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2.9.17

Human Flow (id., 2017)
di Ai Weiwei

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
Quella di Ai Weiwei è l’opera gigante che aveva promesso e annunciato, un documentario sulle migrazioni nel pianeta, oggi. Partendo dall’assunto che 65 milioni di persone sono classificabili come migranti (per un motivo o per l’altro), l’artista cinese cerca di dare conto della massa e quantità di questo popolo che non è tale.
Visitando più di 25 paesi Ai Weiwei e le sue troupe (ci sono almeno 11 direttori della fotografia tra cui Christopher Doyle) riprendono campi profughi, barconi strapieni e deserti con singoli che li attraversano, persone, masse, muri, inferriate e di nuovo ancora campi con ampio uso di drone per cercare di comprendere in un’inquadratura la vastità, tende, organizzazioni no profit che aiutano e qualche intervista di alcuni soggetti e di chi li aiuta. Tutto visto da un artista mondiale che è cresciuto in catene, ai margini di tutto, esiliato e vessato come prigioniero politico assieme alla sua famiglia dissidente.

Non ci sono dubbi sul lavoro fatto e sull’imponenza della documentazione. Come già i documentari realizzati negli anni '80 dall'artista cinese, Human Flow è un documentario “quantitativo”, cioè non cerca di approfondire qualche caso che sia paradigmatico o paradossale, non vuole andare ad indagare le singole storie, non vuole trovare l’eccezionale o mostrare una storia da cui desumere un senso. Al contrario vuole mostrare le grandi masse, stupire con le reali proporzioni del fenomeno mondiale. In questo senso anche le sua durata (2 ore), per quanto pesante, è necessaria allo scopo: a rendere la vastità del fenomeno.

Quel che stona semmai è il ruolo che Ai Weiwei decide di riservare a se stesso. L’autore del documentario è presente in diverse scene, è spesso in campo e quasi mai per un motivo vero. Non è un soggetto intervistante che mette in difficoltà gli interlocutori come Michael Moore, non compare quando è davvero necessario come Werner Herzog, il suo volto noto e la sua presenza ingombrano in scene senza nessuna utilità. Ai Weiwei che si taglia i capelli in un campo profughi, che tratta per della frutta, che scherza con dei migranti, che cammina, riprende e si fa un selfie con un cartello con scritto “Ai Weiwei #withTheMigrants”.

In questa maniera Human Flow non solo non ha vero senso, ma rimane un documentario educational, che illustra le masse, spiega i numeri, mostra le proporzioni del fenomeno e la sua dislocazione (dove risiede il maggior numero dei migranti? Quanti si spostano via mare?), buono per una formazione medio-elementare (perché sceglie di non approfondire) e inutile come film propriamente detto, poiché l’uso che fa delle immagini è vacuo per non dire pessimo.
Ai Weiwei non sembra molto navigato come regista, né pare padroneggiare il genere: indugia sul ruffiano, si innamora della lacrima del bambino, spara il cadavere in primo piano, addirittura riprende un origami intrappolato nella rete dal vento. Un campionario di ingenuità acchiappalacrime. Difficile prenderlo seriamente per niente che non sia la mera documentazione.
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