28.5.09

Fessbuc

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Lanciato ad un articolo del corriere.it Fessbuc ha ricevuto un discreto numero di visite e di apprezzamento a leggere i solitamente impietosi commenti di YouTube.
E' una webserie italiana non imparentata con il film Feisbum (la lavorazione è stata contemporanea) e realizzata da Davide Crestani, uno che viene dalla tv. E si vede. Nulla di eccessivamente negativo. Ma non un prodotto da internet.
La domanda alla quale bisogna rispondere allora è: ma dove sono gli utenti? E perchè invece che fare corti che pur vincendo premi non vedrà nessuno non fanno qualcosa per la rete?

Uomini Che Odiano Le Donne (Män som hatar kvinnor, 2009)
di Niels Oplev

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POSTATO SU
Asciugando asciugando Uomini Che Odiano Le Donne è un giallo canonico. Ma molto canonico. C'è un assassino, delle vittime, un investigatore molto abile nella deduzione ed esterno ai fatti che deve calarsi in un mondo che lo respinge (poichè non ama che si indaghi su di esso), una partner difficile da gestire ma brava nel suo settore e un mistero che coinvolge elementi terribili e fascinosi come il nazismo.

Dato l'impianto e l'intreccio basilari non è certo la trama a contare ma il suo svolgimento, cioè come essa ci viene narrata. E se Stieg Larsson nell'omonimo libro pare aver fatto un ottimo lavoro quanto ad intrattenimento e coinvolgimento (io, ovviamente, non l'ho letto), la stessa cosa non si può proprio dire di Niels Oplev.
Uomini Che Odiano Le Donne (il film) è molto lungo, molto lento e molto poco interessante. Nonostante gli argomenti siano i medesimi del libro, nel film non si percepisce il senso di suspense e attaccamento agli eventi, alla storia e ai protagonisti che fanno il segreto di un giallo. Anche il misterioso e fascinoso contesto non lo è poi tanto nella riduzione cinematografica.

La regia non solo racconta svogliatamente la storia ma manca anche di guizzi. Non si percepiscono scelte forti, momenti personali o soluzioni estreme, tutto è tenuto su un terreno minimale, probabilmente per lasciare che la corposa storia (il libro è molto grosso) riesca ad entrare nelle ben 2 ore e mezza del film rimanendo comprensibile. Eppure la regia non dovrebbe essere proprio l'arte del racconto attraverso le immagini?
Ciò che si perde è l'umanità dei caratteri. Al di là dei contesti che rendono poco, sono poi i personaggi la vera delusione. I loro rapporti e i sentimenti forti che vorrebbero esprimere non passano. Vediamo accadere tante cose, nessuna delle quali però coinvolge davvero, nessuna riesce a superare la semplice illustrazione di un fatto e andare anche solo leggermente oltre per diventare esperienza cinematografica.

Alla fine, quando la noia prende il sopravvento, non si desidera più nemmeno sapere chi sia l'assassino.

Se ve lo state chiedendo la risposta è "Si, si tratta di cifre sconvolgenti che potrebbero fare la differenza!"

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Mi è arrivata comunicazione che da oggi è possibile dare il 5x1000 all'Agis, l'associazione generale per lo spettacolo italiana (molto legata all'ANEC che è l'associazione esercenti cinematografici).
La mia prima reazione è stata "Ecco finalmente qualcuno a cui dare il 5x1000!" ma poi mi sono chiesto se davvero dovrei farlo.
Non sono loro quelli che si battono per perseguire i pirati invece di strutturare delle alternative serie? Non sono loro il vetusto mondo delle sale che piangono quando devono chiudere invece di scegliere di modernizzarsi? Non sono loro quelli a cui fanno capo quelli che adattano male i film stranieri, che li distribuiscono in 4 sale senza fiducia o che non li prendono per nulla?

Si non mi dispiacerebbe dare dei soldi al sistema cinema, ma quest'occasione mi mette di fronte al dilemma se il sistema cinema italiano così com'è sia meritevole il mio concreto sostegno...

27.5.09

Terminator Salvation (id., 2009)
di McG

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POSTATO SU
Si Terminator Salvation è divertente e carino ma no, non è all’altezza dei primi due film. E’ un film che, per come è fatto e per ciò che racconta, poteva anche non avere al centro la trama della saga di Cameron, e quando sembra recuperarne il fascino lo fa solo appoggiandosi al già fatto e già raccontato.

