Gemini Man è davvero un film-presentazione. Non uno showcase tecnico delle potenzialità del 3D+ (che poi sarebbe il 3D ripreso e proiettato, dove possibile, a 120 fotogrammi al secondo) o del motion capture, ma un film che ne mette in scena il senso, ne mette in metafora i rischi e le implicazioni e cerca di fondare un’estetica per una nuova tecnologia.
È insomma qualcosa di molto ambizioso e molto necessario, un primo passo per cercare di capire come lavorare su sistemi di ripresa nuovi. Forse anche per questo inizia con una scena di un livello qualitativo altissimo, ripresa di giorno con luce solare (e ci sarà una grande differenza lungo tutto il film tra le scene di giorno e quelle di notte) che mostra una risoluzione, una fluidità e una chiarezza impressionanti. Che dietro ci sia Ang Lee e non un buon mestierante è evidente dal fatto che l’impressione non è data dalla spettacolarità ma dal suo opposto, da qualcosa di molto convenzionale ripreso facendo l’uso migliore di tecniche non convenzionali.
Il resto del film lotta con sovrapponendo la sua trama alle sue caratteristiche tecniche, perché punta su un’illuminazione naturalistica proprio mentre si trova per le mani una tecnologia che sottrae la patina mitica e distante al cinema. Il 3D+ porta con sé una più potente impressione di realismo (ma più che la profondità sono i 120 fotogrammi a fare la differenza), Ang Lee la cavalca e per questa storia in cui il falso si confonde con il vero, in cui un sicario scopre che c’è un se stesso giovane a dargli la caccia, va proprio a caccia di realismo con i diversi comparti della messa in scena. Ancora di più, in un film in cui uno dei due personaggi è interamente creato al digitale, Lee non cerca scuse né si rifugia nella color correction o nell’illuminazione enfatica, anzi rischiara tutto senza rinunciare allo spettacolo. Non copre né si nasconde ma espone il suo Will Smith giovane alla tecnica di ripresa e proiezione più realistica vista finora. Così tanto che in molti punti non ne uscirà bene, anche se nel complesso è evidente che solo un occhio molto allenato capisce la differenza tra personaggio vero e personaggio digitale.
In questa storia che sembra prelevata dal cinema di Hong Kong degli anni ‘80, il doppio del protagonista lo confronta e con esso si confonde. Esperienza contro irruenza si scontrano proprio fisicamente e la vita del sicario diventa una metafora del dualismo umano come in the Killer. In Gemini Man c’è quindi sia tutta l’ingenuità e la semplicità del cinema cinese, sia la sua stilizzazione dell’azione (l’inseguimento in moto pare davvero prelevato da un film di Tsui Hark). Alternando fasi altamente spettacolari ad altre che cercano il dramma, il film compartimenta i momenti e un po’ meccanicamente fa proseguire la sua storia saltando dall’uno all’altro. Non è proprio il massimo, la scrittura non è fluidissima e soprattutto nonostante lo spunto tutto sa un po’ di già raccontato e innocuo.
Il punto è che come action movie Gemini Man è ben realizzato ma terribilmente vecchio stampo, così tanto da infarcire il primo scontro tra i due protagonisti di specchi, metafore del fatto che i due scoprono in quel momento di essere uno lo specchio dell’altro. Certo, Ang Lee dimostra di sapere bene che nell’azione tutto quello che c’è di importante da dire lo si deve dire dentro l’azione e non nelle sue pause (che servono solo come convenevoli e corollari) e disegna molto bene i movimenti, con una passione giusta per il dinamismo. Però non riesce mai a coinvolgere davvero in questo dramma fantastico e iperrealista al tempo stesso, la cui maggiore utilità sta nel raccontare, dietro metafora, cosa faccia Hollywood con i suoi attori.
La grande corporazione affiliata alla CIA che ha clonato il sicario e vuole sostituirlo con un se stesso giovane per poter sfruttare all’infinito il migliore, plasmato fin da giovane per essere efficiente e non dare problemi, è più o meno l’equivalente dei grandi studios pronti a clonare digitalmente i grandissimi attori o le loro versioni giovani, per uno sfruttamento prolungato di volti e corpi di richiamo e di successo, con minori fastidi e minori proteste per ruoli marginali.
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