31.1.10

King Of Thorn (id., 2010)
di Kazuyoshi Katayama

Share |
2 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

Prende le mosse da un fumetto ed è diretto dal regista di Appleseed, sembra insomma di essere tornati all'animazione giapponese anni '90, quella che tra animismo, bambini predestinati e/o profetici, apocalisse imminente e distruzione mondiale su larga scala incasinano tutta la linea narrativa e in soldoni non si capisce niente. Però è un bel non capire nulla. Espressivo.

King of Thorn a sua discolpa beneficia di una grossa spiegazione finale non invasiva. Si parla di un momento nel futuro molto prossimo in cui nel pianeta si è diffuso un virus che se contratto riduce il malato in pietra in poche settimane. Come rimedio una grande multinazionale propone (a pochi eletti) l'ibernazione per poi essere scongelati in un futuro in cui si sia trovata una cura. La varia umanità fatta di figure archetipe della moderna narrazione nipponica a fumetti si addormenta nelle capsule tutti nello stesso ambiente (un castello in Scozia) e poi si risveglia, non si sa bene quando, nello stesso luogo pieno di piante rampicanti appuntite e mostri vari. E qui si parte.

La storia non nasconde, anzi esplicita la parafrasi (ma fino ad una certa) con La Bella Addormentata nel Bosco del quale vuole riprendere le fila per sterzare all'ultimo chiedendosi: "E se la Bella Addormentata non avesse voluto svegliarsi? Se il sonno fosse stato meglio della realtà?".
Più che le possibili risposte a questa domanda (anche un po' idiota) il bello sta come al solito nell'atmosfera incerta che sa avere in molti casi l'animazione proveniente dai manga, la capacità di operare un racconto alternando con grandissima abilità attesa, azione, stasi e mistero.

La disperata ricerca di una spiegazione a cosa sia successo nel castello scozzese infestato da creature mostruose ha il respiro e l'astrazione dei migliori racconti nipponici e, pur mancando di originalità, riesce con una sterzata finale a impressionare con il discorso, tirato fin dall'inizio, sull'intimo legame tra le gemelle protagoniste.

Mai Mai Miracle (Maimai Shinko to sennen no mahô, 2009)
di Sunao Katabuchi

Share |
3 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

Ti attirano con quelle cose del tipo "una volta tanti anni fa ha lavorato con Miyazaki" e con un tratto da studio Ghibli e poi ti ritrovi intrappolato per 90 minuti che sembrano 140 a vedere un polpettone senza capo nè coda che vorrebbe essere miyazakiano con tutte le forze (bambini, ecologismo, reminiscenze, viaggio interiore...) e invece è solo noioso.

Se però c'è una cosa che Mai Mai Miracle dimostra è che i giapponesi non sono immuni dalla dipendenza da un retaggio ingombrante e fastidioso. Non solo Miyazaki infatti ma anche moltissime velleità da Kurosawa si intuiscono nell'opera di Kabuchi che però non riesce mai a centrare il punto della questione come se non comprendesse il perchè di quello che fa.
Mai Mai Miracle insiste sulla sensibilità infantile senza mai riuscire a comunicare quei sentimenti ostentati dalla sceneggiatura, tenta la poesia in molte immagini senza riuscire mai ad impressionare o convincere veramente.
Così facendo si disinteressa di componenti come ritmo, intreccio, svolgimento... Quelle cose che, in assenza di una mano sapiente, fa sempre piacere trovare.

Stato del 3D in Italia - Il solito post da (e per) nerd del cinema

Share |
3 commenti

Dal 3D Day del Future Film Festival esco con alcune certezze: il cinema italiano si farà riconoscere per quello che è anche nella produzione 3D e la digitalizzazione delle sale non si fermerà.