Il punto è che il concetto alla base di Terminator ha un suo fascino. In sè dico. La storia a cavallo tra presente e futuro in cui alcuni uomini lottano per impedire un futuro apocalittico causato dalla guerra contro le macchine (che poi è la proiezione apocalittica delle piccole battaglie che ognuno conduce ogni giorno contro le proprie di macchine), raccontata dal punto di vista della famiglia Connor e di John, il profeta del nuovo mondo, il capo della resistenza e principale nemico delle macchine, è di per sè fascinosa.

E lo è perchè James Cameron aveva visto bene e aveva realizzato due film che raccontavano con gusto e bravura quella storia fascinosa di premonizioni, lotte e aspettative di olocausto.
Tutto questo lavoro non può non entrare (volenti o nolenti) negli altri seguiti. Così anche Terminator 3 nonostante l’inconsistenza generale di tutto il film era capace nel finale di recuperare il fascino dei film precedenti e salvarsi in extremis.

Stesso destino spetta quindi a Terminator Salvation, che nonostante un impianto migliore dell’episodio precedente, lo stesso non si eleva sopra la media se non per i richiami agli episodi precedenti che tirano fuori dalla memoria dello spettatore tutto il buono fatto e creato da Cameron (ad ogni modo io John Connor l’ho sempre immaginato con la faccia simile a quella di Christian Bale). E dove non attinge agli altri Terminator attinge a Blade Runner (la panoramica dentro la fortezza di Skynet è IDENTICA a quella iniziale del film di Scott) e al cinema di guerra moderno (macchina a mano violenta e paesaggi di deserti assolati simil-mediorentali).

Ci siamo arrivati al futuro predetto da Kyle Reese nel 1984 e finalmente vediamo John Connor in azione, con tutto il carico di aspettative che ci portiamo dietro. Il carisma e l’interesse nel personaggio quindi vengono da lontano, e McG non fa nulla per aggiungere del suo trattandolo bene o male come un qualsiasi altro eroe di film di fantascienza. "Sono John Connor e se sentite questo messaggio siete parte della resistenza" è la frase-fomento del film e lo è perchè cazzo quello è John Connor! E' un mito! Sono tre che non si parla d'altro!
E' controprova di tutto questo poi il fatto che uno dei momenti più emozionanti del film sia la comparsa dello storico T800 accompagnata dalla colonna sonora classica.
Purtroppo non si tratta dell’ultimo film della serie, ce ne saranno altri, il franchise andrà avanti ed è sempre più difficile pensare di ritrovare la freschezza dei primi. Soprattutto perchè la loro forza era evocare quel futuro che invece ora siamo arrivati a mostrare. Con tutti i limiti del caso.

26.5.09

Contro l'elitarismo e per la bulimia

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Cineblog posta una cosa che trovo interessante anche io (!?!?!), stralci di una lezione tenuta da Gerard Depardieu al Forum des Images alle Halles di Parigi
Il cinema? Me ne frego, non mi sono mai battuto per fare un film. Ne ho fatti duecento, centocinquanta dei quali sono merda. (…) Non sono dell’idea di trasmettere qualcosa. Non mi sento vecchio, anzi mi sento molto giovane. (…) Ho fatto cinema per caso, avrei potuto fare il ladro d’auto o l’uomo d’affari. Giro meno, mi hanno visto troppo. (…) Non capivo nulla di quel che giravo e non soltanto quando le riprese erano in inglese. (…) Mangiare bene, bere bene, la conoscenza di un territorio e di una cultura sono importanti quanto il cinema
La cosa è la più rappresentativa di quello che è stato per tanti, e forse dovrebbe essere ancora, il vero spirito di chiunque si approcci al lavoro cinematografico. Uno spirito che non è troppo diverso da quello che anima gli altri lavori e che si può riassumere come: consumare tutto, fare alto e basso, conoscere non solo il cinema.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
E finalmente uscì Star Trek, lodatissimo, mentre un po' più sottotono San Valentino di sangue 3D (anche se sappiamo che la storia del box office gli ha dato ragione), niente sconti invece per Feisbum. Terra madre merita tutte le lodi come anche RockNRolla e con molta moderazione anche in Star system in fondo. Nessun dubbio però sull'operazione Generazione 1000 euro, carinissima, perplessità sparse per Il canto di Paloma e La casa sulle nuvole.

LA PUNTATA DEL 08/05/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Antichrist (id., 2009)
di Lars von Trier

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POSTATO SU
Ah che bello von Trier quando guarda a Sokurov che guarda a Tarkovsky! Lo dico seriamente. Antichrist è un film di quelli più espressionisti di von Trier, non somiglia a quelli "dogma" o finti "dogma" o para "dogma". E' insomma più vicino ai suoi primi come L'elemento del crimine o Europa e meno ai moderni Dogville o anche Dancer In The Dark. E' un film cioè in cui non conta tantissimo quello che succede ma come questo ci venga mostrato.

