31.10.07

Quando La Città Dorme (While The City Sleeps, 1956)
di Fritz Lang

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La cosa strana dei film di Lang è che anche quando sono girati negli anni '50, sembrano sempre film di fine anni '30. Sarà il particolare tipo di fotografia, o il taglio personalissimo del regista, fatto sta che a prescindere dall'anno il suo cinema (sonoro) sembra imbrigliato in un'epoca precisa. Ma non è necessariamente un male.
Quando La Città Dorme in particolare è uno dei film più divaganti del regista tedesco. Partendo da una trama gialla, si addentra sempre di più nelle dinamiche del gruppo di personaggi che mette in scena. Con un progressivo disinteresse verso le dinamiche di svelamento dell'assassino del caso (che tanto è chiaro allo spettatore da subito) e un avvicinamento graduale alla corruzione, agli intrighi e alla perdizione del "sistema giornale", paradigmatico di sistemi più alti, Lang indaga le figure umane come spesso gli accade, in uno scontro di intelligenze, di piani e di sotterfugi.
In questo suo mondo di furbizie e strategie poi un posto d'onore spetta alle donne (le leve del noir) al tempo stesso manipolatrici per eccellenza e strumenti della manipolazione altrui.
E' bellissimo vedere come lo stile di Lang rimanga sempre uguale, sempre rigoroso e ortodosso ma sia capace di adattarsi, anzi di adattare a sè diversi contesti, diverse situazioni, tutte filiazioni del suo modo di vedere il mondo. Tutta l'esperienza dell'espressionismo e di quel modo di mettere in scena con il passare del tempo si asciugano sempre di più, perde ogni orpello e rimane soltanto ciò che è veramente indispensabile.

La morte del Blockbuster

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Questa della fine dei film ad alto budget è una voce e una teoria che gira da un po' di tempo, recentemente riportata in scena da un articolo di Cory Doctorow, giornalista di Wired e detentore del blog privato più visitato del pianeta, nel quale si sostiene che in un mondo dove il diritto d'autore ha sempre meno valore il blockbuster non può più essere economicamente sostenibile.
Una tesi che almeno un anno fa aveva sostenuto George Lucas, tra i padri del blockbuster, il quale dichiarava di non volerne più nemmeno sentir parlare di quella forma di cinema, giudicandola obsoleta per i tempi moderni.

C'è da dire inoltre che notoriamente la voce più grossa voce nell'elenco spese di un blockbuster sono i cachè degli attori, la cui presenza dà al film per l'appunto lo status in questione. Cosa che se artisticamente non ha ragione d'essere (la differenza economica tra attori noti e non noti non è mai adeguata alla differenza di prestazione che possono dare) ora potrebbe cominciare a non avere nemmeno più una ragione di marketing (se appunto tramonta la redditività del blockbuster).

Nell'articolo di Doctorow e nell'intervisa a Lucas si parla poi del nuovo ipotetico scenario senza blockbuster, fatto di molti piccoli film a basso budget che non puntano a fare grandi incassi ma ad intercettare nicchie.
Uno scenario che, per quanto sia in linea con quanto succeda ora in rete e quindi con le dinamiche di un mercato globalizzato, io non penso possibile. Poichè il concetto di mainstream non mi sembra destinato a morire, anzi, specialmente nei settori della vecchia guardia mi sembra sempre più vivo. Certo le nuove regole e nuovi sistemi di applicazione del copyright necessitano di un nuovo tipo di modello di business, ma nessuno (specialmente in America) credo rinuncerà mai a fare i film ad alto budget/alto richiamo/alta pubblicità e per fare questo servono soldi, magari non 300 milioni di dollari, ma comunque di più di un film indipendente. E anche i cachè degli attori potranno ridursi ma mai diventare adeguati all'apporto artistico in un film, poichè ad alti livelli un attore è una faccia, è un brand, una garanzia di spettatori e non più solo un performer.

30.10.07

Tideland - Il Mondo Capovolto (Tideland, 2007)
di Terry Gilliam

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Arriva l'attesissimo nuovo film di Gilliam che dopo le disavventure del Don Chisciotte mai realizzato (documentate in Lost In La Mancha) e il lavoro alimentare fatto con I Fratelli Grimm, porta al cinema il suo primo progetto personale dai tempi di Paura e Delirio a Las Vegas.
Sfortunatamente però, come era stato anche anticipato dalla recensione di oltreoceano, più che somigliare a quest'ultimo Tideland sembra La Leggenda Del Re Pescatore, sia per come la prima parte non fa coppia con la seconda (per il crollo di dinamicità e di spunti) sia per come lo stile "deformante" e delirante di Gilliam non riesce ad essere messo a frutto, finendo per inseguire una banale poeticità.
Questa volta Gilliam aveva soldi (anche se non troppi) e tempo, nessuna catastrofe e nessuna scusante, infatti Tideland somiglia in tutto e per tutto ai suoi film precedenti, ne ha il sapore e la visione e spesso anche molte intuizioni (sublime il pullman che passa sotto un ponte dove prima e notte e poi è giorno e così anche le infinite distese di grano), ma non la riuscita.
Perchè l'idea è bella e i personaggi pure (nonostante non ami troppi quell'immaginario da Non Aprite Quella Porta) ma poi si perde nel vuoto. Le velleità di fare Alice Nel Paese Delle Meraviglie e contemporaneamente di ostentare poeticità e sentimenti semplici affogano il film in mille scene ridondanti, tanto che alla fine anche gli obiettivi deformanti stufano e si ha tanta voglia di una svolta, che arriva puntualmente solo nei minuti finali, allorchè è decisamente troppo tardi.

Appena finito questo post mi rendo conto che su MyMovies la recensione è quasi identica alla mia, con alcuni passaggi che sembrano copiati dall'uno o dall'altro. Incredibile....

29.10.07

NOOOOO!

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A chi se lo chiede rispondo io. E' ufficiale: è finita un'era.

The Bourne Ultimatum (id., 2007)
di Paul Greengrass

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Di Paul Greengrass già avevo avuto modo di apprezzare United 93, il film sul terzo aereo dirottato l'11 settembre e mai arrivato a destinazione. L'avevo apprezzato perchè a fronte di un tema molto retorico era riuscito a girare un film pieno di idee dal grande ritmo e dall'ottima narrazione (calcolando che doveva anche rimanere fedele ai fatti realmente accaduti).
Al contrario non avevo amato The Bourne Supremacy, il secondo capitolo della saga di Jason Bourne, l'avevo trovato proprio mal raccontato e privo di idee, tutte caratteristiche che non si ritrovano assolutamente in The Bourne Ultimatum, che a dispetto del pessimo titolo, è un ottimo film d'azione in perfetto equilibrio tra mito e realtà.
Jason Bourne è solo l'ultimo di una lunga serie di superuomini del cinema e nemmeno il più originale (che rimane John McLane di Die Hard), un agente segreto addestrato ad essere una perfetta macchina di morte che sfugge però al controllo dei suoi superiori, eppure per come lo mostra Greengrass, Bourne riesce ad essere giustamente iperbolico pur rimanendo nei confini di un certo realismo.

Lo stile di Greengrass, come già aveva mostrato in United 93, fa un fortissimo uso della telecamera a mano, ma con grande cognizione di causa e abilità, e in questo film riesce anche a comporre le immagini con intelligenza, cercando sempre di fare questo per narrare meglio e non per estetica. Il film ha pochi dialoghi essenziali utili a spiegare trame ed intrighi spionistici, il resto della narrazione è lasciato alle immagini, montate in maniera rapida ma incredibilmente esplicativa.
La parte dell'inseguimento e poi scontro a Tangeri è esemplare in questo senso, dinamica eppur chiara e al 100% intrattenente, così come quella nella stazione londinese.

Finalmente un film d'azione che non si vergogna di essere puro intrattenimento, che non cerca di fare altri discorsi più "elevati" e che riesce a regalare momenti di ottimo cinema.

La Killer Application del commercio online

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Un mese fa il World DVD Forum liberalizza l'uso del CSS, in sostanza è legale per chiunque masterizzare DVD. Oggi, grandi catene (tipo Blockbuster) annunciano che metteranno dei chioschi nei loro punti vendita con cataloghi virtuali di film da masterizzare al volo (15 minuti) e comprare. Domani (se tutto va come promesso) anche Blockbuster potrebbe dunque avere un catalogo in grado di soddisfare ogni tipo di utente perchè non dovrebbe preoccuparsi dei costi di produzione e trasporto dei singoli DVD i quali verrebbero fatti solo in caso di richiesta specifica.

Una simile notizia chiarisce (con il passaggio da mondo immateriale a mondo fisico di un servizio) quale sia lo specifico del commercio online, o meglio la sua killer app, cioè la coda lunga. Quel meccanismo per il quale l'insieme delle nicchie è un segmento di pubblico molto più ampio e valevole di quello generalista. Così su internet, grazie all'immaterialità dei beni scambiati, un medesimo store (vedi Amazon) può vendere prodotti che soddisfino tutte le nicchie (le quali solitamente si rivolgono a negozi specifici) traendone benefici economici incredibili.

Capire come sfruttare il concetto di coda lunga nel mondo reale (rendendo cioè i cataloghi immateriali e avendo la possibilità di materializzare il bene al volo) per altri business (il prossimo e più ovvio è quello della musica) potrebbe essere la chiave per una rivoluzione del commercio tradizionale (o di integrazione con quello virtuale), che porterebbe finalmente a tutti i benefici di internet (che dati i dati sul commercio online è evidente che ancora sono per pochi).