La produzione tridimensionale nel nostro paese prenderà l'avvio con un'opera di Wim -mi sono ormai totalmente bruciato quel poco di cervello che avevo- Wenders, un medio di 35 minuti finanziato dalla regione Calabria a scopo promozionale che avrà come tema l'accoglienza degli immigrati. Parte documentario, parte finzione (partecipazione di Ben Gazzarra e Luca Zingaretti), tratto da una storia vera. Il primo 3D in Italia lo fa la Calabria.
Se questa cosa non ha distrutto le vostre speranze ci penserà il primo lungo la cui direzione è affidata a Marcello Avallone, tratto da Giro di Vite, girato all'estero con attori (non noti) stranieri, in lingua inglese ma con troupe al 100% italiana e venature noir/gialle più un po' di soprannaturale (!!!) per fomentare gli effetti 3D. Voi piangete ma se non altro ve li potrete risparmiare. Voi....

La buona notizia è che la società che si occupa della stereografia (cioè del corretto funzionamento del 3D), Lilliwood, pare molto seria. Ha un suo sistema per girare che riduce al minimo le difficoltà di visione perchè si può aggiustare immagine per immagine mentre si gira (e hanno una figura apposita che fa questo, come se accordasse uno strumento). Il risultato è che garantiscono un effetto stereoscopico che, al contrario di molti film che sono andati al cinema, non rende il 3D buono solo per il punto in cui si concentra la visione ma per tutta l'immagine. Se non altro....

Per quanto riguarda la distribuzione si va verso un periodo molto strano.
Succede che siccome molte strutture hanno un solo schermo 3D (solo i multiplex più grandi a fine Aprile arriveranno a 3-4 schermi convertiti per ogni struttura) la distribuzione dei film tridimensionali segue le vecchie logiche della distribuzione monosala, solo che il mondo non è più lo stesso e un film non sta in cartellone sei mesi. Dunque Alice nel paese delle meraviglie, Dragon Trainer, Avatar e poi anche Toy Story 3 (che apposta esce anche da noi a Luglio) rischiano l'accavallamento.
Ad esempio quasi tutti hanno detto che probabilmente Avatar terrà così bene così a lungo (basandosi sull'andamento all'estero) che all'uscita di Alice a molti non converrà sostituirli, perchè a quel punto il prezzo di noleggio della copia di Avatar sarà calato mentre gli incassi saranno comunque buoni, e così per gli altri. L'accavallamento, com'è ovvio è segno di exploitation.
Sebbene i prezzi dei proiettori digitali siano in calo, sanno tutti che il ricambio è frequente e che le spese ci saranno sempre, tuttavia i grossi player sembrano fiduciosi anche davanti al rischio 3D in pellicola ("Dobbiamo ancora vederlo e valutare la sua qualità, ma non credo che riuscirà ad arrestare il passaggio al digitale che sta accadendo in tutto il pianeta" ha detto il responsabile Warner).
Ad ogni buon conto ad oggi il 3D, sebbene incassi di più per il costo del biglietto alle sale non frutta effettivamente di più. Quei 2 euro che si pagano in aggiunta al normale prezzo infatti sono quasi totalmente erosi dal costo della manutenzione degli occhiali e dall'ammortizzamento della spesa per il proiettore, per questo sono necessari usi alternativi delle sale che massimizzino gli introiti. A tale scopo per i mondiali di calcio è ufficiale che il circuito The Space Cinema (quello che fonde insieme l'ex circuito Medusa e l'ex Warner Village) manderà le partite live al prezzo di un film, possibilmente anche in 3D. Io una me la voglio vedere al cinema, così per capire che effetto fa.

Il resto sono cifre e numeri già sentiti e solo confermati dall'industria.

29.1.10

Edison And Leo (id., 2008)
di Neil Burns

Share |
0 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

La produzione animata canadese anche nel peggiore dei casi riesce ad avere un livello qualitativo in termini sia di fattura che di godibilità del racconto forse unico nel panorama mondiale. Sebbene lontana dai capolavori dei cartoni di altre nazioni, la professionalità e la garanzia di qualità minima assicurata dal marchio Canada sono impressionanti.