In un bosco che, per come è ripreso e per la funzione che ha, ricorda quello di Madre e Figlio di Sokurov e alcune volte la zona di Stalker, un uomo e una donna vanno per curare lei dalle paranoie causate dal senso di colpa per la morte del loro unico figlio. Lì arrivano ai ferri corti fomentati dal luogo in cui si trovano.
Di film in cui è la particolare natura dell'ambiente in cui i protagonisti sono inseriti a determinare le loro azioni e i loro cambi d'umore la storia del cinema è piena (dai più austeri come Viaggio In Italia ai più fiammeggianti come Narciso Nero), dunque non è tanto quello che stupisce in Antichrist quanto il ritorno di von Trier ad un cinema che si disinteressi della trama per dedicarsi alle immagini.

Che ci sia un figlio morto sulle spalle, che il marito sia psicologo e tutti gli altri elementi della storia importano poco, sono tutti mcGuffin per poter parlare delle ossessioni di von Trier per il ruolo che la donna può assumere (nei suoi film quasi sempre vittima ora carnefice) nel momento in cui una colpa incipiente assale la coppia (sono entrambi responsabili ma solo la donna accetta il fardello che la fa delirare).

Si può odiare von Trier, non lo metto in dubbio pur non condividendo, ma non si può negare che al di là delle molte furbizie e provocazioni ad hoc di cui il film è pieno (sesso esplicito e violenza genitale in primis) esiste anche un impianto immaginifico fortissimo. Parlo di vere idee estetiche che ci parlano sia al cervello che agli occhi, parlo delle ghiande che cadono sul tetto contrappuntando la storia di continuo, parlo della pluricitata scena dell'amplesso con i cadaveri (ripetuta anche nel finale), dei rallentatori (spesso molto brutti ma comunque efficaci) , delle lenti deformanti per "guardare" la foresta e vi dicendo.

Chiusi nella loro casetta i due protagonisti conoscono solo violenza e sesso (che poi non sono molto diversi e sembrano avere la stessa funzione), incontrano animali dal forte valore simbolico (che idea il daino eternamente partorente!) ed essi stessi si danno la caccia da bestie (fino a rintanarsi nel vero senso della parola). Antichrist non sarà il miglior film di von Trier nè è valevole una Palma D'Oro, tuttavia ci mostra qualcosa che raramente vediamo al cinema.

25.5.09

The Uninvited (id., 2009)
di Charles e Thomas Guard

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POSTATO SU
Storia di mamme perdute e nuovi elementi estranei alla famiglia. Storia quotidiana di rifiuto di un'intimità imposta. A seguito della morte della mamma (un incidente non da poco) la protagonista passa un po' di tempo in una specie di manicomio. Trovata sana torna a casa e assieme al padre e alla sorella trova un nuova mamma, cioè l'infermiera che si prendeva cura di quella vera. Difficile accettarla, specialmente quando tutte quelle visioni di gente morta continuano a dirti che non c'è da fidarsi di lei.

La cosa strana di The Uninvited è che si tratta di un horror non banale come vi aspettate, banale come non credereste. Il soggetto viene da Two Sisters, il film coreano di Ji-woon Kim, ma la sceneggiatura e la realizzazione sono americane e si sente, nel senso migliore.

The Uninvited infatti è uguale ad un altro film dell'orrore molto famoso, ma non posso dire quale senza svelare parte della trama. Lo capirete vedendolo. Ad ogni modo il punto non è a cosa somigli ma come si comporti nel raccontare quella storia di mancata integrazione e di paura del diverso.
I fratelli Guard, al loro primo lungometraggio, sono infatti molto migliori del soggetto che gli viene affidato.

Da una storia canonica con risvolti in fondo prevedibili riescono a trarre un film raffinato, che senza pretendere d'essere ciò che non è riesce a raccontare con partecipazione una storia già sentita molte volte, giocando con grande raffinatezza proprio con quelle aspettative del pubblico riguardo i soliti topoi del film dell'orrore.

Non mancano creaturine in stile J-horror nè tantomeno i canonici momenti di soprassalto anche un po' telefonato, ma tante soluzioni intelligenti rendono The Uninvited un horror estivo leggermente più piacevole e brillante della media.

Vincere

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Gran Premio Della Giuria.
A scatola chiusa, senza averli visti, godo.

