27.2.09

Apocalypse Vlog

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Che poi è sempre marketing per carità. Però a me Francis che si riprende mentre parla del nuovo progetto totalmente scritto da autonomamente, lui con tutte le sue contraddizioni, le sue fisse sul cinema autonomo e libero, le sue profezie sulla fine del professionismo cinematografico, il suo mettersi sempre in piazza ecc. ecc. mi compra non ci posso fare nulla.

Perdonate il titolo. Ma come resistere...

Live! (id., 2007)
di Bill Guttentag

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POSTATO SU
Destinato ad avere un po' di risonanza in Italia poichè il tema è all'ordine del giorno Live! è un film del 2007 che ancora non è uscito negli Stati Uniti.
Al centro ci sono i reality e anzi il film racconta proprio la genesi di un reality show dall'interno del meccanismo, dal punto di vista cioè del network, per capirne i meccanismi e metterne in scena la logica spietata. E già in questo prende una posizione, condizionando l'intera fruizione del film che si rivela irrimediabilmente a tesi.

Certo poi è molto facile posizionarsi rispetto alla trama, il reality cui si vuole dar vita è dei più estremi possibili: 6 concorrenti si sfidano alla roulette russa, chi non muore vince 5 milioni di dollari.
Un paradosso che viene portato indubbiamente bene sullo schermo da Bill Guttentag che segue la sua protagonista dall'ideazione alla realizzazione con lo stratagemma del documentario (nella finzione del film le immagini che vediamo sono riprese da una troupe che realizza un documentario sulla nascita di un reality) e lo fa con partecipazione e cercando di insinuarsi nelle pieghe perverse delle logiche commerciali del network non senza una certa ironia.

Ma il film vede il suo picco nel finale, quando lo show dopo tanta pianificazione, tante polemiche e tante difficoltà va in onda e i 6 concorrenti fanno la roulette russa. A quel punto l'idea forte è di cercare una vera empatia e di mostrare il lato onestamente accattivante di qualcosa così macabro.
Mentre per tutto il film abbiamo deprecato il cinismo dell'idea e la stupidità dei concorrenti quando lo show si materializza la tensione è altissima e si comprende come anche nella realtà sarebbe difficile non guardare una cosa simile. Se non altro per capire se si ammazzeranno davvero o meno.

Peccato che oltre questo non ci sia una vera messa in discussione di quella che, nell'ambiente del pubblico cinematografico, è l'idea prevalente cioè la condanna senza remore del reality. E una condanna senza remore è sbagliatissima a prescindere, perchè una categoria non è il suo contenuto.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Settimana bruttissima. Si comincia con le critiche a Bride Wars e si procede sullo stesso tono per Hotel Bau, ci si rammarica di non aver visto Nemico Pubblico n.1 e subito si procede alle previsioni per l'Oscar (quest'anno insospettabilmente azzeccate), poi le dubbiose obiezioni ad Aspettando il sole e le sicurezze su Inkheart - La leggenda di cuore d'inchiostro.

LA PUNTATA DEL 20/2/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

26.2.09

Una bionda per la vita

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Curioso come alle volte uno scriva una cosa e poi subito abbia modo di metterla in pratica.
Oggi alla conferenza stampa di Live!, presente Eva Mendes, si è parlato di adattamento. Nel film si dice ad un certo punto una cosa del tipo "Non possiamo mostrare i seni mica siamo la tv italiana" e rispondendo ad una domanda Eva Mendes ha lasciato intendere che quella battuta in originale riguarda la Francia e non l'Italia. Apriti cielo ovviamente!

Nessuno ha più toccato l'argomento concentrandosi invece sull'essere donna ad Hollywood e cose simili e io, anche in virtù di quello che ho scritto, nonostante sia reticente a prendermi gli insulti dei colleghi con domande fuori dal seminato mi sono sentito in dovere di insistere su quel punto (sennò con quale faccia mi ripresento nel blog??). Così ho chiesto al dirigente Moviemax lì presente di spiegare la questione, chi ha fatto la traduzione? chi ha autorizzato una cosa simile? il regista è stato interpellato?
Il dirigente ha risposto che è una decisione del direttore del doppiaggio che è anche l'adattore, una cosa che è in pieno diritto di fare. Fine. Ho anche insistito dicendo qualcosa del tipo "Ma come sarebbe?" ma poi la polemica è stata interrotta perchè altri dell'ufficio stampa che stavano nel frattempo facendo le loro verifiche hanno comunicato che aveva sbagliato Eva Mendes, la battuta è uguale anche in originale.
Dunque alla fine polemica rientrata (anche se si poteva insistere sostenendo che in un momento in cui si pensava che ci fosse stato uno stravolgimento nell'adattamento la dirigenza Moviemax ha tranquillamente approvato, ma diciamo che gli insulti che avevo preso dai colleghi mi erano bastati).

La cosa più divertente, che testimonia anche poi il perchè non si facciano queste domande e queste polemiche in conferenza stampa, è stato però come tipo 4 o 5 domande dopo la parola è passata a Solvi Stubing, che per chi non lo sapesse ora è una giornalista di cinema ma ha un passato da modella e soprattutto è stata dal 1965 al 1973 la bionda Peroni (la prima bionda Peroni! insomma un mito vero!), la quale prima di fare la sua domanda si è rivolta a me per rispondermi (anche con un po' di stizza) che ogni qualvolta vengono suoi amici in Italia si vergogna della nostra televisione per quante donne scosciate si mostrano ecc. ecc. Evidentemente aveva capito che io volevo difendere la tv, mentre ovviamente volevo difendere il cinema.
Solvi è e rimane un mito, ma non nego che dentro di me una voce greve e romanesca ha urlato: "Ah Sorvi! Era mejo quando le cosce ce le facevi vedè te!".