28.10.07

Die Hard - Vivere O Morire (Live Free Or Die Hard, 2007)
di Len Wiseman

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Il quarto capitolo della saga di Die Hard è tutto Bruce Willis.
Più volte mi sono dichiarato dalla parte di questo attore, che è uno dei pochi veri grandi caratteristi moderni, alla pari dei suoi illustri predecessori come John Wayne, attori non straordinari ma capaci di costruirsi un personaggio attraverso diversi film e riuscire ad incarnare (come attori e non legati ad un solo personaggio come può essere James Bond) un ideale.
E Bruce Willis è il poliziesco d'azione moderno americano, è la sua faccia migliore, quella più complessa e sfaccettata, l'unica che riesca a tenere saldo il legame con la grande tradizione degli eroi disperati dei noir e contemporaneamente con il cinema d'azione edonistico degli anni '80. L'unico in grado di incarnare ancora l'uomo duro in anni di eroi fragili.
Nonostante dunque la sceneggiatura e la regia di questo quarto episodio lascino parecchio a desiderare, c'è Bruce Willis a farsi in 4 per John McLane. Corre, salta, spara, ammazza ma soprattutto si ferisce e sanguina come un tempo, regalando carisma e faccette ironiche a palate.
Far scontrare John McLane contro gli hacker è veramente un'idea stupida, tanto quanto mettergli accanto un personaggio spalla come il giovane pirata informatico buono solo a servire battute scontate, eppure eccolo là ancora John McLane che per la soddisfazione di chi lo ama abbatte un aereo con una macchina e lotta a mani nude contro un aereo militare.
Per fortuna c'è Bruce Willis.

27.10.07

Quel che resta della festa, il festival diverso

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Con un colpo di coda inaspettato nel finale la Festa Del Cinema si è ripresa decisamente azzeccando qualche Fuori Concorso e un paio di film in Concorso (il vincitore Juno e El Pasado). Certo il livello medio delle Premiere e dei film in concorso è decisamente bassino e non soddisfacente, ci sono state alcune punte verso il basso terribili (come Caotica Ana) che non dovrebbero accadere (o non dovrebbero essere selezionate) e anche rispetto all'anno scorso si è notato un po' di calo (anche se come ho detto gli ultimi giorni hanno risollevato molto la manifestazione).

Tuttavia non si può non considerare la natura di un festival che nasce per essere diverso e decisamente più orientato al pubblico. E in questo la Festa centra il suo obiettivo nel senso che ho assistito a parecchie proiezioni con il pubblico, specialmente nei giorni di grande affluenza (venerdì sabato e domenica) sale strapiene e gente che si spellava le mani per applaudire star e film che non erano nulla di che, ma molto ruffiani e strappa-applausi. Gente esaltata e che partecipava con gusto, tanto da quasi coinvolgere anche me in esaltazioni prive di senso.
Pubblico contento anche nei commenti, nelle maratone e nei piccoli eventi. Pubblico non convenzionale soprattutto, cosa non da sottovalutare.
La gente che si vedeva nei giorni di massima affluenza per i molti eventi di richiamo non era il classico pubblico da cinema (quello lo si vedeva un po' sempre e a tutti gli orari), ma quello da grande evento, il pubblico da "Annamo alla Festa amò. Vestite bene" che poi ha la lacrima facile e si esalta da morire. Lo dico con un sacco di sorpresa e felicità sia ben inteso, più il pubblico è diversificato al cinema meglio è, e magari chi va al cinema alla festa ci torna durante l'anno.
Dunque la Festa del cinema di Roma nasce e riesce effettivamente ad essere una manifestazione diversa, dove fallisce però è nel saper proporre anche qualcosa di alto e interessante nelle sezioni principali.

Infatti solo nella sezione EXTRA confluiscono le produzioni interessanti. Sale piccole e pubblico ristretto (molta stampa) e selezionato per materiale spesso sorprendente. Le Pere di Adamo, Pop Skull, King Of Kong, l'incontro con Terrence Malick, la proiezione di La Rabbia ecc. ecc. sono stati tutti bellissimi eventi degni di rivaleggiare con le grandi manifestazioni e con in più l'aura di qualcosa di nuovo e poco visto (specialmente Malick...). Come al solito per gli eventi più generalisti quindi la qualità c'è ma va cercata e non è facile da trovare. Ma un po' ci piace così.

La Rabbia (1963)
di Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini

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EXTRA
FESTA DEL CINEMA 2007

Altro grande evento della Festa del Cinema è la proiezione di La Rabbia, film rimasto parzialmente inedito, poco distribuito e mai più rieditato che unisce il poeta, scrittore e regista di sinistra Pasolini con l'umorista e scrittore di destra (cattolica) Guareschi.
I due non si sono nemmeno incontrati, hanno realizzato i due segmenti che compongono il film separatamente ognuno spiegando le proprie ragioni dell'esplosione di rabbia degli anni che vivevano, ognuno con un montaggio di materiale di repertorio e voci fuoricampo a fare da commento.
Il risultato è molto molto particolare, qualcosa che si situa a metà tra il documentario educativo e il cinema tradizionale. Perchè se l'intento didascalico è chiaramente e dichiaratamente fortissimo, c'è anche molto cinema (specialmente nel segmento di Pasolini) nel modo in cui il montaggio giustappone, alterna e procede per contrasto, analogia ecc. ecc. in costante contrappunto alle parole delle voci fuori campo.
La cosa più divertente è come entrambe le ideologie (lontane anni luce) siano totalmente superate oggi ma soprattutto siano state sorpassate dai fatti. Guareschi ammonisce e si scaglia contro il decolonialismo e afferma come stiamo lasciando l'Africa alla Cina, che è solo questione di tempo prima che la invada, e Pasolini retoricamente si chiede quando mai la chiesa farà papa un uomo di umili natali.

26.10.07

Pride (id., 2007)
di Sunu Gonera

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ALICE NELLA CITTA'
FESTA DEL CINEMA 2007

E' veramente una sorpresa continua la sezione Alice Nella Città, della quale ho avuto modo di vedere il carinissimo My Very Best Friend e Have Dreams Will Travel (che non ho postato perchè sono dovuto uscire 20 minuti prima della fine).
Pride non è all'altezza dei due precedenti film (che oltre ad essere carini e ben fatti sanno anche trovarsi una via per l'originalità pur trattando di storie viste e riviste) si tratta del classico film (tratto da una storia vera) dove un gruppo di persone che parte svantaggiata in una disciplina ci mette il cuore e alla fine al momento dello shodown finale ce la fa. La tipica parabola americana propinataci mille volte che tuttavia, se ben fatta, può essere un mezzo spettacolare per parlare di sentimenti e passioni.
Certo il giudizio sul film è inevitabilmente influenzato dal fatto che sta nella sezione con meno aspettative e meno pressione di tutta la Festa, quella dedicata ai bambini e che si presenta quindi per quello che è, senza particolari velleità.
In Pride il gruppo che "ce la deve fare" sono dei ragazzi di colore negli anni '60 che trovano un modo per stare lontano dalla strada nel nuoto (ma quando mai gli afroamericani hanno nuotato??), e chiaramente dovranno scontrarsi con un mondo di razzismo e pregiudizi che immancabilmente vinceranno in tempo record grazie al cuore.
Eppure, nonostante il film non presenti nulla che già non si potesse aspettare o prevedere, ammetto che alle gare finali quando uno dei protagonisti parte per la gara a rana e tra il pubblico la madre anziana (unica di colore tra il pubblico) si alza e grida: "Swim baby!" mi sono commosso. E che ci vuoi fare....

La proiezione poi era piena zeppa di bambini anche molto piccoli, che ridevano come dei pazzi per ogni parolaccia che veniva scritta nei sottotitoli e hanno applaudito solo quando il coach ha preso a mazzate il cattivo di turno.
La cosa più strana però (e l'ho notata solo ora perchè gli altri film della sezione Alice li avevo visti nella presentazione alla stampa) è che il film, non potendo essere doppiato, oltre ad avere i consueti sottotitoli aveva anche una terribile voce over di Alessio Boni che leggeva tutti i dialoghi, compresi quelli delle donne. Cioè c'era l'audio normale, i sottotitoli e Boni che con po' di ritardo li leggeva mettendoci anche pochissima inflessione. Manco il doppiaggio russo....

El Pasado (id., 2007)
di Hector Babenco

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CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Eccolo il vincitore. Io voto El Pasado, film delicato eppur complesso di Babenco. Non un capolavoro assoluto ma la cosa migliore tra quelle viste all'interno del concorso.
E' la storia di un uomo che lascia la donna con la quale sta da 12 anni senza guardarsi indietro, senza volerne sapere più nulla, ma lei non ci sta e con la scusa che lui deve tornare a prendersi le foto lo perseguita per anni. Lui intanto comincia a perdere la memoria e fa naufragare una storia dopo l'altra.
Il finale abbastanza enigmatico non infastidisce, anzi, è il giusto squarcio che non risponde ma domanda, che tira le fila di un film che più che raccontare le solite storie d'amore le usa come grimaldello per parlare del rapporto con il passato e la difficoltà di chiudere con esso senza toccare mai direttamente il tema, ma lasciando che questa problematica emerga da sè.
Babenco riesce ad essere incredibilmente invisibile, raccontando con molta naturalezza e nessun eccesso una storia piena di colpi di scena e cambiamenti di fronte. Non cerca il virtuosismo, non cerca il colpo d'autore nè l'impostazione particolare, ma lascia lo spettatore libero di entrare in una storia che ha pochi fronzoli e molta sostanza.