23.5.09

Duello Sulla Sierra Madre (Second Chance, 1953)
di Rudolph Matè

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Veloce, velocissimo. Duello Sulla Sierra Madre inizia con un personaggio in fuga che apprendiamo nel corso dei primi 20 minuti essere una testimone sotto protezione, ricercata proprio (e ovviamente) dalle persone contro cui deve testimoniare, e poi finisce appena finisce l'azione. Non un secondo di più non uno di meno.

In mezzo c'è lo scenario messicano ripreso con grande profondità di campo anche per sfruttare il 3D (il film ovviamente l'ho visto in 2D ma ci sono alcune scene che si capisce come potessero essere state girate per sfruttare la terza dimensione), c'è Jack Palance (ovviamente cattivo) e c'è Robert Mitchum, pugile professionista, a proteggere Linda Darnell.

Il film non brilla particolarmente per le qualità di melò (che anche vorrebbe avere), il triangolo passionale con il cattivo e il buono non decolla mai nè sembra convincere davvero l'aria da personaggi perduti che tutti vogliono assumere. Forse per colpa dello scenario naturale mal gestito, forse per colpa dell'uso dei colori, forse per la recitazione, forse per tutto questo messo insieme.

Funziona meglio l'azione, specialmente la sequenza finale sulla funivia bloccata nel nulla. Anche se sembrano più mirabili le scene di tensione all'interno della cabina che quelle ricostruite con modellini poco plausibili.

22.5.09

Gli Esclusi (A Child is Waiting, 1963)
di John Cassavetes

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Diversamente dai film totalmente indipendenti realizzati prima e dopo, Gli Esclusi è un film decisamente più inquadrato nel sistema hollywoodiano e quindi più "canonico" non per questo però meno rappresentativo delle idee cinematografiche cassavetesiane.

Per raccontare il tema, allora inedito, delle difficoltà emotive di bambini mentalmente disabili Cassavetes guarda all'Europa (ma anche ai più eversivi registi americani vedi Browning) e prende veri disabili (tutti tranne il protagonista), sceglie di credere nella profondità di campo fino alla morte come faceva la Nouvelle Vague e punta tutto sulla recitazione appoggiandosi a Burt Lancaster, Judy Garland e Gena Rowlands.

Se però il film si trascina più che altro su binari abbastanza canonici, con alcuni momenti che addirittura stonano sulle idee libere di Cassavetes (vedi le inquadrature di Judy Garland fatte con la calza) e un montaggio rivisto dal produttore che appiattisce il ritmo generale, nel finale il lavoro straordinario che il regista/attore era solito fare sugli attori paga nella scena finale.

C'è una recita e come spesso capita nei racconti una rappresentazione fasulla (in questo caso il primo giorno del ringraziamento) lascia emergere sentimenti reali e per la prima volta vediamo il protagonista esternare qualcosa. E' una lunga scena quasi solo di volti dove le battute non contano più nulla e tutto è lasciato alle facce straordinarie (e vere) dei disabili e a quelle straordinarie (e fasulle) degli attori tutti. Bambino compreso.

21.5.09

Midwest Teen Sex Show censurato in rete finisce in televisione

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Capita raramente, ma alle volte la televisione sorpassa a destra la rete quanto a comprensione dei nuovi fenomeni e lotta ad un'interpretazione chiusa e bigotta delle cose. Capita quando chi agisce in rete è costretto a valutazioni sommarie e frettolose date dalla mole di dati che deve giudicare, ed è capitato con Midwest Teen Sex Show che nonostante dal titolo possa sfiorare l'apice della pedopornografia è in realtà un curioso ibrido tra le commedie a sfondo sessuale come PG Porn e i noiosissimi video didattici da educazione sessuale. L'intento è quello di trasmissioni come Love Line, informare chi ne ha bisogno (più che altro i ragazzi quindi) su temi e interrogativi sessuali con un'ottica da pari a pari e non da genitore (o, ancora peggio, sessuologo) a figlio.

Hitler era Mussolini con la parrucca

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Ovunque i giornalisti da Cannes hanno spoilerato il finale di Inglorious Basterds. Addirittura Repubblica ha messo lo spoiler nel titolo. Ma non ci sono le produzioni o le distribuzioni a protestare in questi casi?

20.5.09

In Italia nessuno fa serie online

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In Italia purtroppo il mondo delle produzioni video per la rete non è molto vivace e quindi ci si accontenta di quel che passa il convento. Accade così che "Gira il Tuo Telefilm", il concorso organizzato dal Telefilm Festival 2009 ( in collaborazione con Sorrisi & Canzoni TV e con TvBlog della piattaforma blogo.it ) per scoprire nuovi talenti della serialità, si trasformi involontariamente in uno degli esempi migliori di cosa si potrebbe fare e - al momento - non si fa in rete con i video prodotti dagli utenti.