FlopTv

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Finalmente anche da noi, al pari di MyDamnChannel, TheWb.com, Spike.tv, Strike.tv (e tanti altri siti di produzione che mostrano ma anche aiutano a produrre serie per la rete), arriva FlopTv.
Arriva da Fox, che investe in Italia per una cosa simile prima che in America, e arriva con cognizione di causa. Nonostante un'inspiegabile reticenza a far circolare i video su altri siti (non si embedda e il canale YouTube non ha gli episodi delle serie), per il resto il sito è fatto bene e le serie pure.
Non siamo ai massimi ovviamente ma abbiamo fatto un passo avanti e un moderato successo o anche solo un successo di nicchia di una simile iniziativa (che comunque dal primo marzo apre le selezioni per idee e serie da coprodurre con gli utenti) possono segnare la via per gli altri e mostrare a tutti più o meno come si fa.

I Love Shopping (Confession Of A Shopaholic, 2009)
di P. J. Hogan

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POSTATO SU
Attenzione perchè I Love Shopping è uno dei film migliori in circolazione. Non lasciatevi ingannare da trailer, locandine ecc. ecc. la leggerezza sbandierata c'è (e come se c'è) ma è splendidamente orchestrata in una delle commedie più intelligenti, ritmate e meglio dirette degli ultimi anni (nota: recuperare altri film di P.J. Hogan come Insieme Per Caso e Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico).

Il film viene da una serie di libri che ignoro e che (in questa sede) non mi interessa minimamente trattare. Perchè il film ha una sua vita assolutamente autonoma, raramente in film di questo tipo infatti viene profuso talmente tanto cinema.
La trama è delle più banali e trite e l'intreccio anche (la più classica delle commedie romantiche del tipo: lui bello, ricco e pieno di ideali e lei carina ma non fatale, sentimentale e emotiva). Ma non è quello che conta. Come del resto non conta la plausibilità (siamo proprio ai livelli della plausibilità di un musical).

Conta prima di tutto il fatto che I Love Shopping ha un umorismo intelligente, contagioso, spietato senza vantarsene o sottolinearlo e ritmato benissimo ma non con le battute bensì con le soluzioni di regia (che è difficilissimo). Conta che ha uno dei personaggi principali più amorali e pessimi (nonostante guardi un attimo anche a quell'ottimismo quasi commovente di La Felicità Porta Fortuna) che ci siano nel suo genere nonostante l'OVVIA redenzione finale. Conta che è straordinariamente diretto come fosse un cartone animato (e non nel senso che i personaggi prendono botte in testa, ma nel senso che la storia è raccontata come si raccontano i cartoni). E infine conta che è il guilty pleasure per antonomasia: sufficientemente basso in apparenza da farvi vergognare di apprezzarlo e sufficientemente ben fatto per conquistarvi a livello di stomaco.

Liberiamo poi il campo anche da un'altra cosa. I Love Shopping è il primo film a mettere in scena seriamente la crisi americana e contemporaneamente a sognarne l'uscita. Neanche Sex And The City è una tale sfacciata ed esplicita apologia dello spendere, del piacere intrinseco di consumare soldi in un negozio. Tutto il film, fin dal titolo è un invito a spendere, a far girare il denaro e non tenerlo in tasca (addirittura i genitori gioiscono del non aver tenuto i risparmi in banca).
Dall'altra parte però mostra anche la crisi economica con la metafora dello shopping (che poi spiegare l'economia con metafore da shopping è il lavoro della protagonista), nel film infatti spendere follemente senza avere i soldi è ciò che manda in rovina tutto ma poi come nel classico stile americano frankcapresco, la società si fa forza intorno alle difficoltà dovute alla scarsità di soldi.
E ad un livello ancor più evidente il caporedattore del giornale di piccole risparmiatori dove lavora la protagonista, essendo il più ovvio dei belloni idealisti, si batte perchè i risparmiatori non siano ingannati da ciò che non sanno accadere nei piani alti delle società in cui investono.

Era da Dick & Jane: Operazione Furto che non vedevo un film così divertente, sagace ed amaro capace di portare a tutti non tanto la spiegazione di un fenomeno (quella la coglie chi già la conosce) ma il concetto profondo che ne è alla base e soprattutto la voglia, il desiderio e il sogno (tutto americano) di ritornare alla spesa.

Endorsement

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Non l'ho mai fatto ma mi espongo ora per tre blog di cinema che mi piacerebbe vedere nella cinebloggers connection (ma ora che ci penso, non ci andrebbe un apostrofo dopo quella s?).
Per l'approvazione finale serve anche l'appoggio di almeno altri due giudici. Dunque, se non li conoscete dategli un'occhiata e valutate se vi sembra il caso anche a voi, se li conoscete e vi piacciono approvateli nei commenti, se li conoscete e non vi piacciono fate pure campagna di denigrazione ma con moderazione.

Tomobiki Märchenland - conosce Ozu per bene, Lubitsch, Lang e Hawks. Senza che lo ammettiate pubblicamente guardatevi dentro e chiedetevi se potreste dire altrettanto. Ah! Non gli piace quasi mai nulla (condizione fondamentale!).

albertodifelice (ex Gahan at the movies) - grande compagno di litigate, non concordo quasi mai e forse è pure più formalista di me! Addirittura approva il cinema di Shyamalan e il solo pensiero che alzi i suoi voti nella connection mi irrita, però è un gran bel litigare.

Eyes Wide Ciak! - quanti cineblogger conoscete che si sono fatti la diretta dagli Oscar aggiornando in tempo reale il blog e colorando il nome delle attrici nelle foto in tinta con il vestito? Che hanno il template e spesso i post scritti in colori diversi? E infine che nutrono una passione per Il Cavaliere Oscuro e contemporaneamente un'altra (che non ha nulla di sano) per Baz Luhrmann? Ecco io dico: "We neeed Valentina Ariete!".

25.2.09

Polemiche sterili (ma veramente!)

