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1.8.16

Skiptrace (id., 2016)
di Renny Harlin

Skiptrace è una piccola assurdità e come tale gli si potrebbe anche subito voler bene, almeno se non fosse realizzata così male.
L’idea sembra di quelle partorite in paradiso: mettere insieme Jackie Chan (re delle arti marziali praticate realmente sul set, degli incidenti sfiorati e degli stunt coordinati al millimetro) e Johnny Knoxville (re degli stunt non coordinati, degli incidenti causati appositamente, dell’assurdo caos d’azione reale che è Jackass), in un’avventura cinese. Invece fin dalla prima sequenza, quella in cui il poliziotto interpretato da Jackie non riesce a salvare il collega, è evidente che non ci sono le premesse tecniche per fare di Skiptrace un buon film, che nessuno è in grado o ha voglia di creare un gioiello.
Andando avanti poi sarà anche chiaro che a mancare sono pure le premesse di sceneggiatura.

In questa storia in cui un poliziotto cinese e un truffatore americano vagano on the road per la regione della Mongolia Interna portando con sè le prove per incastrare un boss della malavita, sembra che a nessuno interessi mantenere asciutto il film. Le digressioni promozionali sulle bellezze e le tradizioni della Mongolia Interna sono troppo spesso in primo piano, le gag tra i due protagonisti occupano più spazio dell’azione benchè non godano certo del ritmo e dei dialoghi giusti, infine quando anche arriva il momento di un po’ di movimento, questo non è assolutamente all’altezza di nessuna delle due star.
Di certo Jackie Chan per motivi anagrafici non può più essere all’altezza del suo nome (benché rimanga sempre in grado di regalare attimi di puro slapstick da cinema muto come nella sequenza delle matrioske, invenzioni che appartengono al suo repertorio e stringono un rapporto unico con il passato e il presente del cinema) ma proprio per questo il film dovrebbe lavorare sul ritmo e su una sceneggiatura accurata per mettere a proprio agio i due. Esattamente quello che la sua scrittura dozzinale non fa.

Quel che si vede invece è un’operazione commerciale che non riesce a nascondere dietro un racconto appassionante la propria natura di coproduzione sino-americana. La pochezza della scrittura e della messa in scena lasciano intravedere uno scheletro dietro questo film. Tra una pessima battuta, una terribile scena d’azione e un effetto speciale ridicolo sembra di poter scorgere contratti, accordi, sponsorizzazioni, produttori che si stringono la mano, star che accettano un cospicuo cachet e sceneggiatori che scrivono appositamente scene in costume tipico. Se è caratteristica del peggior cinema tirare fuori lo spettatore dalla storia, annullare il coinvolgimento e renderlo cosciente di essere di fronte ad un film, in questo caso la distanza dalla storia è tale da rendere il pubblico cosciente di essere parte di una transazione economica intercontinentale.

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