Una Notte Al Museo 2 (Night At The Museum 2, 2009)
di Shawn Levy

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POSTATO SU
Un vero bel film non è mai politico. Anche quando vuole esserlo. Perchè la sua essenza di grande capolavoro ci parla al di là di qualsiasi messaggio didascalico che, inevitabilmente, sarà più superficiale e destinato a svalutarsi nel tempo, di significati artistici.
I brutti film didascalici invece sono sempre politici. Anche quando non vogliono esserlo.

E’ il caso di Una Notte Al Museo 2, che non solo non riesce ad arrivare al livello (comunque non alto) del primo ma assecondando quella filosofia hollywoodiana per la quale “l’unico modo per fare un sequel è prendere gli elementi vincenti del primo e moltiplicarli in varietà, quantità e dimensioni”, sfora in un film didascalico e dalla trama troppo esile.

Se la mancanza di divertimento autentico ed originale genera solo noia, è invece il modo in cui il film di Shawn Levy rilegge la storia americana e per proporla al suo pubblico (presumibilmente molto molto giovane) a dare l’idea della lezione di storia conservatrice.
Nel museo si animano diverse statue, opere d’arte e ovviamente personaggi storici. Si muovono, parlano ed agiscono secondo la loro (presunta) personalità Teddy Roosevelt (come nel primo film), Abramo Lincoln, il generale Custer e altre figure meno possenti ma ugualmente note dell’America della storia recente al pari di nomi del passato.

Gli schieramenti sono però molto chiari. Da una parte (quella buona) l’America tutta: dal protagonista, ai presidenti, fino al generale Custer (un po’ cretino perchè la storia gli ha dato torto ma in fondo tanto buono) e anche ai neri (ma in secondo piano); dall’altra il male: cioè le principali figure storiche del resto del mondo da Ivan Il Terribile, a Napoleone fino all’italoamericano Al Capone. Tutti sotto un inventato Faraone egizio.
I presidenti salveranno tutti e daranno anche la morale alla favola a stelle e strisce.

Unico atto di insurrezione a tutta quest’esaltazione americana, che però suona come una vittoria di Pirro, è il provincialissimo doppiaggio italiano che non solo utilizza senza remore i dialetti ma si prende anche l’onere di cambiare intere frasi o dialoghi inserendo riferimenti spiccioli a fatti di attualità tutti nostri. Napoleone parla come Berlusconi e il generale Custer cita Melissa P., tutte cose assolutamente non comprensibili ad un pubblico preadolescenziale. Gli unici che le capiscono sono quelli che non vorrebbero farlo.

19.5.09

Vincere (2009)
di Marco Bellocchio

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POSTATO SU
Ha un titolo bellissimo l’ultimo film di Bellocchio, già futurista, già slogan, già fascio al 100%. E ha un inizio ancor più fulminante capace di giocare con il tempo nello stesso modo con cui gioca con le immagini di repertorio, le immagini di repertorio finte e le immagini girate. Un modo di raccontare l’incontro tra Benito e Ida, lo scatenarsi della passione e le sue motivazioni (ovvero il fascino dell’uomo Benito per la donna Ida) poco convenzionale per il nostro cinema e molto poggiato sulle spalle di Daniele Ciprì, inedito direttore della fotografia per qualcuno che non sia Franco Maresco o Roberta Torre, bravissimo. Ma bravissimo è anche poco.

Sovrimpressioni, viaggi avanti e indietro, premonizioni future e arroganze presenti. Vincere da subito comincia a fare in maniera speciale e convincente cose molto semplici che altrove potrebbero sembrare (e in passato sono sembrate) da quattro soldi, espressione di povertà inventiva. Il suo modo di riprenderle e di mostrarle invece le rende potenti. Ad esempio l’espediente di mostrare il presente motivando ogni azione con la consapevolezza degli eventi futuri, che io stesso ho spesso criticato aspramente, in questa sede e con questi modi diventa una scelta audace e appagante, perchè Bellocchio e Ciprì creano senso intorno a quest’idea attraverso una messa in scena in grado di parlare.

E dico “Ciprì e Bellocchio” perchè la fotografia, una volta tanto, non è solo una meravigliosa serie di scelte esteticamente fulminanti ma anche una serie di invenzioni di composizione, armonia e movimenti di macchina che rendono ogni sequenza un gioiello di grammatica cinematografica. Sempre originale, sempre affascinante, sempre intrigante.
Per fare dei paragoni c’è la bellissima scena del duello, ancora una volta di spada come in L’Ora di Religione.