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Oggi e ieri due conferenze stampa su due film in cui la fotografia è curata da Luca Bigazzi.
Come capita nei casi migliori, Luca Bigazzi è un direttore della fotografia talmente forte, dotato di un senso proprio del cinema e talmente abile nell'uso della luce e nella manipolazione dei colori da essere effettivamente coautore dei film cui partecipa, anzi spesso (ed è il caso dei due film in questione) è la cosa migliore dei film a cui partecipa.

Il fatto che nelle conferenze stampa non siano mai presenti i tecnici più importanti ma solo regista, qualche attore e produttore è il simbolo stesso e uno dei driver più importanti del modo mainstream di intendere il cinema. Gli unici tecnici che alle volte fanno capolino (ma è raro) sono i compositori o curatori delle colonne sonore.

Il motivo, si dirà, è che nessuno chiederebbe qualcosa al povero Bigazzi, che se ne starebbe in un angolo in silenzio, interpellato solo per dovere di ospitalità dal moderatore della conferenza e invitato a dire qualche banalità.
Io dico invece che avere una personalità simile a disposizione stimolerebbe quanti hanno domande un attimo più interessanti e intelligenti di "Quanto di te c'è nel personaggio che hai interpretato?" e che le trattengono perchè osteggiate dai colleghi più "pratici" e "navigati" della cronaca che non hanno tempo da perdere con questioni che interessano solo un numero ristretto di giornali e di lettori.

Raccontare il cinema non è raccontare la trama e raccontare il cinema è difficile. Non tutti lo sanno fare bene, quasi nessuno, non per questa bisogna abbassare il livello per omogeneizzare tutto.
Ecco l'ho detto.

L'Onda (Die Welle, 2008)
di Dennis Gansel

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POSTATO SU
Se non ne avete sentito parlare vi dico in un attimo la trama di L'Onda: all'università un gruppo di studenti viene fomentato a fare un esperimento sociologico, per capire se è possibile un nuovo nazismo oggi si impegnano per una settimana a fare gruppo, a rispettare l'autorità e vestirsi uguali ecc. ecc. insomma a fare tutte quelle cose che caratterizzano l'autarchia.

Sotto l'egida di un professore assolutamente liberale e progressista (che appunto per questo vuole mostrare loro il funzionamento di simili meccanismi) vengono portati a simulare l'emergere di un gruppo dominante che sempre di più diventa intollerante del dissenso.

Le dinamiche di conquista del consenso tipiche delle autarchie sono ben rese, nel microcosmo scolastico si replicano tutte i topoi dittatoriali: dal benessere iniziale, alla percezione dei vantaggi, dall'emarginazione del diverso all'intolleranza per le proteste, fino al percepirsi come migliori e al raggiungere le menti più semplici dando loro una ragione per sentirsi integrati.
Il fascismo e il nazismo nel loro emergere sono ben compresi dall'autore che li ricrea con dovizia di particolari e anche una certa indulgenza (non per l'ideologia certo ma per chi suo malgrado ne viene coinvolto pensando che sia meglio per tutti) che aumenta la complessità del film.

Ciò che invece non va davvero è l'idea di fondo. Non solo è assolutamente implausibile che in 7 giorni si creino dinamiche simili, così velocemente e con tale forza (ma in fondo è una forzatura di trama utile a parlare d'altro e si può tollerare), la cosa più fastidiosa è che L'Onda non tiene in considerazione tantissime altre variabili mostrando però una dovizia di particolari realistica che ha poco senso.

Per dirla in parole povere esiste già, oggi, nella vita di tutti i giorni, un sistema che inquadra i giovani, che li fa vestire tutti uguali, che li fa sentire parte di un gruppo unito, che gli dà speranza, che li coalizza contro qualcun altro, che li dota di ritualità particolari e che è fortemente incentrato su una gerarchia indiscutibile e su un sistema di simboli intoccabili. Un sistema dove non c'è possibile discussione e che dà senso alla vita dei più semplici ed emarginati tramite un'ideologia fortissima e valori dogmatici. Sono le scuole private religiose. Eppure non si ricreano dinamiche fasciste. Questo perchè esistono altre strutture parallele (la famiglia in primis) che mediano gli insegnamenti e li riportano nelle dovute proporzioni.

E poi il finale, che non anticiperò, così ricattatorio e volgarmente arrogante nel pretendere la partecipazione emotiva dello spettatore che maldispone anche il più bendisposto è tra i meno risolti mai visti.

Capisco che i tedeschi cerchino di venire a patti in tutti i modi con la propria eredità e questa rappresentazione del nazismo è quasi un atto autoindulgente (perchè, giustamente, mostra come sarebbe potuto accadere ovunque) verso le colpe dei padri che vanno assunte anche dai figli ("Ma noi che centriamo con il nazismo?" dice all'inizio un ragazzo che poi sarà tra i più fomentati), ma cerchiamo di farci dei bei film intorno...

24.2.09

Who watches the watchmen?

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Ho visto Watchmen, non ne posso parlare perchè ho firmato un embargo che prevede il mio silenzio fino al 3 marzo, ma vedendolo (e a prescindere da qualsiasi valutazione!) mi è balzata in testa una domanda che fino ad oggi non mi ero mai fatto riguardo questo fumetto portato al cinema. Ma chi se lo va a vedere???

A parte i tantissimi fan o anche semplici appassionati che l'hanno letto e sono rimasti (giustamente) fulminati, a chi altro può piacere? Cioè la storia è quanto di meno commerciale possa esistere, richiede spostamento di soldi ed è lunga, cerebrale, crepuscolare e di nicchia. Può davvero piacere al grande pubblico?

