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24.10.15

Alaska (2015)
di Claudio Cupellini

SELEZIONE UFFICIALE
FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Alla fine di Alaska si è un po' incerti su quale sia la storia a cui si è assistito. È il racconto di un amore tra due persone che si trovano casualmente e sembrano non riuscire a separarsi in un mare di inganni, prigioni e omicidi? È il racconto di un uomo ambizioso, che passa per il carcere, risorge in una discoteca e lastrica la sua strada al successo di relazioni tradite? O è la storia di un altro personaggio ancora, uno minore, che il locale del titolo lo voleva mettere in piedi ma che di tutta la trama è una vittima collaterale?
Facile rispondere che Alaska è tutto questo (e un filo di più) ma in realtà l'impressione è che l'ultimo film di Cupellini, scritto con i soliti Gravino e Iuculano, sia uno dei tentativi più riusciti di cinema italiano ad ampio respiro, uno che non indica la via allo spettatore ma lo costringe ad essere parte di un realtà in cui è libero di schierarsi o guardare chi preferisce.

Ovviamente ci sono dei protagonisti, Elio Germano (cameriere d'hotel italiano un po' scemo che finisce in galera subito per una stupidaggine e ne esce due anni dopo in cerca di riscatto) e Astrid Bergés-Frisbey (modella francese controvoglia che un incidente costringerà a prendere altre strade), la coppia che si incontra subito su un tetto e che è animata contemporaneamente da un forte desiderio di abbandonarsi e di non farlo. Il loro tira e molla è il trucco che ci tiene avvinti ad una grande parabola che forse parla d'altro: di locali aperti, uomini senza speranza, grandissime eredità, seconde occasioni, terribili cadute e tremende delusioni.
Forse a danneggiare un po' il film c'è un eccesso di melodramma, quella tendenza tipica di molto cinema italiano a magnificare le emozioni estreme, fare di ogni romanticismo una struggente storia in cui si agitano passioni che i corpi non sanno contenere e sfogano a furia d'urla e violenza. Ad ogni litigata paonazza il film perde un grado di vicinanza ai sentimenti meno banali, ad ogni sfogo sopra le righe si dimostra meno maturo di quanto tutto il resto della storia (scritta perfettamente) lascia intendere.

Quel che rimane però è la parabola incredibile di due personaggi che in pochi anni sembrano aver vissuto una vita intera, che forse sono l'uno la causa del male dell'altro, eppure forse in tutto quel mondo che contribuiscono a mandare in malora, sono gli unici che possono starsi vicini. Noi siamo dalla loro parte e parteggiamo per loro perchè il film è loro che segue ma è probabile che in un'altra storia, quella che ha per protagonista il socio dell'Alaska o la figlia del ricchissimo proprietario di hotel, siano i cattivi. 
Ogni spettatore potrà dire per sè se Fausto e Nadine sono il prodotto della società che abitano o due pesci fuor d'acqua, di certo la maniera in cui vivono l'entrare e uscire di prigione, il riprendersi da ogni trauma che altri troverebbero insostenibile e il ricominciare da capo la propria vita di continuo è reso con una coinvolgente normalità, con il fascino della grande epica nelle piccole vite. 
Alla fine non è chiaro che storia abbiamo guardato ma è indubbio che si è trattato di una bella cavalcata.

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