Purtroppo però dopo la narrazione dei fatti viene la narrazione dei sentimenti e quei momenti sono decisamente meno riusciti, meno dinamici e più ripiegati su un linguaggio stantio e risaputo. Vincere riesce a raccontare decisamente meglio e anche con più coinvolgimento emotivo lo svilupparsi della storia (titanico in questo senso Timi) che lo svilupparsi dei sentimenti. Volendo dividere le sequenze in maniera netta (quelle che portano avanti la trama e quelle che raccontano le emozioni dei personaggi) succede che le seconde siano nettamente svantaggiate, poco convincenti e anche noiose.

Sembra riuscire davvero a dire qualcosa solo quando mostra come il modo di pensare mussoliniano che contagia la sua famiglia non riconosciuta (tutti parlano per slogan come quando Ida dice: “O lui o nessuno!”) sfocia inevitabilmente nella pazzia. Loro nel manicomio lui sul balcone di piazza Venezia.

Se non fosse per una colonna sonora molto particolare, incalzante e poco italiana che mette una pezza tanti momenti potrebbero davvero risultare sconfortanti. Alla fine invece il risultato complessivo è buono, cosa che però, date le premesse, rimane comunque un peccato.

Una coerenza tutta loro...

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Quello dei manifesti abusivi è un problema che ha dimensioni spropositate specialmente a Roma, ma qui siamo nel grottesco. Il luogo dove ho fotografato questo manifesto di affettuoso saluto è notoriamente abusivo, spesso altri manifesti sono stati levati o etichettati come abusivi per la loro presenza lì.
Gli attacchini abusivi dunque ricordano affettuosamente uno di loro (obbligandoci ad essere parte di questo ricordo) affiggendo un manifesto abusivo. Che categoria ragionevole.

La colonizzazione dei vecchi media - Fase uno

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Con il tempismo che mi contraddistingue metto online la puntata del 7 maggio di Geek Files sul cinema online che ha visto il mio "illustrissimo" intervento. Divertitevi alle mie spalle.

18.5.09

Coraline e La Porta Magica (Coraline, 2009)
di Henry Selick

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POSTATO SU
Invito tutti voi burtoniani a mettere alla prova la vostra venerazione per il signore del gotico cinematografico e vedere questo Coraline scevri da pregiudizi. Si tratta di animazione stop motion dal regista di Nightmare Before Christmas su una storia scritta da Neil Gaiman. Dunque Coraline misura tutta la differenza e la distanza tra Selick e Burton mostrando, tra le altre cose, anche cosa di Nightmare Before Christmas sia imputabile a l'uno e cosa all'altro. Anche se poi non è possibile negare che Selick molte cose le mutui da Tim Burton, specialmente le soluzioni di regia come ad esempio l'uso del grandangolo quando deve mostrare il punto di vista degli oggetti che la protagonista cerca.

A mio parere Coraline è un film meraviglioso, una trasposizione riuscitissima del modo interessante e classico di raccontare di Gaiman e al tempo stesso un film toccante e raffinato, capace anche di sfruttare con sobrietà ed efficacia il 3D.
Ci sono davvero molte cose in Coraline. Gli amanti di Miyazaki non potranno non notare i molti punti di contatto con La Città Incantata c'è una bambina sradicata dal luogo dove viveva che affronta la transizione da un contesto sociale da un altro, ci sono i genitori catturati, un gioco per ritrovarli e soprattutto il tema fondamentale dell'affermazione della propria individualità come momento fondamentale di crescita personale. A differenza di Miyazaki però Gaiman/Selick affrontano questo tema su un impianto tipicamente occidentale.

Proprio quest'ultima cosa, cioè la necessità di trovare e riconoscere il proprio specifico e la propria unicità è forse il tema più interessante. Se La Città Incantata parlava di questo attraverso la metafora del nome della protagonista (rubato, cercato e poi ritrovato) in Coraline sono molti altri elementi a parlarcene: sono i capelli tinti di blu per farsi notare e sono i guanti che la mamma non vuole comprargli (elemento che sembra trascurabile nella trama ma che non lo è assolutamente come si vedrà a storia finita) a parlarci del desiderio di non essere omologata con una raffinatezza e al tempo stesso una forza degna delle migliori cause.