Giulia Non Esce La Sera (2008)
di Giuseppe Piccioni

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POSTATO SU
E' questo il cinema italiano che ci piace? La risposta per quanto mi riguarda è un no, grosso, tondo e pieno di sicurezze.
Non mi piace questo cinema italiano e anzi è il simbolo di tutto ciò che trovo "sbagliato". Sbagliato per tante ragioni, la prima delle quali è la più grossa di tutte: non raggiunge gli obiettivi che si pone, spara alto e manca inesorabilmente il bersaglio. E la seconda è la più spietata: non incassa così tanto da fare se non altro il bene del sistema cinema.

Piccioni vuole raccontare mondi interiori, contrasti emotivi, personaggi più o meno ordinari coinvolti in situazioni non eccessivamente straordinarie per scandagliare le emozioni di tutti noi e parlare allo spettatore tenendo i piedi per terra, ma non ci riesce quasi mai.
Punta continuamente sulla metafora, sul simbolismo e su immagini che vorrebbero essere poetiche ma che non riescono mai ad esserlo davvero. Si può davvero pretendere di fare queste cose senza saperle fare e senza essere mai riuscito a farle??

"Sembra di sentire la voce del regista da dietro la macchina da presa che dice <>" disse con efficacia qualcuno che non ricordo in un'occasione che non rammento per spiegare come in questi film si cerchi il massimo risultato con il minimo impiego di competenza. Non il minimo sforzo, perchè quello non lo so, ma il minimo movimento intellettuale. Dove l'unica novità è l'ambientazione. Stavolta la piscina.

Quanto ancora mi toccherà vedere lo straordinario Mastandrea preso in questi film che girano in tondo? Quanto ancora lo dovrò vedere lottare titanicamente per tenere alta un'intera pellicola invece che cavalcarne e magari guidarne la riuscita? Perchè mi devo appigliare alle stupende idee visive di Luca Bigazzi per non cadere nel sonno?

Non mi piacciono questi film che mettono in scena senza che ce ne sia un vero motivo personaggi intellettuali che fanno lavori intellettuali, personaggi che sono gli autori stessi oppure gli autori da piccoli. Non mi piacciono questi film che continuano a riflettere sulle vite di chi li fa, totalmente scollati dalla realtà, che non puntano mai sull'intreccio ma sul racconto di personaggi ed emozioni senza poi riuscire a farlo davvero.

Giulia Non Esce La Sera (titolo brutto in una maniera che solo noi potevamo concepire) poi a tre quarti diventa anche lento e noiosissimo. Se la storia non è appassionante e i personaggi non mostrano emozioni convincenti ma solo piccole schegge di sentimentalismo a buon mercato (e si tratta sempre di quelle schegge umoristiche), io come mi appassiono? Io da cosa rimango colpito? Dai silenzi di Mastandrea (porello)? Dalle scene sott'acqua in piscina che dovrebbero essere un sacco evocative? Dai personaggi immaginati dallo scrittore che lo perseguitano nella realtà? No sul serio quelle cose funzionano? A voi vi prendono?

Paura di città o terrore della scampagnata?

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Vedendo Il Mai Nato mi sono girate in testa un po' di considerazioni sparse sugli horror, specialmente sulle differenze di topoi tra quelli cittadini e quelli campagnoli. Ne è uscito un approfondimento per MyMovies.

Ci sono due tipi di film horror: quelli che mirano a portare gli elementi dell'orrore nella quotidianità della vita reale e quelli che invece localizzano l'orrore in un determinato luogo in cui i protagonisti, loro malgrado, lo incontrano.

Il Mai Nato appartiene alla prima categoria, quella i cui film mirano a creare un mood spaventoso che scardini alcune certezze degli spettatori riguardo la loro vita ma che spesso, proprio per la minuziosa descrizione della quotidianità, sfociano nel ridicolo non riuscendo nel loro intento di mettere in immagini un vivere minacciato dal male.

Non almeno quanto il secondo tipo di film horror, quelli come Venerdì 13 che, mostrando persone normali in contesti straordinari, spesso possono più facilmente spaventare andando a turbare le sicurezze del pubblico senza bisogno di addurre vere ragioni alla persecuzione.

Non c'è nessun mistero negli horror extraurbani ma una disarmante chiarezza d'intenti da parte di un carnefice riguardo il destino delle sue vittime alle quali, nonostante i molti sforzi, rimane la sola possibilità di cercare di procastinare l'inevitabile morte fino alla fine del film.

23.2.09

Iago (2009)
di Volfango De Biasi

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POSTATO SU
Non che non si possa rifare Otello, diciamolo subito, e nemmeno che non si possano adattare i grandi classici ad un cinema popolare, centrato più sulla trama che su altro. Anzi! Forse le opere di Shakespeare sono le più adatte ad un simile lavoro perchè dotate di intrecci formidabili e archetipici al tempo stesso, opere così forti da resistere anche alle molte storpiature. Ma De Biasi ce l’ha messa tutta.

Iago tenta un’opera di riscrittura ispirandosi (con vaghezza crescente a mano a mano che ci si approssima al finale) all’Otello originale per parlare di ambizione. E’ Iago la vittima in questa visione del dramma, perchè amava Desdemona e Otello gli ha soffiato donna e ambizioni professionali.
Una variazione sulla carta interessante per una dinamica nei secoli diventata anche abbastanza trita. Ma il grande errore del film è di prendersi eccessivamente sul serio e di puntare troppo in alto. De Biasi vuole tirare le fila del senso stesso dell’essere ambiziosi come Shakespeare faceva con la gelosia. Iago distrugge tutto per amore di Desdemona e di se stesso, per rabbia e per desiderio di aspirazione sociale (tutti fanno architettura ma al contrario degli altri Iago è povero e idealista, è più bravo degli altri, lo sa e intende arrivare in alto).