Non fa eccezione Edison and Leo, commedia dolceamara in stop motion con risvolti romantici che si poggia sull'intreccio più classico possibile (un padre machista, vanesio e ossessionato da se stesso cresce due figli con risultati opposti: uno è vigliacco e medita vendetta, l'altro dolce e sensibile trova l'amore nel peggior nemico del padre) ma riesce a trasformare un racconto canonico in qualcosa di decisamente più godibile della media azzeccando il contesto e il ritmo. L'Edison del titolo è infatti il noto inventore (anche se nel film si chiama George T. e non Thomas A.) e tutte le sue note ossessioni diventano pretesto per gag.

Ma contrariamente a produzioni più elaborate e costose le gag non sono il risultato bensì il mezzo con cui si cerca di raggiungere il risultato (un film emozionante). Non capita quindi che tutto sia finalizzato alla risata ma che le risate capitino come felici incidenti di percorso nelle corsa forsennata del film.
Il montaggio invisibile sebbene molto elaborato infatti è un altro punto di forza (anche questa è caratteristica dell'animazione canadese) che, assieme alla precisione nel modellare i caratteri, conferisce a Edison e Leo un fascino che la sola storia non basterebbe a garantirgli. Dispiace quindi che poi il film sia solo intrattenimento e non abbia la forza o la velleità di fare un piccolo salto in avanti.

Under The Mountain (id., 2009)
di Jonathan King

Share |
2 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

Dalle pecore mannare ai vulcani di Aucland, Jonathan King si prende terribilmente sul serio in questo film di fantascienza risaputo fin dalla prima scena che dovrebbe incrociare cinema per ragazzi a cinema d'avventura e teen movie senza riuscire bene da nessuna parte, soprattutto sul fronte dell'inventiva.

Fantasy a tema gemelli, con echi di fantascienza e un po' di soprannaturale a condire le avventure del mondo adolescenziale in cui gli adulti sono solo un ostacolo. E' tale l'inutilità di Under The Mountain che viene da chiedersi cosa si stia facendo in sala e perchè si stia perdendo tempo in quel modo.

Goemon (id., 2009)
di Kazuaki Kiriya

Share |
0 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

Visivamente impressionante, a tratti ingenuo nel mischiare senza troppa lucidità sequenze live action con inserti interamente in CG utili a realizzare le scene più spettacolari (ma la transizione e lo stacco sono troppo evidenti) e totalmente fondato su una ricostruzione del giappone feudale che stia a metà tra la finzione di 300 (dove gli sfondi sono sempre e comunque digitali, quindi elaborati), le esagerazioni di Kyashan (film precedente di Kiriya) e tanta fantascienza distopica in cui l'aria di decadenza si respira nei vestiti, nei volti, negli ambienti e nelle relazioni tra persone.

Goemon racconta dell'omonimo popolare ladro che ruba un oggetto ricercato da molti e senza saperlo lo getta via. La corsa per impadronirsene rivela le forze in campo. Goemon non è solo un ladro ma un ex ninja e a cercare la scatola concorrono il suo maestro e il suo compagno di allenamenti dell'epoca. In più la ragione per la quale tanti signori locali ordinano ai loro ninja di impadronirsi della scatola è perchè si tratta della chiave per ottenere la prova del terribile tradimento con cui è stato preso il potere governativo.

Alla fine la storia sfocia in un terribile pacifismo della peggior specie, mentre lo stile grafico continua ad aumentare in magniloquenza, debiti ed inventiva. Dal fumetto, al cartone, al videogioco le idee di messa in scena che fondono ambienti in CG e scene live action riescono davvero a creare quell'ibrido di passato distopico che guarda ad un immaginario da Dune in grado di astrarre un film con precisi riferimenti storici (periodi, regnanti, luoghi) e farlo diventare qualcosa di diverso.