Un'ultima grossa differenza con il cinema e la poetica di Tim Burton riguardo la contrapposizione tra il mondo patinato borghese e quello dark malinconico è che, sebbene anche per Selick e Gaiman il mondo dei vivi è grigio mentre quello fantastico è coloratissimio, qui il grigio non è necessariamente bene in sè e ciò che sembra pastelloso e caramelloso non è male in sè, ma in quanto nasconde il grigio.
Cioè Edward Mani di Forbice trovava che il male è nel perbenismo dei pratini all'inglese e delle mura rosa non nel gotico e grigio castello da cui viene che anzi era un'alcova d'amore paterno. Qui invece il male è sempre il grigiore che è sotto la patina di luminosità, non lo sono quindi le pastellosità in sè. Questo è Gaiman quello è Burton.

Data la presenza della grandissima Dakota Fanning come doppiatrice originale vederlo doppiato è doppiamente delittuoso.

15.5.09

Angeli e Demoni (Angels & Demons, 2009)
di Ron Howard

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POSTATO SU
La mia avversione per Ron Howard è nota e soprattutto non mascherata. Ed è da avversatore che dico che Angeli e Demoni non è male. Quantomeno stavolta limita i danni.
La storia viene dall'omonimo libro scritto nel 2000, la cosa ha la sua importanza perchè racconta della morte del pontefice e di fatti che avvengono nel periodo di vacanza quando cioè il Camerlengo è il facente funzioni in attesa dell'elezione di un nuovo Papa.

Non solo dunque la storia è stata scritta prima dell'effettiva morte di Giovanni Paolo II ma è anche stata girata fuori dal Vaticano, a Los Angeles. E anche questo ha la sua importanza nel valutare un film che ha messo in piedi uno sforzo produttivo fuori dall'ordinario in termini di ricostruzione (è stata costruita una piazza San Pietro grande due terzi dell'originale) ed effetti speciali. Una vera chicca.

Rispetto a Il Codice Da Vinci poi questa volta Ron Howard limita i danni e restituisce meglio l'intreccio di Dan Brown, cioè quella fusione tra fascino del misterioso e abilità narrativa che è il segreto dei libri.
La trama si svolge in 4 ore, anche se il film ne dura un paio, attraverso Roma e le sue chiese alla ricerca di un contenitore dell'antimateria che potrebbe far saltare in aria il Vaticano e parte di Roma.

Le sparano grosse. All'americana proprio, ma il divertimento c'è. Gran ritmo montaggio vorticoso e non fastidioso e interpretazioni all'altezza (non solo Tom Hanks in palla ma anche Ewan McGregor). Insomma Angeli e Demoni funziona proprio.

IL VATICANO RICOSTRUITO A LOS ANGELES

Eh ma io Sky non ce l'ho...

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Ecco non rompete.
Il primo episodio della nuova serie su Non Pensarci è online con tre giorni di anticipo.

Io me lo vedrò in tv per questioni di tempo ma ho visto i primi minuti e inizia citando palesemente I Tenebaum. Voi vi chiederete "ma che c'entrava 'sta cosa?", niente. Ma penso dunque scrivo.

14.5.09

"Un film spettacolare! Ma incasserà pochissimo..."

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Cineguru segnala un interessantissimo pezzo dell'LA Times su come le grandi produzioni cerchino di gestire i media e le previsioni sul box office dei loro film in un'epoca in cui queste girano all'impazzata in rete e rischiano di compromettere la percezione che un determinato incasso avrà sul resto dei giornalisti:
Like any reporter who covers the film business, I am forever being told by studio executives, agents, producers and publicists how great an upcoming film might be -- how I not only have to see the new movie, but also (pretty please) write about it. Six days of the week, it’s a steady stream of that kind of boundless optimism and enthusiasm. But come Wednesday, some of those very same people pull an about-face, suggesting that their otherwise great film may not do very well at the box office.

Because I write a column that often makes box-office predictions before a film is released, the studios in particular are relentless in trying to lower my expectations. It’s an obvious game: If they lower the bar as far as possible, even a modest debut will look like a blockbuster in comparison. But I am not in the game of managing a studio’s expectations; rather, I want to be able to come up with the most accurate forecast possible. And that means I almost always pick a number greater than the studio’s low-ball estimate.
corredato anche di esilaranti esempi
“Cloverfield.” My prediction: $36 million. Paramount’s response: There is no way a low-budget genre film with no stars can gross more than $20 million. Opening weekend: $40.1 million.

“I Am Legend.” My prediction: $60 million or more. Warner Bros.' response: Will Smith may be a huge star, but we don’t think this film can open to $50 million. Opening weekend: $77.2 million.

“Iron Man.” My prediction: $70 million. Paramount’s response: We’d love that number, but it isn’t possible with a comic book no one knows. Opening weekend: $102.1 million.