Things We Lost In The Fire (id., 2007)
di Susanne Bier

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Dico subito che non ho visto Dopo Il Matrimonio, cosa per la quale fui infamato all'epoca della sua uscita e che ancora da molti non mi viene perdonata, ma io posso obiettare solo che non è colpa mia e alle volte capita che uno perda delle cose. Appena lo passano su Sky lo vedo giuro.
Intanto però Susanne Bier, che non ha pietà di me, ha fatto subito un altro film questa volta in America, un film di stampo indipendente che si fonda tutto sugli attori.
So che starete pensando come tutti: "Ma cosa vuoi parlare di questo film che non hai nemmeno visto Dopo Il Matrimonio??!?", ma ho dei sentimenti anche io.
Così Things We Lost In The Fire me lo sono visto e non mi è piaciuto, o quantomeno l'ho trovato semplicemente carino, perchè mi sembra che la parte dove più fallisca sia nel tentativo autoriale di dare un senso a quello che mette in scena. La storia della riabilitazione dalla droga di un uomo, vissuta in parallelo alla riabilitazione dalla morte del marito di una famiglia.
A mettere una pezza ovunque c'è Benicio Del Toro, che quando si tratta di fare il personaggio del drogato sdrumato nessuno è più in parte di lui, capace di suscitare ilarità e di essere perfettamente credibile anche solamente immobile con l'espressione sventrata. Una volta tanto dunque ammetto che è l'attore a dare un senso ad un film che altrimenti non riuscirebbe assolutamente a parlare con successo del concetto di "riprendersi" (dalla morte di un padre, dalla morte di un marito, dalla morte di un amico e dalla droga).

Juno (id., 2007)
di Jason Reitman

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CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Già ci era piaciuto Thank You For Smoking, commedia interessante su temi scontati (la lotta al fumo) capace di prendere i contenuti più canonici, dalla difficile paternità, alla dualità lavoro-famiglia, alle contraddizioni del sistema americano, e dargli una forma fuori dal comune e molto divertente.
Juno si inserisce pienamente in questa tendenza e mostra il rifiuto della maternità da parte di una ragazza di 15 anni (ma con una sua implicita accettazione dato che l'aborto non viene nemmeno preso in considerazione) che cerca e trova una coppia che possa prendere il suo bambino.
Il film però più che somigliare a Thank You For Smoking ricorda più Little Miss Sunshine per come sa scientificamente mettere in scena un cinismo solo apparente, che nasconde invece buonismo a palate, mettendo in scena una società dove tutti si vogliono bene alla fin fine.
Non che sia necessariamente un difetto, tuttavia è evidente che Juno costruisce situazioni e personaggi divertenti e affascinanti a tavolino, nel senso che tutto è carinissimo e coinvolgente senza che ci sia una vera motivazione o delle cause concrete. Insomma la definizione di ruffiano.
Però a questo punto vorrei fare una piccola difesa del ruffiano, nel senso che se è vero che ciò che è ruffiano non è autentico e quindi un po' meno stimabile, è anche vero che entrare in una sala e vedere un film indubbiamente divertente che sa conquistarti (anche se bara e usa trucchetti bassi) è quasi lunsinghiero, nonchè piacevole e rilassante. Nel caso particolare poi Juno è fatto molto bene, raccontato con leggerezza e spensieratezza. Preferisco considerarlo un bellissimo filmetto più che un filmone mancato.

25.10.07

King Of Kong A Fistful Of Quarters (id., 2007)
di Seth Gordon

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EXTRA
FESTA DEL CINEMA 2007

Viene ad un certo punto il momento di mettersi da parte come spettatore presunto imparziale e ammettere la sconfitta del freddo occhio obiettivo a favore del sentimento.
King Of Kong è stata senza dubbio la proiezione più soddisfacente della festa, un documentario indimenticabile per chi è cresciuto con i videogiochi (specialmente quelli anni '80) e ha avuto molti punti di contatto con il mondo dei malati, dei nerd, dei fumettari ecc. ecc.
King Of Kong è l'impietosa e romanzesca cronaca di un evento epocale: dopo 20 anni il record mondiale di Donkey Kong viene batttuto, un uomo invia la videocassetta all'entità suprema che regola questi punteggi (governata da un individuo spettacolare) la quale non omologa il risultato per sospetta manomissione della macchina. L'uomo si presenta al primo torneo dal vivo e raggiunge un punteggio non identico a quello della cassetta ma comunque da record. Quello che segue, la risposta del detentore del titolo in carica e la grande sfida che prende vita non posso raccontarle perchè sono un continuo colpo di scena.
Si scopre così non solo un sottobosco di gente che campa sui videogiochi retro e sui tornei, ma soprattutto si scopre che Donkey Kong è un videogioco tra i più difficili mai realizzati, al limite del posseduto, impossibile da finire (solo 2 persone nella storia del gioco sono arrivati alla fine).
Contemporaneamente e inevitabilmente il documentario è anche un viaggio nell'universo nerd, nei suoi sistemi iper precisi fatti di arbitri, regolamenti, esaltazioni, competizioni, culti della personalità, cavalieri e scudieri e (ovviamente) continui riferimenti a Guerre Stellari.

"Quando vuoi che il tuo nome sia scritto nella storia devi pagarne il prezzo" dice Bill Mitchell, campione del mondo in carica di Donkey Kong dal 1982, individuo venerato nella comunità al cui solo ingresso nelle sale giochi la gente smette di giocare. Ma arriva Steve Wiebe, da lontano, uno sconosciuto che dice di aver battuto il suo record, la trama perfetta. E la sfida tra i due è mostrata dall'abilissimo Seth Gordon in maniera puramente narrativa, come si trattasse di un film di finzione, adottando stratagemmi anche bassissimi a volte (come ascoltare le conversazioni telefoniche di nascosto e riprendere senza essere visti) per ottenere il massimo dell'empatia.
Alla fine quello che si vede sullo schermo è incredibilmente uno scontro titanico tra il bene (lo sfidante semplice e pieno di cuore) e il male (il campione arrogante, superbo e sprezzante) nel quale non si può non fare il tifo.
Siccome ho premesso che non sono imparziale linko il giudizio di rotten tomatoes e il trailer.

Across The Universe (id., 2007)
di Julie Taymor

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Il nuovo film di Julie Taymor è un sorprendente musical (o opera rock che dir si voglia) che rivisita le musiche dei Beatles.
In piena continuità dunque con quanto proposto dai musical moderni (che utilizzano musiche non originali e soprattutto non nuove), anche la Taymor riprende musiche note e famose, rielaborandole per poterle proporre in chiave moderna.
Ma la diversità di Across The Universe da tutti gli altri musical è che (a detta della stessa autrice) questa volta sono state le parole delle canzoni ad ispirare il musical, a fare la trama e i personaggi (che si chiamano Lucy, Jude e tutti nomi da canzoni dei Beatles), tutto parte da lì, e questo ad un certo punto un po' si sente nel senso che è un racconto un po' lungo (nonostante una durata standard) e che procede in tantissime direzioni diverse, smarrendo alla fine i semi piantati all'inizio.
Ma ad ogni modo il film è piacevolissimo, girato molto bene e colmo di idee (bellissima la prima sequenza in cui il protagonista solo sulla spiaggia comincia con "Is there anybody going to listen to my story? All about a girl who came to stay?").
Soprattutto Across the Universe finalmente fonde due universi finora contigui ma distanti quello dei musical e dei videoclip. Per la prima volta (a mia memoria) un musical d'alto profilo incorpora moltissime sequenze che potrebbe essere videoclip autonomi, con stili e tecniche sempre diverse fuse a quelle cinematografiche più tradizionali.

Clint Eastwood, Le Franc Tireur (id., 2007)
di Michael Henry Wilson

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FESTA DEL CINEMA 2007

Ammetto che mi aspettavo molto da questo documentario sul grande Clint e invece esce ben poco.
Molto concentrato sull'attualità (la post produzione di Letters From Iwo Jima) e poco propenso a trattare della formazione di Eastwood (il periodo Leone è liquidato in 3 minuti), Wilson si limita ad inquadrare Clint che parla in diverse situazioni proponendogli domande tranquille e scontate.
Non c'è un contraddittorio forte, non viene messo in difficoltà su nulla, nè costretto ad ammettere niente di particolare, non ci sono considerazioni valevoli (e non che Clint non ne abbia!), nè c'è uno scontro di intelligenze (come avviene solo per i migliori documentari sui registi fatti da registi).
Poche le immagini di repertorio al pari dei racconti. La maggior parte del tempo è utilizzata per raccontare la storia della carriera di Eastwood e per parlare della realizzazione del dittico su Iwo Jima.

Heima (id., 2007)
di Dean DeBlois

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FESTA DEL CINEMA 2007

L'atteso documentario sulla parte terminale della tournèe mondiale dei Sigur Ros, è come ci si aspettava, cioè come la loro musica.
Si tratta di un racconto del viaggio del gruppo islandese nei tanti piccoli centri della loro nazione e dei molti piccolissimi concerti che hanno tenuto (si tratta di eventi a cui hanno partecipato in media un centinaio di persone).
Inseriti in un paesaggio impressionante e ripresi con un gusto tutto particolare per la fissità delle immagini, i Sigur Ros, si muovono con atteggiamento straniante (e come poteva essere altrimenti) nel loro paese.
Di volta in volta illustrano le particolarità del luogo dove si troveranno a suonare e il motivo che li ha spinti lì (l'ex stabilimento ittico, la grande piana che sarà presto allagata per la costruzione di una diga ecc. ecc.), poi le loro musiche e le riprese che si distaccano quanto più è possibile dall'estetica ipercinetica da videoclip e inseguono invece la lentezza e la fissità eterna dello scenario naturalistico.
Un film (ed è stato già detto ma è vero) dove i silenzi sono importantissimi, cosa che sembra una cretinata mondiale, ma invece una volta messa in pratica (e bene) si rivela fondamentale.

Heima significa "patria", lo spiegano all'inizio, ma chi aveva bisogno di questa traduzione si merita di vedere bruciato il patentino da cinefilo.