28.1.10

Blue movies

Share |
0 commenti

Se c'è un mondo nel quale un buono spunto può bastare a dar vita ad una buona produzione è quello delle serie in rete, nel quale la brevissima durata, l'esigenza di scene rapide e inventive e le basse aspettative del pubblico concorrono a fomentare una produzione incentrata più sulle singole scene che sul grande racconto. Accade così che Blue Movies, una delle web serie più intelligenti, carine ed interessanti degli ultimi tempi prenda l'avvio dall'errore del protagonista il quale, convinto di andare a fare uno stage a Paramount, non si rende conto di aver accettato di lavorare per la Pornamount, casa di produzione che già dal nome esplicita la sua missione e il suo posto nell'industria filmica.

Fin dalla premessa Blue Movies si dimostra abile nell'avere un tema forte (ironizzare sul mondo della produzione pornografica) e una chiarezza di intenti (farlo senza mostrare nulla ma tirando fuori mille spunti esilaranti per possibili parodie porno, i cui trailer sono disponibili a parte). Nel fare questo la serie riesce a fare un doppio salto, il primo è girare intorno all'orbita cinematografica (in testa a quasi tutti gli episodi ci sono esilaranti versioni porno di film come Il Padrino, Forrest Gump, Il Cavaliere Oscuro), il secondo è usare il microcosmo delle scalcinate produzioni porno per fare un discorso più in esteso sul mondo della produzione cinematografica e quindi su quello delle serie online che, al momento, quanto a valori produttivi stanno alle serie televisive come il porno sta al cinema.

Panique Au Village (id., 2009)
di Stéphane Aubier e Vincent Patar

Share |
0 commenti

FUTURE FILM FESTIVAL 2010
CONCORSO

Difficilissimo descrivere Panique au village, lavoro europeo nel midollo, fuori da ogni schema e realizzato interamente in stop motion plastilinosa che cerca di ricalcare l'andamento anarchico, folle e demenziale dei giochi dei bambini.

L'azione si svolge tutta in un villaggio di 4 case abitato da un cavallo, un cowboy, un indiano, un poliziotto, un contadino e un postino più i relativi animali delle fattorie. Ogni personaggio è in realtà un action figure, con tanto di piedi attaccati alla propria base per non cadere, ognuno è costretto in una posa determinata ma non disdegna di muoversi quando l'occasione lo richiede (quasi sempre).
La storia è più difficile da raccontare. Cowboy e Indiano (i personaggi si chiamano ognuno con la propria definizione) per fare un regalo a Cavallo comprano troppi mattoni, li nascondono sopra il tetto della casa che crolla. Quando i tre si mettono a ricostruire l'edificio arrivano degli uomini pesce che gli rubano i muri. Li inseguono per recuperare il maltolto e finiscono prima al centro della terra poi sotto il mare, poi infine di nuovo in superficie fino a che non troveranno un equilibrio per aggiungere la parte sotto il mare al loro villaggio.

L'andamento demenziale come detto è quello dei giochi dei bambini, le voci sono palesemente appiccicate male come se la desse chi sta giocando (infatti i doppiatori sono gli stessi realizzatori e fanno più di un personaggio), l'animazione è invece frenetica, non a scatti ma dotata di un ritmo e un andamento che è costante nella sua incostanza, cioè vive di accelerazioni, urla, corse e via dicendo.
Il risultato è abbastanza stralunato ma salva tutto con la capacità di contaminare questi viaggi senza senso apparente con uno humor spesso davvero divertente e soprattutto con un accuratissimo lavoro di sonoro che colma le molte lacune di un'animazione originale e fantasiosa ma non sempre impeccabile.

27.1.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Share |
0 commenti

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata breve ma intensa. Si comincia con il punto della situazione sugli incassi di Avatar, i record su territorio italiano e l'andamento in patria, poi si parte con i film della settimana dal bello Tra le nuvole al dimenticabile Il quarto tipo, fino all'ancor più trascurabile Nine. Un accenno per L'uomo che verrà che ancora non ho potuto vedere e si anticipa qualcosa su Baciami ancora quando ancora non era stato visto.