Se non bastassero dei presupposti eccessivamente ambiziosi ci si mette la realizzazione a creare dei veri problemi. Un film recitato tanto male quanto Iago non lo si vedeva da tempo e la scelta luhrmaniana di contaminare la sceneggiatura moderna scritta per l’occasione con un linguaggio aulico e alcune frasi o richiami al copione originale è deleteria in questo senso. Nemmeno Gabriele Lavia si salva nello sconcerto generale.
Volfango De Biasi predilige le metafore (anch’esse spesso prese dal Romeo + Juliet di Luhrmann come la festa in maschera) e caricando la messa in scena di simboli, ma ognuno di questi è ripreso e trattato con un’enfasi esagerata che ne rivela l’inconsistenza di fondo.

La composizione delle inquadrature è spesso disarmante, gli attori sembrano disposti casualmente e ignari di come e dove debbano posizionarsi. Il montaggio, specialmente nei dialoghi e quindi nel classico campo/controcampo, è assolutamente dilettantesco e non si capisce come mai nessuno abbia fatto qualcosa per impedirne l’approvazione finale.
Neanche la colonna sonora si salva. Incerta tra sottolineature drammatiche e autoironia la musica è usata in uno dei modi peggiori che si ricordino.

Normale a questo punto che dati simili presupposti ogni cosa risulti ridicola. Vaporidis che elogia la propria intelligenza parlando tra sè e sè, i vestiti palesemente caricaturali, i molteplici finali (ma chi ha approvato??), i mantelli che svolazzano nella notte e tutta quell’aria da trasgressione da tinello che pervade il film.

21.2.09

Femmine in Gabbia (Caged Heat, 1974)
di Jonathan Demme

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Lafactorydicorman, una parola sola, già diventato luogo comune della cinefilia spicciola e da divulgazione.
Questo è uno di quei film della factory di Roger Corman girati dai grandi registi degli anni '70, uno di quegli esordi in sordina propedeutici ai lavori futuri realizzati grazie all'instancabile fucina produttiva di Corman e del suo cinema di bassa exploitation sessuale e violenta di nicchia. Un cinema oggi impossibile da fare.

Ad ogni modo Femmine in Gabbia curiosamente ha molto poco di cormaniano. Si ci sono le nudità e si c'è la violenza ma nessuno dei due elementi ci appare mai gratuito o il fulcro fondamentale del film, anzi. Il film fa un uso realmente espressivo di questi due elementi, talmente tanto che le nudità sono ben poco eccitanti e la violenza ben poco impressionante.

La vita nel carcere femminile è ritratta con una semplicità ed un rigore che ricordano le opere cardinali francesi in materia come Il Buco o Un Condannato A Morte E' Fuggito (cosa particolarmente evidente nelle splendida sequenza in cui una condannata porta da mangiare ad un'altra in isolamento).
Ancora più anticormaniano (ma molto da Jonathan Demme) è il punto di vista su tutta la vicenda per nulla maschile. Le donne, il carcere, la possessione, l'ossessione e anche le fantasie sessuali non sono mai viste con l'occhio eccessivamente partecipe di un uomo bensì con quello più asettico del "regista" (inteso in senso ideale).

Pur trasudando serie B da ogni poro sfido chiunque a non considerarlo un film profondamente autoriale e ben poco commerciale.
L'unico interrogativo che rimane infatti è "Ma al pubblico dei film di Corman è piaciuto davvero?".
Le musiche sono di John Cale.

Una perdita per il cinema? Mah........

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Succede che muore Oreste Lionello, uno dei doppiatori più attaccati agli attori cui presta la voce. Immaginare Woody Allen senza la voce di Lionello è molto difficile. Vuoi per il timbro particolare e per la cadenza che gli aveva impresso, vuoi per un certo modo di doppiare sopra le righe che molto modifica dell'interpretazione originale, vuoi infine per una visione "creativa" del doppiaggio che partorisce anche fuori dal seminato intenzioni, inflessioni ecc. ecc. Lionello è Woody Allen.

Nei commenti al post scorso in cui si è finiti a parlare di Lionello ho sostenuto che negli ultimi film non era lui il doppiatore di Allen ma uno con la voce identica. In realtà ho parzialmente sbagliato. Esiste un doppiatore in grado di rifare l'inflessione che Lionello ha dato a Woody Allen ma non l'ha mai fatto in un film di Allen, bensì nella serie animata PsicoVip di Bozzetto di prossima messa in onda della Rai (poichè negli originale film di Bozzetto il personaggio MiniVip era appunto doppiato da Lionello e nelle movenze e nel fisico ricorda Woody Allen).
L'effetto è perfetto, cioè io stesso, appassionato di Allen non avevo notato la differenza e pensavo fosse Lionello.

Dunque, teoricamente, una continuità nel doppiaggio di Woody Allen è garantita. E allora mi chiedo: che utilità ha e che unicità il doppiatore nel momento in cui è replicabile senza effetti collaterali?
Non è l'attore di un dramma radiofonico, il cui spettro di emozioni e recitazione è talmente vasto e complesso da essere inimitabile anche da qualcuno con la stessa voce, ma un attore che coadiuva le immagini, è il 50% di una messa in scena, una componente che (l'ho visto e sentito) può essere sostituita da qualcuno altrettanto bravo e capace di un'imitazione abile.

E inoltre lo stile di doppiaggio di Lionello, talmente forte, sottolineato, creativo e sopra le righe tale da risultare insostituibile una volta che lo spettatore ci abbia fatto l'orecchio quanto fa male ad un film ed un attore?
Se vedere Allen e sentire una voce diversa infastidisce così tanto significa che in precedenza c'è stato un contributo troppo grande, che ne ha snaturato parte della recitazione e dell'impatto finale visto che senza ci si sente perduti (e lo dico io che preferisco la lingua originale). Un contributo talmente devastante che il doppiatore che lo sostituisce dovrà imitare qualcuno che si rifaceva alla parlata originale dell'attore. Una cosa folle!

19.2.09

Ah! Gli attori americani come si preparano loro...

