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25.4.18

Nato a Casal di Principe (2018)
di Bruno Oliviero

La caccia ossessiva e senza quartiere di Nato a Casal di Principe, per scelta, non sconfina mai nel genere come parte della promozione, comprensibilmente, cerca di lasciar intendere. Bruno Oliviero, che ha una grande esperienza nel documentario, con questo secondo film di finzione si muove proprio sul crinale del genere, cercando di non entrarci mai. Un fratello ossessionato dal trovare il parente scomparso si scontra con tutti come non conoscesse quiete. Con il padre, con gli amici, con la malavita e chiunque si frapponga o non faccia abbastanza per cercare il rapito. Nel corso del film vediamo ricostruzioni dell’ultima sera in cui è avvenuto il rapimento e seguiamo piste che non porteranno a niente (una cartolina dalla Spagna sembra suggerire sia lì), ma mai questo film che avrebbe dentro molta azione diventa d’azione.

Questo perché Nato a Casal di Principe sembra voler essere altro, cinema di denuncia ovviamente ma anche un film in cui il territorio è molto più protagonista dei protagonisti stessi. La ricerca dello scomparso diventa in breve un’esplorazione e una documentazione di quella zona. Le parti più interessanti di questo film, che purtroppo non sempre riesce ad essere all’altezza del tono che si prefigge, sono quelle in cui si procede di casa in casa, si ascoltano testimonianze di altre persone in cerca di figli scomparsi, in cui si esplorano tutte le possibilità e con esse chi vive in quella zona e chi è nella stessa situazione dei protagonisti. In cerca di qualcuno.

La parte migliore è la maniera in cui da ciò emerge l’impressione di un luogo in cui la gente scompare, in cui c’è una forza grande e invisibile che rapisce e che ordina tutto. Ovviamente ad un tipo di malavita se ne contrappone un altro, cioè a quella che ha rapito si contrappone anche quella che invece sembra voler aiutare a ritrovare, perché lo stato (a cui il padre vorrebbe rivolgersi) è invece assente dal racconto.

Eppure in questo film in cui il vero villain che combatte contro i protagonisti è il tempo, il cui passare fa affievolire le speranze e alzare l’ansia, sembrano essere più le angolature e gli spunti della storia che vengono persi di quelli che vengono sfruttati. C’è molto in questo rapimento realmente accaduto a cui Nato a Casal di Principe pare non essere interessato. Non è solo una dinamica più di genere, ma è anche una maggiore cognizione di cosa animi i personaggi. Del resto l’essenza stessa del protagonista è la sua doppia natura di aspirante attore e abitante di Casal di Principe, ma di questo dettaglio non ne viene fatto molto.

E alla fine la più classica delle definizioni di cosa sia la mafia data per sineddoche, prendendo un piccolo comportamento o dettaglio rappresentativo e aggiungendoci “...ecco questa è la mafia”, davvero suona come una beffa troppo semplicistica, trita, banale e abusata per poter fare quel che il resto del film non ha fatto.
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