Into the Wild (id., 2007)
di Sean Penn

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Mi aspettavo il vero polpettone americano "impegnato", dati i trascorsi di Penn e le due ore e mezza di durata, invece insospettabilmente Into The Wild è un film molto più interessante di quello che possa sembrare.
Non propone morali, nè valori, nè messaggi univoci, parla di civiltà e natura ma anche di America, affetti e sentimenti senza servire facili soluzioni semplicistiche. A partire da una storia vera Penn con qualche idea di messa in scena (come il continuo contrappunto tra il racconto della storia in maniera lineare e quello che dovrebbe essere il suo apice finale, cioè l'arrivo in Alaska) si limita a mettere in immagini (ma che immagini! Quelle dell'America dei grandi spazi, della natura incontaminata e un po' anche della frontiera) il semplice scorrere degli eventi, secondo le tipiche dinamiche del viaggio (che prevedono il continuo alternarsi di situazioni e personaggi).
Una volta tanto quindi la durata non è esagerata ma necessaria, le due ore e mezza sono anche poche per portare lo spettatore nell'altro mondo che il protagonista cerca, per farlo aderire lentamente al punto di vista di una persona che molla tutto (terribile la scena in cui brucia i soldi) per vivere da nomade. Salvo poi ribaltare tutto alla fine.

Terrence Malick: L'Incontro - Quello che non leggerete sui giornali

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INCONTRI D'AUTORE
FESTA DEL CINEMA 2007

Rimandandovi ad altre sedi per la cronaca dell'evento (quali domande, quali risposte e che film proiettati) mi preme invece raccontare Malick, oggetto della curiosità dei più e insondabile mente cinematografica.
Da come si era intuito da indiscrezioni, aneddoti e interviste lui è un tipo molto divertente, alla mano, semplice e informale, molto differente dal cinema che fa. Ha raccontato che per quella sua unica comparsata cinematografica (in La Rabbia Giovane) voleva unicamente fare delle prove per l'assenza dell'attore prescelto per quel minuscolo ruolo, in modo da girare più velocemente la vera sequenza il giorno dopo, ma non riusciva a fare la scena perchè ogni volta che vedeva Martin Sheen non riusciva a non ridere, gli faceva strano la faccia che faceva sul set... Alla fine poi l'hanno convinto a tenere quel frammento.
Questo per dirne una, se poi ci aggiungiamo che ha mostrato quasi unicamente spezzoni di commedie e una parte molto grottesca e ironica di un film serio (Il Posto), si ha il quadro di un uomo molto tranquillo.
Eppure l'incontro è stata una lotta per levargli qualche parola di bocca.
Come ha detto Mario Sesti prima di farlo entrare in scena si sentiva in effetti una certa aura di leggenda in quel momento, e quando ha fatto il suo ingresso Terrence era veramente il freak che ci aspettavamo. Sembrava appena dimesso da un ospedale psichiatrico, agghindato con un cappotto nero non esattamente della sua taglia e con sotto un non precisato abito. Tutto sembrava fuori posto e improvvisato addosso a lui, cosa che sommata con l'aria dimessa e taciturna lo faceva davvero sembrare un malato mentale.
Invece da quel poco che ha detto e dalla prontezza che ha dimostrato è (chiaramente!) emerso tutt'altro.
Grandissimo merito va a Mario Sesti e Antonio Monda capaci, parlando d'altro come richiesto da Malick, di riuscire comunque a tirargli fuori idee e considerazioni sul suo cinema, la sua epoca e i suoi colleghi. A mezza bocca alla fine sono anche riusciti a fargli ammettere una delle cose più importanti, che è vero che ha contribuito alla scrittura di tantissimi film dei registi suoi amici (apparteneva alla conventicola Spielberg, Coppola, Scorsese, Cimino, Cameron, Lucas, Milius ecc. ecc.) pur non risultando mai nei credits.
Ci fosse stato qualsiasi altro regista al posto di Malick, per quello che ha detto l'incontro sarebbe stato considerato un fallimento, ma con il più enigmatico e misterioso tra gli autori anche le 4 parole che ha detto sono state un vero evento.

QUESTIONE FOTO:
Avevo dichiarato che l'avrei fotografato nonostante il divieto. Ma prima di entrare, mentre ero in fila un ragazzo dell'organizzazione (che forse ha letto il blog o mi conosce bene) mi si è avvicinato e ha detto (testuali parole): "Ti prego non fare lo stronzo con le foto! Questo è capace che se ne va", sinceramente a quel punto non me la sono sentita.
Ma ancora più clamorosa è stata l'occasione piovutami in braccio dopo poco. Quando sono infatti andato alla proiezione di Into The Wild, alla fine uscendo, ho incrociato il corridoio da cui passavano Sean Penn e i suoi ospiti tra cui Malick. A quel punto avrei potuto fotografarlo e sarebbe stato il più grande aggiro di divieto della storia. Ma la cosa è avvenuta in un secondo e quando ho realizzato era passato. Ecco la differenza tra un vero reporter e un blogger.

24.10.07

La Terza Madre (2007)
di Dario Argento

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Il nuovo film di Dario Argento viene proiettato al termine di una maratona che propone le prime due parti della trilogia delle madri: Suspiria e Inferno. Rimandando ad un'altra sede la trattazione dei due film in questione, mi preme unicamente sottolineare il cuore di una maratona horror. Personalmente non avevo mai preso parte ad un evento simile (mentre di maratone ne ho fatte) e ciò che lo differenzia da altre rassegnone del genere è chiaramente il pubblico.
Il fomento era palpabile e tutto incentrato sulle parti più splatter, riporto un episodio su tutti, quando al termine del primo film la gente ha capito che non ci sarebbe stata interruzione nonostante avesse cominciato ad alzarsi, è partita la sigletta della festa del cinema che introduce ogni proiezione e le luci sono rimaste spente. A molti l'idea di due film di seguito non piaceva moltissimo e c'era perplessità, poi quando è comparsa la prima immagine di Inferno dal fondo (ma proprio dal fondo, che sembrava l'avesse detto il proiezionista) si è sentito un grido che è diventato verso la fine un urlo a squarciagola "Daje DARIOOOOOOOOOO!!!!!!!!!" e tutti si sono rincuorati e seduti.

Peccato che poi la Terza Madre, specialmente a confronto con Suspiria e Inferno, sia stato una delusione incredibile. Delusione in fondo preventivata dati gli ultimi exploit di Argento, ma resa più cocente dalle speranze maturate durante la proiezione dei primi due capitoli che per questa volta ci fosse un ritorno al grande classico.
Invece Argento, in linea con quanto fatto negli ultimi anni, cambia tono totalmente, proponendo una fotografia molto più realistica, rinunciando agli eccessi di scenografia e montaggio e puntando su una costruzione delle scene molto più sobria e canonica.
Non ci sono i punti di inquadratura particolari, i movimenti di macchina arditi, i colori sparati ecc. ecc. e siccome la trama e i dialoghi sono sempre stati il punto debole di Dario, alla fine rimane proprio poco.
L'impressione è che non ci sia stato impegno. Non dico che non ci sia stato, ma che sembra che non ci sia stato, tutto è fatto in maniera abbastanza scontata, senza guizzi nè idee di regia particolari. Manca una visione di cinema (come macchina di illusioni che non richiede necessariamente di seguire la logica) e una di mondo (come universo grottesco denso di pericoli e figure da incubo in primis tra gli uomini), cose che erano proprio il suo punto di forza di una volta. Ora il suo cinema potrebbe essere quello di chiunque altro.

23.10.07

SENSAZIONALE

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Roba da andarci in visita se non fosse che già l'hanno pulita.
Arrivo tardissimo a commentare il gesto dell'estremista di destra autodefinitosi futurista a causa della mia clausura nell'auditorium di Roma, ma queste foto mi hanno lasciato davvero basito e pieno di orgoglio per una città che sa ancora esprimere atti di una simile meravigliosa violenza artistica e fieramente estetica.
La tonalità di rosso usato non so se sia casuale (e in fondo poco importa) ma è bellissima, un effetto con il bianco del monumento incredibile. Segno di una possibile, anzi possibilissima modernità del patrimonio antico, base da cui partire e rielaborare per opere moderne.
Che peccato che nessuno abbia filmato per bene lo spandersi del liquido... Ci sono solo alcune brutte immagini della sicurezza, ma niente di che...

The Dukes (id., 2007)
di Robert Davi

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Robert Davi è un bel volto da cattivo di serie B, e come spesso capita queste facce da cattivo quando passano alla regia sono degli insospettabili teneroni.
E infatti The Dukes è una commedia tenera e pietosa (nel senso di piena di pietà, no che fa pena!) su un gruppo musicale degli anni '60 poi fallito per crisi interna e sui sopravvissuti che cercano di sbarcare il lunario nella Los Angeles moderna, dovendo mantenere famiglie, pagare i conti e magari sperare di tornare in scena.
Umorismo semplice e tranquillo, ritmo andante ma non troppo (con continui sottofondi italianeggianti tra i quali spunta spesso Paolo Conte) e un generale mood tra il grottesco e l'ottimista che alla fine rendono una pellicola che non è nulla di che, una piccola operetta piena di cuore.
Poi ci metti pure Chazz Palminteri, figura ormai cult di un certo cinema americano e un insospettabile Peter Bogdanovich...

OFF TOPIC - Il sito di Buy 'n' Large

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Rapidamente segnalo l'iniziativa senza precedenti della Pixar nella campagna di hype che ci porterà tra (si spera) meno di un anno a Wall-E.
Hanno fatto uscire quest'ultimo video promozionale a cui accompagnano la pubblicazione del sito di Buy 'n' Large la compagnia che nella finzione dovrebbe essere la produttrice di Wall-E...
Il sito è pieno zeppo di informazioni e io non ho tempo di guardarle, ho visto solo le foto degli altri prodotti (e quindi personaggi del film). Con tutta probabilità mi sento di azzardare che tra le righe delle cose che ci sono si nascondono moltissime indiscrezioni sulla trama.

