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31.3.16

Desconocido (id., 2015)
di Dani de la Torre

Thriller dal concetto semplice e stringente, Desconocido mette un uomo e i suoi due figli in macchina e li costringe a rimanerci per evitare che tutto salti in aria. Qualcuno gli ha messo una bomba sotto il sedile, una sensibile alla pressione, se si alzano scoppia. Le richieste per avere salva la vita arrivano via cellulare, da un numero desconocido: trasferisci sul mio conto tutti i soldi del tuo. Non semplice da fare via telefono e senza uscire dall’auto ma il protagonista, non a caso, è un direttore di banca e, chiaramente, non ha nemmeno una coscienza immacolata.
È abbastanza chiaro fin da subito che Desconocido è un film proprio sulle banche e sul ruolo che hanno nella società moderna, uno che vuole andare a parare dalle parti del grande livore della gente verso di esse, nella violenza del dominio finanziario e nel senso di responsabilità individuale.

Il filone inaugurato in tempi recenti da Drag me to hell, quello della rivincita a mezzo cinema sulla banca intesa come collettore di tutte le ingiustizie sociali, diventa qui una lunga tirata di suspense scritta abbastanza male ma girata indubbiamente bene. Dani de la Torre ha la verve che serve, sa divertirsi con quello che fa e immagina le svolte più corrette, coinvolgendo le forze dell’ordine e alzando la posta di volta in volta come si deve. È allora nel comparto sentimentale, nel controcanto umano della disumana macchina da tensione che fallisce. Perché il tanto sbandierato rapporto con i figli, la relazione ormai al termine con la moglie, l’umanità di alcuni esponenti delle forze dell’ordine e ancora il grande incontro finale sono solo una sequela di luoghi comuni bagnati da un oceano di lacrime tanto forzate quanto inutili.

Decisamente più interessante sulla carta che nella pratica, Desconoscido fa un brutto uso di un’ottima tensione. Come del resto fa un brutto uso dell’ottimo Luis Tosar, corpo da azione costretto a stare sempre seduto ma ribollente di voglia di violenza. Sempre sul punto di esplodere Tosar è esso stesso la tensione fatta persona.
Il resto purtroppo sono figli strappalacrime, decisioni all’ultimo momento motivate da un “grande cuore” e molto poco di quell’asciuttezza e ragionevolezza che invece animano i thriller migliori, quelli in cui è il cervello a prendere il posto del cuore e non viceversa.

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