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10.1.13

A Royal Weekend (Hyde park on Hudson, 2012)
di Roger Michell

PUBBLICATO SU 
Garbato, posato, ben vestito, recitato, musicato e soprattutto fotografato (il film dichiara da subito la propria matrice, fin dalla prima inquadratura con una casa in stile Edward Hopper) A Royal Weekend è un film  tranquillo ed educato, che sa stare così bene in società da potersi anche permettere di accennare a storie di infedeltà coniugale e masturbazione all'aria aperta senza risultare volgare. Un virtuoso dell'educazione.
Eppure proprio questa sua apparenza indiscutibile, piena di stile e classe è il segno della propria disonestà, perchè come spesso accade all'eccessivo garbo e controllo corrisponde anche una profonda falsità. Se di fronte ad un film dai presupposti ideologici il pubblico si dispone armato delle proprie idee, pronto anche a combattere i pareri del film, è di fronte a film come questi che si va disarmati, meno consapevoli di essere di fronte ad un contenuto ideologico e ben disposti a farsi contagiare dalle sue idee condite di simpatia e buon gusto.

Nel celebrare la "special relationship" tra America e Regno Unito, cioè nel raccontare di quando alla fine degli anni '30 re Giorgio VI (quello balbuziente di Il discorso del re, personaggio per molti più cinematografico che reale) fu costretto a visitare per la prima volta gli Stati Uniti per avere la promessa di un intervento Americano in caso di scoppio di una guerra mondiale, A Royal Weekend mette in realtà in scena il contrasto tra due culture, quella all'antica, snob e fuori dal mondo dei reali britannici e quella moderna, potente e centrale in tutti gli affari moderni di Franklin Delano Roosevelt, versione più adatta ai tempi di un re, democraticamente eletto e decisamente più capace in ogni ambito, interpretato da un ottimo Bill Murray (a cui tutti tanto vogliamo bene) che non a caso tratta Giorgio VI dall'alto verso il basso come un amorevole papà.

Come tipico di molto cinema statunitense mainstream, la vera storia qui è quella di come le altre culture a contatto con quella americana ne rimangano contagiate dalla libertà e dai valori, affascinate dalla diversità e dalla mancanza di formalismi. Si tratta ovviamente di una nemmeno troppo mascherata celebrazione nazionalista, in cui fanno pessima figura sia gli inglesi (chiusi, ottusi, fuori dal mondo e incapaci di raggiungere il risultato che si sono posti non fosse per il genio di Roosevelt) che tutte le donne del film, da Eleonor Roosevelt (banalmente anticonformista) fino alla protagonista Daisy (ignorante, orgogliosa e alla fine sottomessa) per non dire della moglie di Giorgio VI (la regina madre, che oltre ad essere donna è anche non americana). Tutto ovviamente a favore di Roosevelt, campione di virilità e ingegno statunitensi, specie di maschio alfa alla massima potenza cui è permessa ogni cosa.

2 commenti:

vinz ha detto...

gli americani non ce la fanno proprio.
Perfino il bel "Argo", che parte con le migliori intenzioni di obiettività e autocritica, poi si sbraga senza ritegno nel solito "Siamo i migliori!".

Signora Bigelow, la prego, almeno lei, non mi deluda.


Gabriele Niola ha detto...

No lei no. Lei ama più le donne che la patria :)


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