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Per realizzare The Boat That Rocked, il film che racconta la vera storia di Radio Coraline, l'emittente britannica che per trasmettere liberamente rock negli anni'60 lo faceva da una barca in mezzo al mare, il regista Richard Curtis aveva dato agli attori che interpreteranno i DJ realmente esistiti delle compilation da sentirsi a rotella per entrare nel personaggio. Ora queste compilation sono state rese pubbliche per lanciare il film.

Credo sempre molto poco in queste cose, specialmente quando sono così banali, credo poco cioè che la vera preparazione ad un ruolo venga da queste cose, da questi meccanismi di identificazione così diretta.
Tuttavia è innegabile la curiosità di vedere quali sono queste playlist, cioè è innegabile il meccanismo markettaro della cosa.
Le canzoni le trovate qua.

A me, me piace

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Diciamolo subito, a me la copertina del primo numero di Wired piace.
Nonostante un attimo di perplessità iniziale per il colpo d'occhio del volto della Montalcini poi l'idea del primo numero di un mensile che si propone come "giovane" con in copertina una delle persone più vecchie d'Italia mi ha conquistato. Un po' mi ha ricordato Truffaut che negli anni '50 dopo aver visto il Napoleon scriveva "Ad oggi Abel Gance [allora 50enne] ci appare come uno dei più giovani cineasti francesi" e un po' mi piace perchè non è ciò che è rappresentato ma come è rappresentato.

Una foto della Montalcini così strana con sotto la scritta (che nella foto sopra non si legge ma potete vedere qua) "ItAliens" è una dichiarazione forte sul credere prima di tutto nelle immagini e sul non rimanere legati all'idea stereotipica di giovanilismo.
Insomma una presa di distanza vera, la migliore possibile, dal giovanilismo senza senso di tutti i vari Jack e XL.

18.2.09

Madre E Figlio (Mat i syn, 1997)
di Aleksandr Sokurov

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Senza dubbio tra i film più intensi e "densi" mai visti, quello forse con il miglior rapporto movimenti esteriori/movimenti interiori. Non succede ufficialmente nulla in Madre e Figlio, tutto accade nello spettatore e questo grazie ad una comunicazione per immagini e suoni come raramente si ha la fortuna di vedere.

Una madre malata morente è accudita dal figlio in uno scenario naturale incredibile. Il tempo scorre lentissimo mentre la donna si avvicina alla morte e l'unica cosa che può fare il figlio è starle vicino, parlando poco e facendo anche meno salvo trasportarla un pochino in giro per i boschi.

E' difficilissimo dire quale sia il vero fascino della pellicola, da dove venga l'irresistibile attrazione che spinge lo spettatore a continuare una visione che in linea di massima sarebbe insostenibile e che invece è un piacere.
E' sicuramente nel ritocco che Sokurov dà alla realtà, quei colori mutati, quelle inquadrature veramente da grande pittura, quegli scenari naturali alle volte che più che definire belli sarebbe meglio indicare come sorprendenti, che riescono a scatenare profondi dubbi e idee solo con un dettaglio.

E' il caso ad esempio della clamorosa inquadratura di un punto del bosco che dura circa un minuto e che solo alla fine mostra dove siano i personaggi con un loro movimento che, oltre a rivelarne la posizione, ne svela anche la scala: tutto è molto più grande di quello che sembrava e l'uomo è minuscolo a suo confronto. Così chiaro, così secco in un movimento di montaggio interno che non va assolutamente dritto alla testa ma dritto alla pancia e successivamente la testa cerca di capire che sia successo.

Ma le soluzioni di luce i brevissimi cenni musicali e i rumori ambientali, tutto sembra guardare addirittura a Tarkovsky e ai suoi ambienti irreali. Così la natura realissima viene manipolata dal regista in tutti i modi possibili per sembrare quanto di più lontano esista dalla realtà e in tal modo parlare di essa, in tal modo diventare subito palesemente metafora. E che metafora!

17.2.09

Ognuno scelga se leggerlo in chiave positiva o negativa

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Fatto sta che calza
Come ogni sequel che si rispetti: robot nuovi, robot più grossi, più distruzioni, Megan Fox più bbona di prima, Shia LaBeouf più triste di prima, una gnocca bionda (Isabel Lucas) al posto di una gnocca bionda (Rachael Taylor), il soldato bianco (Josh Duhamel), il soldato nero (Tyrese Gibson), un comico bianco (Rainn Wilson) al posto di un comico nero (Anthony Anderson), stesse inquadrature alla vaffanculo non si capisce un cazzo.
Bentornati, Transformers.
Rock’n'roll.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Questa settimana si prende di petto Questo piccolo grande amore, senza ritegno, poi si prosegue sul filone di S. Valentino disprezzando Ex, si ricorda come anche Il curioso caso di Benjamin Button valga bene poco e come sia rimasto deluso da Underworld: La ribellione dei Lycans.
Qualche parola di stima in fondo per Venerdì 13, totale infamia per Frost/Nixon: Il duello e Religious, che barano e meritano il disprezzo mentre grande apprezzamento per Revolutionary Road e tutto sommato piace The Reader. Assolutamente no The Horsemen e Ti amerò sempre.

LA PUNTATA DEL 13/2/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Home (id., 2009)
di Ursula Meier

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POSTATO SU
Comincia subito spingendo il pedale sul grottesco il film di Ursula Meier, una famiglia che per una serie di ragioni che non vengono spiegate (e che non saranno spiegate nemmeno più avanti) abita ormai da 10 anni una casa che sorge adiacente ad un’autostrada mai finita. Ci vengono mostrati allegri, affettuosi e spensierati, in pieno equilibrio, almeno fino a che lo stato di punto in bianco decide di completare i lavori e far diventare quel tratto una parte funzionante della rete autostradale nazionale.