Leoni Per Agnelli (Lions For Lambs, 2007)
di Robert Redford

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FUORI CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Il film politico americano. Un genere a tutti gli effetti direi ormai, con le sue figure archetipe e il suo andamento standard. Il politico corrotto ma abile, il giovane pieno di ideali che combatte per un paese migliore e il giornalista morale, tutti incastonati in un microcosmo che sembra ignorare i grandi eventi, concentrato unicamente sul quotidiano.
Redford da sempre è un appassionato di questo tipo di cinema, uno di quelli che più se n'è occupato direi, sia da attore che da autore, sempre con una prospettiva liberal naturalmente (i conservatori come Eastwood non fanno film politici con questo stile). Ma in Lions For Lambs Redford sembra quasi più conservatore dei conservatori.
Abbiamo preso in giro per una vita i francesi con il loro mito e la grandeur, ma ora gli americani stanno andando decisamente oltre. Quando un noto liberal fa un film che va contro l'amministrazione e decide comunque di puntare tantissimo sulla retorica delle lacrime davanti alla bandiera, dei "nostri magnifici ragazzi", dei saluti militari e del popolo dei coraggiosi, siamo al massimo possibile del nazionalismo.

Idealismi a parte il film è francamente noioso, incentrato su tre diverse scene che si intrecciano (l'ufficio di un professore che cerca di convincere uno studente promettente a mettersi in gioco per cambiare il paese, l'ufficio di un importante politico che in un'intervista in esclusiva cerca di convincere la reporter che vinceranno la guerra, e l'avvio di un'importante operazione militare in Afghanistan).
I tre piani del racconto gradualmente si intrecciano sia per valori e simbolismi che per motivi di trama, anche se sostanzialmente viaggiano autonomi (cosa anche apprezzabile), non fosse che poi il cuore di tutto è davvero solo la retorica di "credere nel nostro paese", fatta mostrando chi ci crede operativamente (soldati), chi crede solo in se stesso (politico), chi riscopre gli ideali (giornalista), chi li ha sempre conservati (professore) e chi scopre di averne (studente).

Barcelona Un Mapa (id., 2007)
di Ventura Pons

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CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Un viaggio nella vita di 5 personaggi legati da un'unità di luogo (due padroni di casa, due inquilini e una vicina di casa), nei loro sentimenti nel loro passato e per estensione nella storia spagnola e di Barcellona.
Un progetto ambizioso ma terribilmente teatrale, fatto di dialoghi, recitazione ostentata e pochissimo cinema, nel senso che nonostante i rapidi flash di immagini su alcuni racconti, per il resto è tutta una questione di testo e di rievocazione verbale.
Ma soprattutto sono le storie e i personaggi che reggono poco, il calciatore fallito, la cuoca incinta per disperazione i coniugi anziani in cerca di riscatto ecc. ecc. un universo di disperati che poi non è così disperato, che si tiene sempre in ballo con il buonismo, tanto che anche l'espediente finale con cui viene inserito un po' di soprannaturale nel reale (cosa che solitamente mi piace) risulta ridicolo.

22.10.07

Noise (id., 2007)
di Henry Bean

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

Lo spunto di questa commedia con Tim Robbins è veramente veramente esile. Il gravissimo problema dell'inquinamento acustico nelle grandi metropoli. Che viene poi allargato come fosse chissà quale insormontabile difficoltà (senza considerare che solo poche tra le grandi metropoli ne soffrono, e il mondo, ma anche l'America è fatto di campagne e provincie).
Partendo da questo Bean mette in scena una serie di situazioni indubbiamente divertenti, anche in virtù di un William Hurt decisamente in parte (sbaglio o non l'avevamo mai visto in un ruolo puramente comico e caricaturale?). In Noise, se non altro, ce n'è per tutti e non per una sola categoria.
Eppure nonostante alla fine l'intento sia quello di narrare di una storia di disobbedienza civile (con un'apologia abbastanza inedita) nel suo senso più lato, non riesce a staccarsi dal suo tema contingente, la lotta contro la terribile minaccia degli allarmi delle auto che suonano senza motivo disturbando il vicinato.

Giorni e Nuvole (2007)
di Silvio Soldini

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FUORI CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Di Soldini mi ero perso la svolta più seriosa, nel senso che ero rimasto a Pane E Tulipani e Agata E La Tempesta, che peraltro mi erano molto piaciuti (più il primo a dire il vero).
Scettico come ero mi sono dovuto ricredere davanti a Giorni e Nuvole, la storia di una coppia borghese che affronta una crisi economica e gradualmente perde tutto, un'opera seria e contratta, dove gli eventi sono raccontanti in maniera semplice e diretta e con pochi eccessi panici. Poi sono anche un po' un amante di queste storie di uomini che perdono tutto, del caos che domina e sull'impossibilità di governare in toto la propria vita.
Senza prendere dal cinema francese e senza appoggiarsi (almeno non eccessivamente) al già visto, Soldini procede per un percorso suo, come già detto all'insegna della semplicità. E una volta tanto la critica alla mentalità borghese e a questa società capitalista e materialista che bla bla bla bla... non è fastidiosa, anzi moderata e per questo più efficace.
Rispetto al cinema italiano più noto mi ha stupito come Soldini non abbia forzato la mano sul sentimentalismo blando, nè sulla riscoperta di una dimensione panica della vita e nemmeno su una supposta miglioria alla qualità della vita che viene da uno stile meno opulento. Un uomo che perde tutto è una tragedia, e grossa. Ma la vita va avanti comunque e per forza e ci si abitua a tutto.
In fondo c'era da aspettarselo, ho pensato uscendo, anche Pane e Tulipani e Agata e La Tempesta si distinugevano per come, senza nessuna enfasi ma normalmente e con sobrietà mettevano in scena uno stile di vita alternativo.

Caotica Ana (id., 2007)
di Julio Medem

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FESTA DEL CINEMA 2007

Proprio no. Ecco il cinema che non vorrei mai vedere, quello che ad uno stile banalmente autoriale (ancora con la macchina a mano come mezzo di espressione autoriale e non strumento funzionale a qualcos'altro?), aggiunge anche personaggi e ambientazioni banalamente autoriali (ancora con gli artisti giovani che vivono in una specie di comune e fanno opere giovanilistiche ma pienissime di significato?).
Pieno di ruffianismi, espedienti furbi (il conto alla rovescia metacinematografico come l'ipnosi) e situazioni che cercano la commozione o l'immedesimazione nella maniera più scontata, Caotica Ana ha anche un finale veramente inguardabile, un tracollo dalla già non felice posizione del resto del film.

Fear(s) Of The Dark (Peur(s) Du Noir, 2007)
di Christian Hincker, Lorenzo Mattotti, Marie Caillou, Pierre di Sciullo, Richard Mc Guire

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CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

L'atteso film a sorpresa (soprattutto perchè si tratta di un cartone animato), Peurs du noir, è un'opera con molti autori (almeno 5), ad episodi, che indaga in maniera a tratti furba, a tratti banale e a tratti molto efficace i molti modi con cui la paura dell'oscurità può essere intesa.
La paura della natura, la paura di chi ci è vicino, la paura degli animali e la paura di noi stessi, tutto deriva e si fonde con la paura dell'oscurità, perchè è l'oscurità stessa (come viene mostrato) che ha tanti significati.
Lo stile di disegno è eterogeneo, nel senso che ogni diverso regista (e disegnatore) ha curato la propria parte con il proprio stile, anche se la sceneggiatura è più armonica. Tutti i segmenti sono storielle di brivido più che dell'orrore dalla struttura simile ai racconti di Poe o Lovercraft e quindi, cinematograficamente, simili all'exploitation horror a basso costo (e breve durata) di registi come Corman.
Questo non vuol dire certo che non siano sufficientemete terrorizzanti, se qualcuno mi avesse scattato una foto durante la proiezione mi avrebbe visto raggomitolato sulla sedia con gli occhi spalancati, l'espressione preoccupata e la bocca aperta.
Dispiace sottolineare come l'unico italiano tra gli autori (Lorenzo Mattotti) sia il responsabile del segmento più debole come riuscita (e non come storia), con un'animazione e una visione registica (ma non un disegno) che lasciano un po' a desiderare, specialmente rispetto ai più abili colleghi.

Before The Devil Knows You're Dead (id., 2007)
di Sidney Lumet

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FESTA DEL CINEMA 2007

E' sempre spiacevole parlare di un film mettendolo in relazione con altri per spiegare il suo modo di procedere, come se un regista dovesse sempre e per forza rifarsi a qualcun altro. Però Before The Devil Knows You're Dead, almeno per la prima parte, non può non ricordare Rapina A Mano Armata.
C'è un colpo e questo è raccontato per tre volte seguendo i tre protagonisti principali e il modo in cui hanno vissuto i 3 giorni che precedono il colpo, ogni volta mostrando elementi nuovi.
Poi però il film continua su questa strada e ricomincia il giro dei personaggi più volte per raccontare anche tutta la parte dopo il colpo (che è anche più interessante), le conseguenze e soprattutto come l'accaduto cambi tutto, ma proprio tutto nelle vite di tutti. Così alla fine (e fortunatamente) Before The Devil Knows You're Dead va oltre Rapina A Mano Armata, non nel senso che è migliore, ma nel senso che supera il legame e trova una strada autonoma.
Noiresco in maniera raffinata e moderna, lontano dal citazionismo e vicino ai personaggi, il film di Lumet conquista con un'abile miscela di cinema americano classico e piccole concessioni autoriali, riuscendo (che poi alla fine è questo che conta) a dare una visione di mondo disperato e cinico che rimane.
La costruzione atemporale (lontana anche da quanto faceva Tarantino) diventa infatti un modo di far vivere diversamente le situazioni e svelare elementi della trama in maniera da creare effetti (emozionali o di sorpresa) diversi, più efficaci.
Nonostante non sia mia abitudine questa volta non posso esimermi dal sottolineare la prestazione di Phillip Seymour Hoffman e di Ethan Hawke, che hanno un po' il film sulle spalle e assolvono alla grande al gravoso compito.

