20.8.08

L'Uomo di Paglia (1958)
di Pietro Germi

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Tra il 1956 e il 1959 Germi ha girato gli unici tre film nei quali compare come attore (in tutti i casi come protagonista) di cui i primi due, Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia, sono degli asciuttissimi melodrammi mentre il terzo (Un Maledetto Imbroglio) è uno dei migliori noir italiani (dopo di questo vengono comunque gli splendidi southern che sempre Germi realizzava ad inizio carriera).

In particolare Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia sono intimamente legati dalla medesima ambientazione e quasi il medesimo cast anche se la realizzazione non è esattamente identica. Lo scenario potrebbe infatti essere lo stesso e i due film essere l'uno la continuazione dell'altro (se non fosse che il protagonista di L'Uomo di Paglia non è un ferroviere), ma stilisticamente L'Uomo di Paglia opera una sterzata molto più netta verso il melodramma e lascia di sfondo la critica sociale (dandogli così più forza).

Ma la vera fonte di ispirazione e il vero riferimento culturale di queste opere è il realismo poetico francese unito all'esperienza del melò nostrano (il seminale e sempre presente Matarazzo). Dalla corrente francese di fine anni '30 Germi sembra prendere moltissimo, in special modo la volontà di tenere di sfondo un contesto che in realtà gioca un ruolo fondamentale, per mettere in primo piano i tormenti romantici di un uomo sbattuto ai margini della società dalla modernità.
Tali tormenti però non si misurano con il metro del noir (passioni torbide per donne perdute) bensì con quello del melò come si diceva, si tratta di azioni malvagie che hanno ricadute malvagie sui propri affetti, peccati che necessitano di un'espiazione e che nel caso specifico arriva inesorabile con un inatteso e insperato finale aperto (inusualissimo per l'epoca).

La vera fusione dei generi dunque la comincia ad operare Germi, ma la comincia con opere come In Nome Della Legge o Gelosia e poi Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia portano solo avanti un discorso che è la cifra autentica del cinema di Germi (riscontrabile anche se con qualche difficoltà in più anche in opere dalla collocazione più difficile come Divorzio all'Italiana o Signore & Signori).

Al di là di questo poi L'Uomo di Paglia è scritto veramente bene, non tanto a livello di sceneggiatura ma a livello di racconto. Si percepisce un'invisibilità registica e una leggerezza di tocco anche nell'uso della voce fuoricampo (espediente tra i più pesanti) che è davvero invidiabile.
Una simile forza nel saper raccontare riesce a soverchiare tutto, anche la recitazione pessima dei protagonisti che non sempre sono attori di calibro, come spessissimo capitava nel nostro cinema dell'epoca, dimostrando se ancora ce ne fosse bisogno l'importanza che la messa in scena su qualunque altro elemento della costruzione del film (specialmente sulla recitazione, l'unica parte che può essere pessima ma avere ancora un grande senso).

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