Un elemento muta e cambia lo scenario della vita di una famiglia apparentemente tranquilla, ma non ne rivela i contrasti interni sopiti e inespressi bensì li conduce molto gradualmente alla pazzia ognuno per conto proprio.
Non c’è molto altro in Home se non questo lento incedere verso una totale deriva mentale data dal vivere in prossimità di un’autostrada con tutti i pericoli, i fastidi e l’inquinamento acustico e ambientale che comporta.

La pazzia del lento chiudersi in se stessi, dell’isolarsi dal mondo che diventa insostenibile non è poi funzionale ad altro. I personaggi impazziscono e poi? E poi niente. Impazziscono. Un po’ poco.
Al di fuori di alcune idee e alcuni momenti autenticamente claustrofobici Home annoia anche un po’ incapace di elevare i propri personaggi a figure interessanti.
La figlia ribelle che scappa, quella più introversa e cervellotica che si rifugia nei numeri, il più piccolo che non sa come reagire e la madre che è la prima a dare di matto. Non c’è sintesi.

Alla fine è un grido di ribellione contro l’inquinamento? Contro il vivere moderno? Contro la massa che uccide chi si differenzia? Contro lo stato assente che poi si palesa senza curarsi degli effetti?
In ogni caso arriva molto poco.

Una volta sarei impazzito all'idea di Olivier Gourmet e Isabelle Huppert nel medesimo film. Come cambiano i tempi...

16.2.09

Aspettando Il Sole (2008)
di Ago Panini

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POSTATO SU
E' strano come alle volte un film girato non benissimo, scritto abbastanza male, recitato peggio e musicato banalmente riesca poi lo stesso a sortire un certo effetto.
Ambientato in un non-luogo isolato e disperato, un hotel dalla collocazione sicuramente provinciale o periferica ma non meglio precisata, Aspettando il Sole incrocia molte storie diverse (ad ognuna corrisponde una diversa stanza dell'hotel più la reception) raccontandole in parallelo per rendere conto di un'umanità disperata che non riesce a trovare senso in quello che fa, ma che lo stesso lo fa.
Ladri che confessano ingenuamente, amanti che parlano di uccidere e poi uccidono, maniaci dell'ordine pronti a loro volta ad uccidere, teppisti svogliati, mariti violenti e attori di un porno dai sentimenti nobili.

Il succo di Aspettando il Sole dovrebbe essere tutto nel rapporto tra realtà e finzione o meglio tra realtà e suo racconto mediato. A contrappuntare tutte le scene c'è sempre in ogni stanza un televisore acceso, un registratore, un telefono o comunque un medium in grado appunto di mediare i racconti, di replicarli, raddoppiarli e fare così un commento su ciò che accade.
Si vedono molti film (cioè i protagonisti guardano film) che anticipano alle volte ciò che accadrà in quella stanza (clamoroso il caso di Claudia Gerini e Detour), alle volte invece si tratta di interventi dei media nelle vite dei protagonisti (Gabriel Garko e la televendita), alle volte infine il racconto si fa mentre la storia procede (con le menzogne telefoniche di Raoul Bova) oppure viene esplicitato a parole (la vita sognata dagli attori porno).

Nonostante però tanto impegno la realizzazione è scarsa e più che avere autentiche riflessioni spesso ci si trova di fronte a banali riproposizioni di idee già viste e sentite (la pornoattrice di buoncuore, l'uomo preciso e quindi maniaco, la coltivazione selvaggia e maniacale di elementi distruttivi come le termiti e l'idea stessa del titolo che comprime tutto in una nottata identificando con l'alba la metafora liberatoria).

Eppure l'ambiente straniante, la messa in scena che guarda ad una certa corrente surreale moderna francese e l'idea di portare sempre tutto alle estreme conseguenze in un certo senso perverso finiscono per convincere.
Non è un bel film Aspettando il Sole, eppure indubitabilmente lascia stupiti.

14.2.09

Role Models (id., 2008)
di David Wain

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Eccolo il film da circuito alternativo. Questo è il tipico esempio di film che in Italia è impossibile che incassi al cinema sebbene molto carino ma che invece può avere una vita piena di soddisfazioni sulle televisioni a pagamento.

Role Models è la classica commedia americana virile tutta fondata sul contrasto tra i due protagonisti (che per un verso o per l'altro non sono figure modello) costretti da una sentenza a badare a due ragazzi che a modo loro hanno problemi di relazione (o almeno la società ritiene abbiano problemi di relazione). Ovviamente il rapporto assurdo e la responsabilizzazione di figure simili porta effetti comici e alla fine tutti si vorranno bene e chi deve maturare maturerà ecc. ecc.
Ma non è lì il punto. Il punto è sulle variazioni introdotte nella rigida struttura del genere.

Role Models scorre, nel senso che può essere visto da tutti eppure è il classico film apprezzato da pochi perchè mette in campo un umorismo che sottilmente sceglie i propri interlocutori, un umorismo che non ha vergogna di stare dalla parte di qualcuno e non di qualcun'altro.
Non sono tanto le figure più o meno di potere ad essere prese in giro ma quelle "socialmente rispettate" o "socialmente stimate" (e in questo senso si va sul pesante ritraendo male addirittura chi aiuta i bambini), il senso morale del film, al di là del tipico "sii te stesso", è decisamente più eversivo e somigliante all'odio di un liceale inorridito dal conformismo buonista.

E' un film di nicchia non perchè sia difficile da seguire (è identico a mille altre commedie americane) ma perchè sta per davvero dalla parte di una nicchia in come guarda il mondo e in come distribuisce colpe e assoluzioni. Basta vedere il modo in cui riprende, racconta e tratta il mondo delle guerre simulate cioè in perfetto equilibrio tra autoironia e grande partecipazione.

