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7.9.19

La Mafia Non è Più Quella Di Una Volta (2019)
di Franco Maresco

In Belluscone Franco Maresco aveva scovato l’impresario di neomelodici scalcinati di piazza Ciccio Mira. Lo aveva trovato indagando il sottobosco dei concertini e degli impresari para-televisivi, strumenti nella mani del crimine che li usa per mandare messaggi agli “ospiti dello stato” (carcerati), figure marginali di un’industria dello spettacolo ridicola, di rara piccineria. Mira in particolare è un gioiello di ingenuità, un uomo che è rimasto a quando parlare bene della mafia era una cosa buona, un minuscolo esecutore e imbonitore da fiera per musicisti più ridicoli di lui.
Ora una sua inaspettata iniziativa a favore di Falcone e Borsellino, un concerto di piazza per i due eroi nell’anniversario della morte del secondo, stimola la curiosità e un nuovo documentario. La domanda implicita è: “Perché questo piccolo timorato della mafia che candidamente ammette di non avere niente contro di essa fa qualcosa di simile?” e basta a scatenare il viaggio di La Mafia Non è Più Quella Di Una Volta.

Franco Maresco è la cosa più vicina che abbiamo a Michael Moore, cioè l’unico documentarista che quando viaggia nei suoi mondi li piega al suo sguardo per sottolinearne il grottesco, il ridicolo e la piccineria di tutto. E lo fa con gli strumenti audiovisivi. La sua è una lingua delle immagini fantastica che accosta sempre il bello al brutto per rivedere il senso del primo alla luce del secondo. La fotografia sofisticata è amata tanto quanto le immagini orribili del materiale di repertorio delle tv locali, il grande bianco e nero è usato su paesaggi infami e la materia umana più misera è sempre ripresa con la cura maggiore. Solo il cinema gli può dare dignità mentre lui stesso, con la sua voce, li massacra e ridicolizza. Anche la fotografa Letizia Battaglia, compagnia occasionale di questo viaggio, è oggetto di scherno continuo (solo che lei ricambia).

Ignoranti oltre ogni possibile idea (adulti che non sanno né leggere né scrivere, figuriamoci parlare), i piccoli protagonisti di Maresco sono in balìa dell’unico potere esistente nelle loro terre, ne sono terrorizzati e per questo sono ben disposti anche a rendersi ridicoli, mettere in giro voci sulla propria latente pazzia e all’occorrenza fingersi matti. L’indagine sulle radici di questo strano concerto seguono l’organizzazione e poi la serata, il disprezzo di tutti i locali, la diffidenza degli “artisti” di fronte al tema, la fatica per dire anche solo “Abbasso la mafia” e l’incredulità di tutti sul fatto che venga proposta una frase simile.
E non mancano i fenomeni da baraccone che si esibiscono, la cattiveria di Ciccio Mira che sfrutta malati di mente per fare un po’ di soldi (il migliore dice di essere uscito dal coma vedendo in sogno Falcone e Borsellino che gli hanno detto di cantare ma poi è contrarissimo a pronunciarsi contro la mafia), è oro nelle mani di Maresco che sguazza nell’inarrivabile abisso degli ultimi.

Franco Maresco ancora una volta lavora sottilmente sulla nostra repulsione e il nostro facile disprezzo per quel mondo marginale e per quella mentalità. Eppure lui che con queste persone è durissimo, che li tormenta di domande, che fa di tutto per esporne l’ignoranza ed umiliarli, rimane sempre dalla loro parte. Riesce a mettere lo spettatore in una strana posizione, lo schiaccia tra disprezzo e compassione costringendolo a schierarsi invece che ignorare quelle situazioni. Mascherandosi da carnefice esalta la piccineria di questi codardi miseri, che tuttavia gridano la loro umanità dalle periferie del mondo.

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