LA PUNTATA DEL 22/01/10

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

26.1.10

Il 3D in pellicola è realtà (da incubo)

Share |
8 commenti

Il 3D moderno è digitale, si basa su quella tecnologia e per quello funziona diversamente da quello del passato. Ma il digitale costa e oggi fanno capolino i primi sistemi per rendere i normali proiettori capaci di mandare film in pellicola 3D. Si tratta di una notizia ottima per gli esercenti e pessima per gli spettatori, i quali come spesso capita saranno per lo più ignari delle opportunità che gli sfuggono.
Da quando è cominciata la grande operazione di penetrazione nelle sale mondiali della tecnologia per la visione stereoscopica moderna, si è detto più volte che uno dei pregi maggiori è di forzare gli esercenti al passaggio verso i proiettori digitali. Anzi, è acclarato che tanta insistenza da parte dei produttori/distributori nel fare film in 3D e spingerli in giro (in molti casi finanziando le sale perchè comprino la tecnologia adeguata) è finalizzata ad avere il digitale nelle sale, cioè apparecchiature che consentano di distribuire i film non in pellicola (che significa portare le pizze con un camion e un impiegato) ma via internet (che significa abbattere grandissima parte dei costi).

Il sogno di un parco sale interamente digitali che sembrava ora finalmente ipotizzabile (sebbene in un remoto futuro) potrebbe infrangersi di fronte ai nuovi brevetti di Technicolor e OculR. Le due società hanno infatti messo a punto separatamente due sistemi diversi (leggi: rivali) per mandare film tridimensionali con un normalissimo proiettore in pellicola.

Baciami Ancora (2010)
di Gabriele Muccino

Share |
29 commenti

POSTATO SU
Mentre i detrattori mucciniani affilano le loro lame per le mille stoccate a cui Baciami Ancora presta il fianco (e dalle quali non intendo minimamente difendere il film perchè, se non lo avete capito, non ritengo che il punto non sia lì) qui si gioisce per il ritorno italiano di Gabriele Muccino. Ritorno non solo ad una produzione nazionale ma soprattutto a quel tipo di storie che racconta in Italia.

Tornano dunque le ossessive telefonate ai cellulari, il fiatone, i bagliori lenticolari, il sole che entra dalle mille finestre, i campi di grano in mezzo alla città, le corse con musica francese di sottofondo e via dicendo. Un racconto che stavolta se ha un difetto è di trattare con sufficienza le storie che si svolgono attorno a quella principale, la quale invece vive di momenti straordinari di furiosa empatia al di là di qualsiasi possibile realismo.
Il rapporto con L'Ultimo Bacio è di cuginanza se in quello si peccava (e molto) qui si scontano le pene corrispettive e dunque anche il finale in questo senso segna una risoluzione da chiusura del cerchio e non il reiterarsi della medesima situazione come nel precedente.

Lo stile del racconto, che è la cosa più importante nei film di Muccino, continua ad evolversi nella arrivando ad un nuovo livello di astrazione dal reale nel quale tutti gli elementi della messa in scena (luoghi, luci, parole, meteo, azioni, vestiti, i divani, i colori dei capelli...) valgono più per ciò che rappresentano che per ciò che sono. Come nell'arte illustratoria anche qui il sentimentalismo (la cosa a cui il regista sembra tenere di più di tutte) scaturisce dal concorso di tante parti diverse dell'immagine e del sonoro in grado di dare il proprio apporto. Tra queste si distinguono gli agenti atmosferici, sempre più importanti nei film italiani di Muccino benchè sia una caratteristica tipicamente statunitense.

