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26.4.18

Avenger: Infinity War (id., 2018)
di Anthony e Joe Russo

C’è così tanto da raccontare in questa prima parte dei due Infinity War (della durata di due ore e mezza che tuttavia vola proprio per la densità di eventi) che si inizia in media res, con tanto di già accaduto che non abbiamo visto. È una scelta forte, perché siamo in una situazione altamente drammatica che non abbiamo vissuto ma di cui vediamo solo la tragica parte terminale. Quest’inizio imposta il tono di un film di distruzione, come ampiamente annunciato, in cui in ballo c’è la posta più alta possibile e in cui il processo di ampliamento del terreno di gioco operato dalla Marvel (sempre meno sulla Terra sempre più nello spazio) arriva finalmente a comprendere “l’universo tutto”.

Quel che cambia rispetto al passato è che abbiamo superato da così tanto tempo la fase delle origin story, che ci troviamo di fronte a rapporti molto sedimentati. Tutti gli eroi dell’universo Marvel al cinema sono arrivati ad avere tra loro relazioni complicate, ci sono tantissime coppie romantiche, tante inimicizie e addirittura dei rapporti di vecchia data che abbiamo visto nascere. Raramente al cinema abbiamo vissuto una così lunga costruzione di rapporti, non era scontato che Infinity War ne sfruttasse la particolarità e i fratelli Russo si dimostrano bravissimi davvero (molto più che in passato) a gestirne toni. Infinity War è un film molto divertente, in cui si ride a tanti livelli differenti (mai come in Thor: Ragnarok ma spesso come in Iron Man e Dr. Strange, di certo più che negli altri film Avengers) senza che questo infici la parte più drammatica. È così riuscito questo melange da sembrare facile o scontato, visti i personaggi coinvolti, e invece è complicatissimo. Fare quello che gli altri film fanno in decine di minuti potendo contare solo su una manciata per volta prima di passare al prossimo personaggio.

Perché in definitiva questa è la grande sfida dei film Marvel: dimostrare di padroneggiare una gamma di sfumature di “commedia” così ampia da riuscire a raccontare con essa qualsiasi storia e toccare qualsiasi corda. Cambiare l’intrattenimento dandogli un senso più ampio. Ogni personaggio incarna una gradazione diversa di commedia e che tutte queste possano convivere in un solo film è incredibile. Whedon aveva per primo tracciato la strada ma qui, visto il peso specifico del film e la quantità di intrecci ed eventi da narrare, siamo ad un livello di perfezione quasi millimetrica. Tutti hanno uno spazio necessariamente breve in cui dare il massimo, farsi valere e giocare la loro parte nella trama, tutti devono presenziare senza che sembri che stiano presenziando (tutti tranne uno, che compare brevemente all’inizio e sarà evocato per tutto il film facendosi desiderare senza comparire più, l’asso nella manica del prossimo film).

Ovviamente la trama come sempre imporrà ad un gruppo di eroi eterogeneo per carattere, provenienza e natura, di trovarsi, unirsi e mettersi insieme per un grande obiettivo. È uno dei cardini che reggono il mondo degli Avengers al cinema e la maniera più forte in cui questo prodotto fortemente americano dall'origine fino alla declinazione al cinema rappresenta l'etica del proprio paese: la riunione dei talenti, la possibilità per diverse eccellenze di unirsi e costituirsi come élite che combatte per le persone comuni e che addirittura ha avuto una declinazione molto politica nel capitolo in cui allo stato è cominciato a non andare bene che un’elite autoproclamata agisse indipendentemente. Il senso stesso della maniera in cui gli Stati Uniti raccontano se stessi, come la terra in cui persone diverse da luoghi diversi faticosamente imparano a convivere e tollerarsi per creare insieme la grandezza.

Ma lo spettacolo vero (e imprevisto!) di questo finale della terza stagione dell’universo Marvel è Thanos, villain non cattivo che non odia nessuno, non animato da malvagità e anzi dotato di un’etica, opposta ai protagonisti chiaramente, ma non egoista. È subito chiaro infatti che non siamo di fronte al bene contro il male, ma a due visioni di come debba essere la società (anche la nostra, visto che i problemi cui fa riferimento Thanos sono gli stessi del nostro pianeta) che si scontrano in maniera estrema, non al solito democrazia contro autocrazia. Thanos ha una personalità, dei drammi di cui partecipiamo e delle esitazioni da cui essere colpiti. Josh Brolin gli dona delle note fragili non prevedibili e ancora più stupefacenti in un film con 12 protagonisti e un numero almeno equivalente di comprimari.
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