21.10.07

Le Pere di Adamo (2007)
di Guido Chiesa

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FESTA DEL CINEMA 2007

Comincia malissimo Le Pere di Adamo, con un cartone animato in 3D realizzato malissimo e una voce fuori campo/narrante che parla per frasi fatte.
Eppure con il tempo sa farsi valere grazie alla forza delle idee. L'intento infatti è veramente duro: cercare e studiare (se esiste) un possibile parallelo o un'analogia tra i movimenti delle nuvole e i movimenti sociali.
Nel calderone c'è tutto, il meteorologo Luca Mercalli, lo sciopero dei precari dello spettacolo francesi, esperti scienziati, matematici, la TAV, musicisti classici e ballerine. Tutto buttato dentro in un apparente caos che con l'incedere del documentario prende sempre più forma, una forma che è necessariamente complessa poichè vuole esporre contenuti complessi. E questa è la cosa più bella.
Impossibile riassumere le molte connessioni che vengono suggerite e mai mostrate (anche perchè molte sono arbitrarie e soggettive) al pari delle suggestioni e i piccoli stimoli che il documentario regala, nemmeno troppo riguardo il supposto tema centrale (nuvole e movimenti sociali) ma più su ciò che questi due mondi hanno in comune: il caos e la natura.

Seta (id., 2007)
di François Girard

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PREMIERE
FESTA DEL CINEMA 2007

L'impressione che quest'anno le Premiere della Festa Del Cinema siano sensibilmente più deboli dell'anno scorso viene confermato da Seta che è il tipico film tratto da libro (anzi tratto male da un libro).
Sbrigativo e raffazzonato non riesce a dare conto della complessità che vorrebbe mettere in scena e non trova (colpa anche dell'inespressivo Michael Pitt) nemmeno la più piccola ombra di commozione a fronte di tantissimi tentativi. E' proprio la programmatica voglia di poesia che affossa il film, lento nel dipanarsi e incapace di conquistare lo spettatore.
La storia d'amore a distanza, quella carnale e quella fatta di soli sguardi di questo commerciante improvvisato che si spinge con i suoi viaggi fino in Giappone per entrare a contatto con altre realtà (contatto illustrato malissimi e per stereotipi) che non riuscirà a dimenticare ricorda molto (come modo di svolgersi) lo stile intimista americano quando arriva alle sue punte di banalità, dove ogni primo piano è intenso, ogni espressione è sofferta e ogni personaggio contiene un delicatissimo mondo interiore che non vede l'ora di mostrare.
Fotografia ostentatamente pittorica e colonna sonora rintronante. Il blockbuster mascherato da polpettone autoriale.

20.10.07

Fugitive Pieces (id., 2007)
di Jeremy Podeswa

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CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Se i film biografici un po' hanno stufato (a me da molto) nulla sono in confronto ai film sull'olocausto, dei quali proporrei volentieri l'abolizione, tanto si è ormai esaurito l'universo simbolico ad essi legato e tanto non sono riusciti (loro del mondo del cinema girato) a trasformare questa categoria in genere (quello sì che avrebbe giovato!).
Detto questo Fugitive Pieces non è malaccio, ha un andamento molto lento con continui flash avanti e indietro nel tempo, durante la vita del protagonista, scampato da piccolo ad una strage in Polonia (mentre la sua famiglia ebrea è morta sotto i suoi occhi) e adottato e allevato da un archeologo greco poi fuggito dal paese.
Quella di Jakob è una storia di passione e redenzione, sul venire a patti con il dolore e in un certo modo la memoria storica, girata con stile sobrio e molto invisibile che pone una grande attenzione sugli attori.
Il cinema canadese non è mai diventato maturo eppure Fugitive Pieces, nonostante non sia un GRANDE FILM, ne ha l'andamento: lento ma costante, attaccato ai protagonisti e ai loro sentimenti riesce a dare ad ognuno uno spessore, ad ognuno una profondità e delle motivazioni, cosa che non è di tutti i giorni. In più può vantare un finale a metà tra il positivo e il negativo ma sicuramente a sorpresa.

Elizabeth: The Golden Age (id., 2007)
di Shekhar Kapur

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FUORI CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Tutto quello che vi aspettate in un filmone (leggi polpettone) storico lo si trova in questo secondo episodio di Elizabeth, che se non fosse per Cate Blanchett (che vista dal vivo è anche meglio che su schermo) sarebbe veramente trascurabile.
Con gli spagnoli ritratti in maniera veramente ridicola (vestiti solo di nero, che vivono in ambienti bui e tetri e non fanno altro che tramare, vittime di un integralismo e oscurantismo religioso), tanto da far scattare la domanda in proposito durante la conferenza stampa da parte dei corrispondenti iberici (e c'avevano le loro ragioni), gli inglesi dipinti come il popolo eletto e una retorica battagliera da propaganda, Elizabeth, quando non parla di storia vuole ritrarre il volto umano di una grande regina, piena di carisma e intelligenza ma vittima anch'essa delle passioni mortali e lo fa nella maniera più scontata possibile, dando un'aria algida e regale nel lato pubblico e istericamente passionale nel lato privato (non ce la faccio più a vedere questi grandi scatti d'ira mostrati con l'enfasi della retorica).
Anche lo stile e la forma non si distaccano in nulla dal tradizionale stile del cinema storico: fotografia, montaggio e movimenti di macchina seguono pedissequanmente le regole del genere, cercando in ogni momento l'epica o la folle introspezione.
Certo si lascia guardare Elizabeth, ma spesso e volentieri scatena un certo senso di ribellione nonchè schegge di pensiero indipendente.

La Giusta Distanza (2007)
di Carlo Mazzacurati

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FESTA DEL CINEMA 2007

La provincia italiana è uno scenario un po' abusato ma sempre valevole, personalmente non penso sia un universo i cui significati si sono esauriti, anzi, credo che in fondo essendo una realtà molto vera e presente dell'Italia offra sempre nuovi spunti.
Detto questo non credo che La Giusta Distanza, sia un buon esempio di nuovi spunti. Il Nord Est di Mazzacurati è tenero e provinciale, divertente e melanconico, oltrechè microcosmo affettivo e protettivo da cui fuggire, una visione che replica le cose migliori di Amarcord (su tutto la scena della maestra impazzita sul barcone alla deriva), Il Ciclone (la presenza affettiva e significativa dello scemo del villaggio e l'elemento estraneo che arriva a turbare gli equilibri), il cinema di Virzì (voce fuoricampo e uso espressionista del dialetto) e tutto quanto si sia occupato con successo di provincia.
In questo scenario che proprio non è il massimo dell'originalità si instaura una storia di passione e di integrazione razziale/religiosa tra un'italiana e un tunisino (se non sbaglio, ma potrebbe anche essere marocchino, ammetto di non ricordare bene), all'interno della quale La Giusta Distanza è il distacco che un giovane del luogo, che aspira a fare il giornalista, dovrebbe tenere dai fatti per poterli riportare con efficacia, ma sarà proprio non tenendola che riuscirà là dove tutti hanno fallito.
A parte che il principio della giusta distanza dai fatti è sacrosanto (ma queste sono posizioni ideologiche), la cosa molto fastidiosa della trama è come si ribadisca la trita morale dei diversi che in realtà sono buonissimi, mentre le cose peggiori vengono proprio da chi sembra più normale. Proprio pensiero alternativo da quattro soldi.

Nonostante le molte critiche alla fine non si può però non dire che il film si lasci guardare, ma per la visione molto micro e l'approccio francamente poco cinematografico, mi ha fatto più pensare ad un prodotto televisivo che altro.
Senza nulla togliere alla produzione per la tv, mi sembra che La Giusta Distanza potesse essere una bellissima fiction piuttosto che un brutto film.

Hafez (id., 2007)
di Abolfazl Jalili

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FESTA DEL CINEMA 2007

Il film iraniano in concorso spiace dirlo è in linea con quanto visto fino ad ora in fatto di cinema proveniente da quella macroregione.
Si tratta di un cinema che porta un po' più avanti il concetto di stile semidocumentaristico, perchè diversamente dai Dardenne (per fare giusto un esempio) Jalili (che produce, fotografa, comnta, musica e dirige) non si maschera dietro un finto documentarsimo (che nasconde una profonda conoscenza delle tecniche di narrazione), ma adotta proprio un andamento asettico dove non esistono i consueti artifici narrativi e i fatti sono esposti in una sequenza logica.
Si potrebbe dire che la fabula è identica all'intreccio, non fosse per qualche ellisse necessaria a mostrare un arco temporale ampio in meno di due ore. A questo si deve aggiungere una trama (trama???) lontana dalla nostra sensibilità, tutta incentrata sul racconto della nascita di una nuova confessione e su una figura pseudo messianica (ma chiaramente non in senso cristiano) nella modernità che si scontra con le leggi antiche e i dogmi religiosi.
Ci sono molti richiami e rimandi non facili per lo spettatore occidentale a rituali, leggi e tradizioni di altre religioni che certo non aiutano e soprattutto il film manca di ogni astrazione. Non c'è racconto parallelo, non c'è una velleità di comunicare più significati a partire da un intreccio nè di converso la volontà di comunicare sensazioni a partire dalle immagini.
C'è solo un racconto scarno e quasi didascalico.