Ma anche la luce del sole, sempre forte, insistente e direzionata sui corpi degli attori contribuisce a realizzare momenti altissimi. Sono infatti proprio raggi solari (o meglio luci artificiali che sembrano tali) quelli che colmano la pupilla di Vittoria Puccini mettendone in risalto solo l'iride, nella scena in cui i due protagonisti hanno un alterco fondamentale colmo di rabbia e d'amore soppresso in controluce davanti ad alcune porte-finestra scorrevoli.
Di fronte ad idee come questa, come i campi di grano dove padre e figlia vivono i loro sentimenti, come la pioggia nei momenti decisivi o gli appartamenti illuminati con precisi fari anche i dialoghi assumono com'è giusto una veste diversa.

Baciami ancora è un film in cui (come già è capitato in passato) i personaggi pronunciano frasi come: "Scusami se non sono quello che avresti voluto che fossi", in cui parlano non come ci si parlerebbe nella realtà ma come ci si vorrebbe parlare in certi momenti, nel bene e nel male, in linea con quell'idea di far aderire il racconto filmico non alla vita vera ma ad una sua astrazione romantica da romanzo popolare d'alta maestria.

Infine fa ridere come vedendo un film che riprende a 10 anni di distanza dei personaggi non si riesca a non pensare a che evoluzione abbiano avuto in questo lasso di tempo le carriere di quel gruppo di attori che L'Ultimo Bacio sembrava aver lanciato. Allo stesso modo dei personaggi (anche se non secondo una corrispondenza diretta) alcuni sono andati all'estero, alcuni sono caduti in disgrazia, alcuni hanno fatto altro, alcuni sono esplosi in patria e altri non li si è più sentiti.

24.1.10

Tarnation (id., 2003)
di Jonathan Caouette

Share |
0 commenti

Jonathan Caouette non è esattamente un filmmaker ma si è filmato per gran parte della sua vita e ad un certo punto ha deciso che era ora di raccontarla usando anche quelle immagini (oltre alle foto che gli avevano scattato i genitori quando era piccolo). Quello che differenzia quindi Tarnation da qualsiasi altro esperimento di questo tipo o da un video familiare è che la storia della vita di Caouette è di quelle che mettono i brividi e che valgono un racconto. In più il suo protagonista (che è autore) ha una precisa idea di come raccontarla.

Saltando tra ricordi, video registrati e materiale moderno si racconta con un certo rigore cronologico (benchè poi spesso si salti all'oggi) di come la vita del piccolo Jonathan sia stata spesso una frustrazione artistica, della madre sana che è diventata matta in seguito a ripetuti trattamenti di elettroshock, della sua permanenza con i nonni, la fuga del padre e poi ancora il ritorno della madre, l'adolescenza in locali ambigui, la scoperta dell'omosessualità e della sessualità in genere, la fuga a New York e infine (e questo è l'oggi) il ritorno a casa.

Raccontare quindi una storia vera come fosse un film, piegando leggermente gli eventi perchè si adattino alla scansione tradizionale dei racconti audiovisuali e adottando qualche espediente retorico (le già citate ellissi con quella parte di storia che si svolge nel presente) solo per facilitare la digestione e la comprensione di una trama che non solo è narrata con soluzioni visuali non convenzionali ma soprattutto è di quelle difficilmente digeribili.
E la forza di Caouette è proprio qui, nel riuscire a fare quell'incredibile salto da attore e protagonista della storia a narratore, applicando quando serve uno sguardo spietato. Poco importa che l'obiettivo sia puntato su sua madre o suo nonno, se serve Caouette sa forzarsi a non provare pietà e non distogliere lo sguardo, non si ferma mai la sua esigenza di documentare la storia in corso nemmeno davanti all'abisso dei propri cari e del proprio passato.

E se la mancanza di pietà spesso è disprezzabile in un regista, quando questa è rivolta verso se stesso e il proprio retaggio ed è finalizzata a sgombrare il campo da qualsiasi autoindulgenza per cercare di giungere alla radice della realtà attraverso la sua ripresa allora è decisamente ammirabile.
Il film è totalmente autoprodotto, è costato 218 dollari ma grazie a fan come John Cameron Mitchell e Gus Van Sant è fruttato fiducia e distribuzione finanche a Cannes.