Un film del genere sulla tv a pagamento ha la sua vera terra di conquista perchè beneficia tantissimo dalla visione in lingua originale, perchè è coinvolgente e apparentemente spensierato e perchè ha quella leggerezza di tocco che un po' si disprezza al cinema ma che si apprezza molto in casa.

13.2.09

A volte ritornano (e in prima serata): L'Ispettore Coliandro

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A due anni di distanza dalla prima serie arriva in tv la seconda stagione dell'Ispettore Coliandro, creatura di Lucarelli e dei Manetti Bros., in prima serata stavolta.
Volevo scriverne malissimo, avevo il post in testa, poi per curiosità mi sono riletto quello che avevo scritto all'epoca della prima stagione e ho scoperto che erano le stesse identiche cose che avrei scritto e che quindi mi limito a linkare. O sono ripetitivo e ottuso o non è cambiato nulla.
In compenso sono contento di scoprire che anche Aldo "simpatia per tutti" Grasso non gli vuole bene.
L' ispettore Coliandro, «il braccio maldestro della legge», continua a lasciarmi perplesso[...]
Non mi convincono le storie, sinistre e di sinistra, con l'aria di chi racconta un giallo ma fa anche critica sociale impegnata[...]
Non mi convince la regia dei Manetti Bros: non so se abbiano frequentato il Dams ma c'è in loro tutta la presunzione di una certa scuola bolognese, tutto il fraintendimento della mistica del cult e dello stracult [...]
Non mi convince la scrittura della serie, furbetta e ammiccante.
Io aggiungerei anche (sia a Grasso che al mio stesso post di due anni fa) che c'è una delle peggiori macchine a mano mai viste.

12.2.09

The Reader - A Voce Alta (The Reader, 2008)
di Stephen Daldry

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POSTATO SU
Da tempo ho litigato con i film sull'olocausto. Per non ripetermi ancora una volta sintetizzerò dicendo che l'ho fatto perchè non solo sono brutti ma lo sono tutti alla stessa maniera, quella per la quale il contenuto alto sembra poter giustificare l'incredibile povertà di idee registiche. Con le dovute e rarissime eccezioni questo tende ad accadere quasi sempre.

The Reader è diverso. Innanzitutto perchè non è esattamente un film sull'olocausto ma lo usa in maniera funzionale, cioè lo usa come stratagemma di racconto. Nell'economia della trama serve qualcosa di sufficientemente abominevole per fare da contraltare ai sentimenti dei protagonisti, qualcosa che stimoli un contrasto forte tra ciò che si vuole fare e ciò che si fa. Che è il vero cuore del film.
Certo poi il tema non è solo sfiorato, viene trattato con il rispetto che merita ma sempre in funzione d'altro (il senso di giustizia, l'orgoglio, la voglia di rivincita ecc. ecc.).

Ancora di più The Reader nel suo trovarsi a dover disegnare le figure archetipe del genere "olocausto" (carceriere e carcerato) fa la scelta difficile e inusuale di ritrarre il carceriere come un essere umano (certo non tutti quanti ma almeno una su sei, che già è qualcosa).
Concedendo qualcosa alla complessità della realtà il film si arricchisce di molti più significati e di certo non diventa un'apologia del nazismo. Anzi. Comprendere che chi sceglieva le persone che dovevano morire, chi cioè materialmente le condannava, erano persone normali inserite in situazioni straordinarie, uomini e donne con affetti normali, odi normali e soprattutto normale ignoranza, aumenta la nostra comprensione, compassione e quindi condanna del fenomeno.

In più The Reader è anche orchestrato come un racconto vero e non secondo le consuete fasi prevedibili dei film in cui il tema "olocausto" ha la meglio su tutto. Costruisce i personaggi lentamente, lascia che prendano decisioni non condivisibili e non prevedibili e soprattutto fa sì che i loro silenzi e la distanza che lo spettatore sente di voler prende anche dalle figure positive trasmetta qualcosa.
The Reader funziona. Anche se gli ebrei non sono simpaticissimi e i carcerieri sono umani. Quando si esce dal film si è capito qualcosa di più non tanto sul nazismo quanto sugli uomini.

A titolo assolutamente personale poi sono sempre affascinatissimo dai film che parlano del "raccontare", cioè dell'esigenza umana di fuire di storie e come tali storie siano veicolo di tutto nella società umana. Sempre e dovunque. Veicolo di emozioni, di realtà, di menzogna, di conoscenza e di evoluzione. Quindi un po' in questo senso il film mi ha comprato.
E alla fotografia c'è Roger Deakins che negli ultimi 365 giorni e fino a che non rivedo un film di Christopher Doyle è il nuovo idolo del blog. Deciso.

Breve postilla sul doppio vincolo del doppiaggio:
Ho visto il film in lingua originale e non posso fare a meno di chiedermi come verrà doppiato e quale soluzione sia la più corretta, anche se mi sembra davvero che non ce ne siano.
Come capita sempre in questi casi nel film gli attori (sia inglesi che tedeschi) parlano inglese pur essendo nella finzione tutti tedeschi. Diversamente dal solito però parlano inglese con un lieve accento tedesco, cosa altamente fastidiosa (specialmente se l'inglese non è la tua lingua madre perchè ti costringe ad un triplo salto mortale tra realtà e finzione) che pone il problema dell'edizione italiana.
Se vogliamo ipotizzare che il doppiaggio possa avere mai una qualche possibile utilità e/o missione e/o etica (e siamo veramente nel regno delle ipotesi) ci si chiede come faranno: doppiare in italiano equivale a privare il film di una decisione registica molto forte, doppiare con un lieve accento tedesco sarebbe orrendo e attirerebbe sui doppiatori gli strali di tutti quelli che non sanno che anche in originale era così.
L'unica sarebbe mettere un breve cartello prima che spieghi la situazione e doppiare con un lievissimo accento tedesco. Ma in fondo se ci guardiamo dentro sappiamo tutti quale decisione sarà presa.