“Jumper.” My prediction: $38 million. Fox's response: We are hoping the movie can just get to $20 million. Opening weekend: $27.4 million.

America 1929 (Boxcar Bertha, 1972)
di Martin Scorsese

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Prima ancora di Mean Streets ma dopo Who's That Knocking At My Door? e Woodstock c'è America 1929, esordio ufficiale nel cinema non autoprodotto di Scorsese. Esordio (anche questo) sotto l'ala di Roger Corman.

Il film però non è molto cormaniano, di quel tipo di cinema ha la libertà nel modo di trattare (e soprattutto mostrare) temi come la violenza e la sessualità, e non è nemmeno molto scorsesiano, sia nella storia che nello svolgimento.
La storia del viaggio attraverso l'America di Bertha è abbastanza banale, oscillante tra violenze e arretratezze culturali e condito da un'avversione per le forze dell'ordine declinata secondo canoni poco scorsesiani.

Tutto questo fino a pochi minuti dalla fine. Il finale infatti vira totalmente e si vede in pieno a mano del regista come se avesse fatto solo quello. E' una cosa che si nota nettamente, proprio da un momento all'altro. C'è una crocefissione, dei peccati lavati nel sangue, uno scoppio di violenza improvviso e un'armonia tra montaggio e movimenti di macchina che equivale ad una firma (mio dio che autore fondamentale!).
Solo quegli ultimi minuti valgono la visione. Davvero! Rapidi, innovativi, armonici e capaci di far collaborare verso il proprio fine tutti i diversi elementi della messa in scena. Un tripudio.

La maturità del machinima

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Il machinima sta diventando sempre più mainstream e accettato anche dai non appassionato. Di tutte le produzioni però sono ancora pochi i video che riescono a sfondare la barriera degli appassionati e diventare virali, oppure a essere visti e ritenuti interessanti anche dal resto degli utenti. Ci fu un po' di tempo fa il caso di Internet is for Porn o la serie Arby 'n' The Chief, ma per il resto le cose migliori il machinima sembra produrle quando incrocia il mondo reale, quando cioè viene utilizzato come effetto speciale per un video in live action e non come animazione pura.

Un esempio brillante è Escape From City 17, un pilota per una webserie basato su Half Life 2 che utilizza il machinima solo per il comparto di effetti speciali, mentre fa fare ad esseri umani tutto il lavoro attoriale. Metà vero e metà digitale, il pilota è uno straordinario esempio di come il machinima allarghi le possibilità dei videomaker a costo zero. Gli effetti di Escape From City 17 sono migliori di moltissime cose che si vedono al cinema e anche se la produzione ha impiegato moltissimo tempo per realizzare un episodio (il tempo è la moneta di chi non ne ha), lo stesso il risultato sembra aprire una nuova strada e indicare come probabilmente più che animare e basta il machinima può essere un supporto straordinario all'azione reale.

13.5.09

Soffocare (Choke, 2008)
di Clark Gregg

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POSTATO SU
Siamo dalle parti dell'adattamento purtroppo.
Soffocare (il film) di Clark Gregg viene dritto dritto da Soffocare (il libro) di Chuck Palahniuk, grande successo editoriale e opera, come tipico dell'autore di Fight Club, molto complessa. La versione cinematografica purtroppo risente di tutto questo e, specialmente confrontandola con l'adattamento di Fight Club ad opera di Fincher, non riesce a trovare una strada autonoma.

Il problema con i libri molto forti e complessi è infatti che si rischia di cercare di replicarli pedissequamente su schermo, operazione che raramente funziona e che nel migliore dei casi può solo far intuire gli spunti e i temi più interessanti dell'opera di partenza senza però riuscire ad affrontarli sul serio.
Soffocare di Clark Gregg è appunto uno dei casi migliori, un film che, pur non trovando una strada autonoma, si fa forza della potenza dell'idea di partenza.

Non c'è personalità nel film di Gregg, non si cerca una dimensione cinematografica ma solo una traduzione impossibile del testo. E' veramente una "riduzione" nel senso pieno del termine quella che vediamo invece che un "allargamento" di significati grazie al linguaggio del cinema. Perchè di linguaggio del cinema in Soffocare ce n'è ben poco, lo stretto indispensabile a raccontare una trama ricca di spunti mai presi di petto.

Alla fine chi non ha letto il libro esce dalla sala con una grande curiosità di leggerlo perchè ne intuisce le straordinarie potenzialità mentre chi l'ha letto non può che rimanere deluso da un simile impoverimento.