come si fa ad avere uno così e sprecarlo in quella maniera??) di azione non c'è molto. Quello che trionfa in I mercenari 2 semmai è la crudezza del sangue digitale e la continua sparatoria scriteriata che disperde nel mare di pallottole anche quel gigante del caratterismo che è Bruce Willis, il montaggio rapido ma senza criterio. Insomma la postproduzione.

Quant'è peggio la cattiva gestione della coralità fa sì che dietro ogni cazzotto si riesca a sentire ancora l'eco delle trattative tra agenti, dietro ogni primo piano la segretaria di edizione che conta il numero di pose contrattate con l'attore. Un film fatto con il misurino anche più del precedente che ha poco senso nel suo svolgersi (ma quello non è mai stato un problema) e quasi nessuno nel suo accadere. Anche le singole sequenze, i singoli momenti appaiono come fasulli e posticci.
E' facile dare la colpa a Simon West (certe microcitazioni in colonna sonora sono da ritiro del patentino di regista) ma in realtà è responsabilità di Stallone. Gli altri non hanno l'idea di cinema che ha lui, quell'immediata malinconia che si porta appresso, non hanno dimostrato in passato saper pensare un cinema verace e antiretorico. Quella doveva essere la cifra del film e del progetto Mercenari ma non riesce mai ad esserlo. Ed era compito suo.

8.8.12

Monsieur Lazhar (id., 2011)
di Philippe Falardeau

Share |
2 commenti

PUBBLICATO SU 
Come La classe e come Polisse anche Monsieur Lazhar prende in esame un contesto ben determinato (umanamente o geograficamente) in un arco di tempo nè troppo lungo nè troppo corto (metà anno scolastico), per mostrare come le interazioni fitte e costanti logorino i nervi, condizionino gli atteggiamenti e soprattutto come il non detto lavori sottotesto in ogni momento modificando rapporti ed eventi. Sociopsicologia non troppo approfondita e soprattutto finalizzata alla ricerca della cuteness, all'ammirazione delle virtù basiche e all'esaltazione dell'utopia del buon maestro e dei probi alunni.

Stavolta si parte da un'opera teatrale e si racconta del monsieur del titolo, un professore che arriva a sostituire un'insegnante di scuola media che si è impiccata. L'evento ha abbastanza traumatizzato i ragazzi e i metodi del nuovo insegnante, per quanto amorevoli, sono radicalmente diversi, più all'antica e meno politicamente corretti di quello a cui sono abituati.
Non ci sono conflitti apparenti in Monsieur Lazhar se non quello più grande tra adeguatezza e inadeguatezza dei personaggi alla vita che vivono. Non ci sono asperità se non quelle motivate da un trauma e risolvibili con uno sfogo, non ci sono tragedie che non possano trovare una soluzione. Monsieur Lazhar è un film che illude di dare un disegno realistico (e lo fa con le rare concessioni alla retorica del cinema e un linguaggio apparentemente asciutto) ma in realtà propone una realtà idilliaca, in cui tutto è come vorremmo che fosse e non com'è.

Chi ricorda la scuola e gli anni delle medie come una dolce memoria di un passato fatto d'innocenza, troverà tutto quell'immaginario di "piccole crisalidi in attesa di diventare farfalle" (giuro fanno questo paragone). Chi ricorda la scuola e gli anni delle medie come un periodo infame in cui non c'è nulla d'innocente e tutto di ingenuo e meschino, di vessatorio e confuso, non troverà niente di quel che ricorda, ma una versione addolcita di una realtà che non mostra il disinteresse, la noia e l'inutilità di quella vita.
Il problema semmai è che Falardeau gira questa storia con mano abile, gran scorrevolezza e un piacere indubbio nel racconto lento ma non noioso. Un tono affabile, simile a quello del suo protagonista gentiluomo algerino d'altri tempi, un mood che si lascia amare, che accarezza il viso con la sua fotografia sui toni del bianco, che ammorbidisce le orecchie con battute ben scritte e ottimamente recitate e accarezza il cuore con piccoli sussulti di tenerezza. 
Eppure anche nei momenti di maggior audacia (e sono pochi), nei pochi attimi in cui pare che un po' di coraggio possa incrinare la morbidezza anestetizzata del racconto, non c'è l'epica, la speranza o l'autentica e intima commozione di L'attimo fuggente. Non c'è insomma il coraggio di passare attraverso una bufera per poi godere della sua fine.