Un'Altra Giovinezza (Youth Without Yout, 2007)
di Francis Ford Coppola

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FESTA DEL CINEMA 2007

Non ho parole.
Il grande ritorno di Coppola al cinema di finzione prodotto in autonomia, il grande ritorno da indipendente con idee proprie, troupe leggera, riprese in digitale e basso budget è una vaccata come raramente se ne sono viste.
Chi l'avrebbe mai detto...
Un'Altra Giovinezza è semplicemente insalvabile. Non è opinabile, non è soggettivo, non è complesso, non è intrigante e non è nemmeno denso di cinema. E' semplicemente un film sbagliato per il quale vale la pena rispolverare la massima di Morando Morandini secondo cui "il peggior film possibile lo si ha quando al massimo delle intenzioni corrisponde il minimo dei risultati".
Con Un'Altra Giovinezza Coppola tenta una riflessione a cavallo tra la filosofia e la storia, tra le radici umane e i sentimenti senza riuscire a raggiungere nulla di tutto questo e senza nemmeno intrattenere.
E' incredibile come quello che senza dubbio è e rimane un grande uomo di cinema sia stato in grado di sbagliare così clamorosamente un film che non ha giustificazioni per non essere almeno decente. Questa volta non ci sono studios che tengano, non ci sono esigenze produttive che reggano. Questa volta aveva tutto quello che voleva e semplicemente non è riuscito. Per niente.

DOVE E QUANDO VEDERLO
(se volete farvi del male)

19.10.07

My Very Best Friend (Un Chateau In Espagne, 2007)
di Isabelle Doval

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ALICE NELLA CITTA'
FESTA DEL CINEMA 2007

Scritto e diretto da Isabelle Doval (in passato attrice) My Very Best Friend è una vera sorpresa.
Si tratta di uno di quei film dove i bambini attraverso piani e sotterfugi sagaci gabbano il mondo degli adulti, uno dei generi più odiosi e brutti che possano esistere, eppure la Doval riesce a scrivere e girare una piccola perla che nonostante l'implausibilità del tutto, confeziona alcuni personaggi davvero riusciti (il bambino franco spagnolo e la madre del suo amico in primis), con un umorismo davvero divertente.
E soprattutto (cosa rarissima) azzecca in pieno il finale, con un'interruzione in un momento inaspettato che ha molto più significato di tante possibili code.

Certo l'inizio è proprio I 400 Colpi, e non sono io che ogni film francese con un bambino che vedo dico che ricorda I 400 Colpi, sono loro che lo fanno iniziare con una scena in classe in cui il maestro (uomo) rimprovera duramente il protagonista perchè fa lo sbruffone, poi riprendono gli amici per le strade di Parigi e infine mettono in bocca a dei francesi la frase-citazione in inglese "Where is the father?". Non sono io, sono loro!

Forbidden Lie$ (id., 2007)
di Anna Broinowski

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EXTRA
FESTA DEL CINEMA 2007

Partito come un documentario a tema sul clamoroso successo editoriale di un libro scritto da un'autrice giordana su un delitto d'onore occorso ad una sua amica, il documentario di Anna Broinowski è una lenta discesa nell'uinverso della menzogna. Ma una discesa involontaria.
Infatti dopo aver mostrato il successo editoriale arriva l'altra campana, quella di chi (in Giordania) sostiene che almeno il 70% delle cose narrate e descritte siano assolutamente fasulle. Con una serie di prove apparentemente inoppugnabili in molti si misurano con lo smascheramento delle inesattezze del libro.
A questi risponde per gradi l'autrice dicendo anche di poter dimostrare ciò che ha scritto. E si va avanti così in un continuo botta e risposta a distanza tra chi accusa e l'autrice che si difende con continue (sempre diverse) giustificazioni. Ma la cosa più sorprendente è che ad un certo punto il documentario palesemente sfugge dalle mani della stessa autrice costretta a comparire in campo in stile Michael Moore, perchè i fatti si fanno sempre più incredibili e gradualmente si passa da un'indagine sulle supposte menzogne del libro ad un'indagine sulla vita dell'autrice, che si rivelerà ben più ardua.
Non vi rovino il finale (nonostante possa sembrare che ho raccontato tutto il documentario non sono arrivato nemmeno a metà) perchè ne vale davvero la pena.

Con stile molto molto curato e una fotografia sempre inventiva Forbidden Lie$ indaga in vera profondità, non disdegnando di sporcarsi le mani con riprese in stile amatoriale quando serve e utilizzando moltissimi e intelligenti espedienti di montaggio per raccontare al meglio una storia complicatissima e piena di personaggioni.

18.10.07

Aderisco!

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Come non aderire alla campagna di montatura dell'hype alla quale invita Valido...... Potrebbe essere il capolavoro inconsapevole del 2008, ricevendo la statuetta direttamente da Rocky Balboa.

Donne Assassine (2007)
di Herbert Simone Paragnani

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EXTRA
FESTA DEL CINEMA 2007

Paragnani gira come un regista degli horror italiani anni '70, il che è un bene. Nel senso che almeno si cerca di attualizzare e ripercorrere quella che è la scuola italiana.
Si tratta di punti di inquadratura molto particolari, montaggio spezzato, riprese strette e pochi piani sequenza ma arditi.
Eppure la storia è quanto di più canonico ci possa essere. All'ombra della mole una donna tutta casa e chiesa (per davvero) conosce una peccatrice incallita, diventa sua amcia e subito si capisce che intrattengono una relazione lesbica. Il tutto narrato attraverso le testimonianze degli amici perchè una delle due è morta. Quale e come si scopre solo alla fine.
Dunque c'è anche il tipico espediente da horror all'italiana cioè l'elemento chiave che arriva all'ultimo momento e sorprende. Ma in realtà non sorprende per nulla, anzi nulla sorprende in Donne Assassine. Solo la recitazione stentata. Peccato.

Recta Provincia (id., 2007)
di Raoul Ruiz

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FUORI CONCORSO
FESTA DEL CINEMA 2007

Recta Provincia è un film sul racconto i racconti e le tradizioni popolari.
Orchestrato secondo una modalità a scatola cinese percui diversi racconti vengono aperti all'interno di altri racconti, in un continuo rimando che a tratti ha anche personaggi in comune.
Il film procede con un andamento volutamente lento e purtroppo anche didascalico. Ad essere messo in scena è il mondo delle tradizioni popolari cilene, lo spiritismo, il cristianesimo che si fonde con il superstizionismo e la semplicità della povera gente che sfocia spesso e volentieri (in maniera sempre più esplicita a mano a mano che si procede verso il finale) nella filosofia spicciola.
Certo stupisce la passione per il racconto e la volontà di esplorare le potenzialità e la forza delle tradizioni aurali (tutti i racconti di diavoli e angeli contenuti nel film sono tratti da autentiche tradizioni popolari), che mettono costantemente in scena un mondo di diavoli mischiati ad esseri umani ed entità angeliche che invece sono assenti, giusto un vago eco nei ricordi e nelle credenze.
Il modo di presentare storie dentro storie, tutte narrate da uno dei protagonisti, mi ha ricordato una puntata dei simpson che funzionava a questo modo con un personaggio che racconta una storia nella quale un altro ne racconta un'altra e via dicendo. Però nel caso dei Simpson, fermo restando il gusto narrativo spicciolo, c'era molta più ironia e senso della presa in giro verso quello che si stava facendo mentre in Ruiz c'è più snobismo.

Pop Skull (id., 2007)
di Adam Wingard

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EXTRA
FESTA DEL CINEMA 2007

Cominciamo subito alla grnde la Festa Del Cinema 2007 con uno dei film più attesi per la sezione EXTRA (quella dei formati e dei film più particolari).
L'ha annunciato Mario Sesti in più occasioni presentandolo come la chicca della festa e in effetti (non ho visto il resto) è un film decisamente particolare.
La partenza è budget limitato, opera indipendentissima e attori improvvisati, ma la mano, la fotografia e il modo di procedere sono, non solo molto personali, ma soprattuto convincenti.
Una storia di dolore in seguito alla fine di un rapporto, vissuto in maniera schizzata e allucinata perchè il protagonista per tutto il film si imbottisce di medicinali.
Per queste cose si scomoda sempre il paragone con Lynch (come non c'è linearità arriva lui) che in questo caso è sbagliato, perchè il buon Wingard cerca decisamente una strada autonoma e non lascia che la forma prevalga sul contenuto, anzi.
Stranamente per questo tipo di film c'è una fotografia e un modo di tenere in mano e muovere la macchina pazzeschi, molto molto meglio di tante produzioni professionali e il modo particolare in cui è montato fa guadagnare al film l'etichetta di "giovane" quando invece di giovane ha ben poco.
Veramente niente male.

17.10.07

Faccio partire il cronometro

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YouTube ha oggi annunciato i filtri.
Finalmente dopo mille promesse e ritardi ha deciso di implementare un sistema che gli consenta di filtrare i contenuti uploadati identificando subito se contengono materiale sottoposto a copyright e bloccandolo.
Ora sta alle case di produzione fornire il materiale che componga la libreria delle immagini da bloccare, il che vuol dire che per molto tempo i film più vecchi o meno importanti potranno girare liberamente (forse anche per sempre), mentre le cose nuove no da subito. Cioè non dovrebbe più essere possibile una cosa come mettere da subito spezzoni del film dei Simpson mentre è al cinema.
Ancora di più da YouTube dichiarano che è loro intenzione rendere il database libero, quindi chiunque altro abbia un sito simile potrà usufruire della loro tecnologia e della loro ricerca (si sospetta previo pagamento di un obolo) per filtrare i suoi contenuti.

YouTube mira quindi ad arrivare a gestire il sistema di filtraggio dei contenuti in video (un bel business non c'è che dire), ma anche loro sanno bene che non passerà molto prima che si trovi un sistema di aggirare il tutto.
Certo la tecnologia in questione dovrebbe essere in grado di riconoscere il film anche qualora fosse ripreso con una videocamera mentre è tramesso in televisione, per dire, percui è abbastanza robusto. Ma nella mia breve vita tecnologica troppe cose robuste e sicure ho visto crollare.
Penso davvero che sia solo questione di tempo, anche se più dell'hack aspetto di vedere la contromossa che secondo me a Google già hanno pronta in un piano tenuto nascosto in cassaforte.

Certe immagini sono immortali

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Incredibile come questa foto funzioni sempre.... Anche modificata con i colori e i neon da Wong Kar Wai è stupenda uguale...
Qualcuno sa se si tratti di un'idea originale di Godard o di qualcun'altro che si è occupato della locandina? Perchè non si tratta di un'immagine presente nel film. Almeno non nel montaggio finale.
E comunque è più dinamica l'originale con la testa di Belmondo in un'altra posizione rispetto a Jean Seberg...

Quel Treno Per Yuma (3:10 To Yuma, 2007)
di James Mangold

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Come l'originale non poteva essere e non perchè "il cinema di oggi non è all'altezza di quello di una volta" o "vuoimetterel'originale?", ma perchè Quel Treno Per Yuma di Delmer Daves era quello che si definisce "un film d'altri tempi", fatto di altri ritmi rispetto a quelli moderni, altri personaggi e altre tematiche (senza contare che si era in un'altra fase dell'evoluzione del genere western).
Ma, sorpresa, Quel Treno Per Yuma di James Mangold, non è una brutta copia dell'originale, bensì una rivisitazione che non esiterei a definire interessante.
La storia è quella ma lo svolgimento, il finale, e i personaggi coinvolti sono molto differenti. Non ci si concentra più sul duello psicologico nella camera d'hotel, ma sul rapporto tra un padre, un figlio e una figura paterna alternativa che si frappone (e qui non starò a ricordare come la paternità in tutte le sue declinazioni drammatiche è ormai il filo conduttore del cinema statunitense da 20 anni a questa parte).
I personaggi proprio non sono più gli stessi. Si tratta sempre di un contadino dalla mira buona e un noto e carismatico fuorilegge, ma le loro sfumature (com'è giusto che sia) cambiano come cambia lo scenario (siamo in epoca di western decadente e realista non va dimenticato).
E poi non va trascurato di certo il finale che, non faccio spoiler, varia di quel tanto che basta da far riflettere (che il film poi sia piaciuto o meno) su cosa mostri il cinema oggi, che tipo di storie e con che tipo di morale.
Morale che si può trarre anche dalle variazioni fatte sui personaggi. Se infatti nell'originale il bandito era pericoloso ma noiristicamente disperato (vedi il meraviglioso dialogo con la donna nel saloon) e il contadino inflessibile, abile e retto tanto da affascinare la parte nobile del criminale che alla fine si ravvede conquistato dal bene, ora il criminale è sì affascinato dal contadino e dalla sua morale ma molto più sicuro di sè, e il contadino si rivela una figura verso la quale provare pietà e compatire, invece che un uomo dalla morale verso la cui tendere. Poi ognuno tragga le sue conclusioni.

La battuta migliore comunque appartiene ad un ignoto fotografo che dopo aver atteso per almeno un'ora Russel Crowe alla conferenza stampa, dal mucchio dei fotografi urla: "Aho! Doveva pià Quer Treno Pe' Roma!"

APPROFONDIMENTO: A 50 ANNI DALL'ORIGINALE

16.10.07

Ratatouille (id., 2007)
di Brad Bird

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Finalmente è arrivato e, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, è all'altezza delle aspettative.
Sono omai 12 anni che la Pixar sforna con regolarità perle di cinema, e Ratatouille non fa eccezione.
Divertente, commovente, empatico, raffinato, citazionista e ritmato come tutti gli altri film della casa il nuovo Pixar, data anche la direzione di Bird, predilige molto di più le sequenze dinamiche e la comicità slapstick rispetto al passato e cerca sempre il richiamo alla Disney.
Pur rimanendo un film Pixar 100% mi sembra che Ratatouille sia il più disneyano tra quelli fatti finora (ma forse sono io che mi faccio influenzare dal fatto che è il primo ad uscire dopo la fusione con il colosso dell'animazione americana), lo dico per certi personaggi (il cuoco cattivo), certe soluzioni e un certo mood.
Di sicuro comunque Ratatouille è anni luce avanti a qualsiasi concorrente attuale. E' passato solo un anno da Cars, ma già mi ero dimenticato di come il mondo Pixar fosse un'altra cosa rispetto ai concorrenti. Basta solo la sequenza in cui Remy descrive i sapori a far capire tutto.

Si perchè il segreto Pixar non è tanto in ciò che narrano ma in come lo fanno. In un cartone Pixar tutto andrà come in quelli Disney, non ci sarà il politicamente scorretto, nè colpi di scena incredibili, il buono vincerà sicuramente dopo aver perso e riconquistato la fiducia degli amici, in uno showdown con il suo nemico principale, e alla fine avrà anch'egli (al pari dei comprimari) imparato una lezione di vita.
Ma è la via Pixar che colpisce sempre, le mille idee di regia che utilizzano per mettere in immagini sensazioni e concetti. Le bellissime trasparenze attraverso le quali spiegano che Remy è sotto il cappello del cuoco, il modo in cui il perfido critico culinario alla fine si ravvede (avevate dubbi??), la tanto stupenda quanto scontata sequenza dei topi che aiutano in cucina... Tutto è speciale in un film Pixar perchè hanno una precisa concezione della narrazione.

Come sospettavo nel film si cucinano unicamente zuppe e verdure, hanno evitato in ogni modo la terribile esperienza di mostrare animali che cucinano altri animali...

SPECIALE: DOVE STA ANDANDO LA PIXAR?

15.10.07

Dichiarato il film a sorpresa

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Il film a sorpresa della Festa Del Cinema di quest'anno sarà Peur(s) du noir, un lungometraggio d'animazione fuori dai soliti canoni, molto oscuro (come dice anche il titolo) presentato fuori concorso.
La nazionalità è francese ma tra i molti registi compare anche l'italiano Lorenzo Mattotti.

Molto Incinta (Knocked Up, 2007)
di Judd Apatow

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Dopo essere stato cosceneggiatore e produttore di molti exploit di quest'anno cinematografico Judd Apatow torna dietro la macchina da presa con Molto Incinta.
In questa sede si è più volte cantato le lodi di Apatow (pur se con una certa moderazione) per come riesca a confezionare ottimi prodotti con una certa continuità e con un senso della personalità non frequente.
Il mondo di Apatow è quello dei nerd, nerd adolescenti (SuXbad), nerd cresciuti (Molto Incinta), nerd che sono dei freak (40 Anni Vergine) e via dicendo. Gli emarginati dalla società dei vincenti, un po' fenomeni da baraccone un po' pupazzoni, in gran parte artefici della loro situazione. Ma mentre spesso nella storia del cinema i nerd sono stati il grimaldello per molte commedie solitamente di stampo autoconsolatorio, nelle opere che portano il marchio Apatow è tutto il contrario, c'è un senso di empatia e di comprensione che va ben oltre uno sguardo pietoso.

Siamo di fronte finalmente ad un buon cinema (non eccezionale per carità) che fa a meno del tanto vituperato citazionismo e che guarda ad una dimensione autonoma non tanto dal punto di vista della regia quanto da quello della scrittura, dove sono presenti parecchie raffinatezze.
Un cinema che parlando di situazioni comiche tradizionali (la festa dei teenager o la burrascosa relazione forzata di un uomo e una donna completamente differenti) riesce a parlare anche d'altro, di umanità e di sentimenti.
Molto Incinta è un film canonico che si eleva decisamente sopra la media per la qualità della comicità, per la sua originalità e per gli inserti e le volontà più seriose.

C'è anche chi ne critica l'ideologia a sfondo cristiano/anti-abortista. Sinceramente devo dire che non l'ho vista, cioè i protagonisti non vogliono abortire però non mi è sembrato che più di quello ci sia molto. Ad ogni modo (come da polemica già espletata sul blog in questione) non ritengo che una qualsiasi ideologia di un'opera abbia poi influenza sul giudizio inerente la sua qualità. Altrimenti La Passione di Cristo...........

14.10.07

L'Uomo Dal Braccio D'Oro (The Man With The Golden Arm, 1955)
di Otto Preminger

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Non sono un grande amante del cinema rigoroso di Otto Preminger, ma L'Uomo Dal Braccio D'Oro ha saputo conquistarmi. Forse perchè si allontana dalla classica durezza razionale del regista o forse perchè proprio con la sua delicatezza imposta dalla censura e dal fatto che fosse il primo film a prendere apertamente e di petto il problema della droga, fa sì che si parli non tanto della dipendenza da eroina ma più che altro della dipendenza in generale.
La dipendenza della moglie (che si finge paraplegica) dal marito, la dipendenza del biscazziere dal suo miglior cartaio e in fondo anche quella del disperato drogato dal suo amore.
Fotografato con un bianco e nero davvero inesorabile e soprattutto con precisissimi movimenti di macchina, chiarissimi nel dare una dimensione e una profondità alla cittadina dove si svolgono i fatti (basti pensare alle belle carrellate di quando drogato e pusher si dirigono a casa del secondo), L'Uomo Dal Braccio D'Oro, ha un senso dello spazio come raramente se ne vedono, anche in virtù della predilezione di lunghi piani sequenza ad un montaggio classico. Esemplare in questo senso la sequenza dell'iniezione della dose, magistrale per come risolve un problema importantissimo (mostrare in maniera delicata eppur coinvolgente ed esplicativa la soddisfazione da dose).
Impossibile poi non sottolineare come la prestazione di Sinatra sia impeccabile, eppure forse più che Sinatra a me ha colpito Kim Novak, perfetta nel suo essere funzionale al grande Frank. Il suo personaggio infatti non ha grandi sfumature nè particolari momenti intensi, ma la sua fisicità e la sua presenza in certi punti (specialmente nel momento della disintossicazione) sono fondamentali per capire in profondità la sete d'amore insaziabile del mazziere drogato.