22.1.10

L'Uomo Nero (2009)
di Sergio Rubini

Share |
0 commenti

Non fa nulla di originale Rubini, nè nulla di grande, eccezionale o complesso. L'Uomo Nero è un film piccolo semplice e molto italiano, in equilibrio tra dramma e commedia, ripiegato sul passato dell'autore, nostalgico e che inneggia ai grandi valori. Tutte caratteristiche che non mi hanno mai fatto impazzire ma che tuttavia trovo ragionevoli in un film piccolo e dalle piccole ambizioni come questo.

Poggiato su attori a cui è assegnato un loro che è già stato loro e su grandi caratteristi il film non fa troppa fatica per raccontare il rapporto travagliato tra un padre con l'ossessione della pittura e della realizzazione di sè in un paesino di provincia che gode nell'umiliarlo e un figlio che è spettatore di tutto questo suo malgrado e che ne rimarrà inevitabilmente influenzato. C'è un colpo di scena e c'è la deliverance finale. Tutto secondo i piani.

Però stavolta L'Uomo Nero riesce con poco a regalare soddisfazione, riesce a far uscire dalla sala non certo estasiati ma comunque rinfrancati dall'aver visto un buon film, non necessariamente indulgente con i propri personaggi (e quindi con lo spettatore) e conscio delle proprie dimensioni, dei propri intenti e dei propri limiti.
Si può dire molto contro Rubini, che il suo immaginario è povero, che ruba tutta l'idea di "filmare il ricordo" da Amarcord senza avere quella fantasia e quell'audacia, che è ombelicale e via dicendo, ma non gli si potrà di certo dire che non sa raccontare una piccola storia di valori magari non necessariamente condivisibili ma di forte impatto sentimentale. E va bene così.

21.1.10

Quello che in Italia sappiamo meglio degli americani sulla fine dei palinsesti

Share |
0 commenti

Il nuovo anno si è aperto all'insegna di una spaccatura nella televisione statunitense, dalla quale emergono curiose idee per la rete. In estrema sintesi la NBC, che aveva cambiato fascia a Jay Leno e al suo popolare show, è tornata sui suoi passi a causa del calo di ascolti e ora, per rimetterlo in seconda serata, deve far slittare i programmi di Conan O'Brien prima e Jimmy Fallon poi, ad orari che i due non vogliono (dopo la mezzanotte), oppure, come sembra probabile oggi, sospendere il Tonight Show di Conan O'Brien (che a quel punto se ne andrebbe). La questione della priorità di Jay Leno, dell'arroganza nel disporre degli orari di show altrui che non hanno problemi particolari e le solite intransigenze dei network hanno mobilitato l'opinione pubblica a favore, come sempre, del più danneggiato cioè O'Brien, il quale ora (dopo aver dato dei "coglioni incompetenti" a quelli della NBC in diretta) sembra cerchi una nuova destinazione per il suo show.

Una volta tanto però in Italia ne sappiamo di più sulla questione. Mentre negli States si chiedono se sia possibile spostare ad altri orari un simile programma, cambiando quindi lo storico posizionamento in seconda serata che è rimasto tale per quasi 50 anni, noi abbiamo sperimentato più volte i cambi (compreso quello di rete) con il Late Show with David Letterman. Mandato in onda ad ora di pranzo come a quella di cena, passato da RaiSat Extra a SkyUno, lo show che in America è concorrente di quello di O'Brien (e il cui format è quasi identico) ha sempre funzionato, generando numeri tali che quando la Rai ha deciso di non mandarlo più in onda Sky ha fatto carte false per aggiudicarselo.

Drillbit Taylor (id., 2008)
di Steven Brill

Share |
4 commenti

Quasi un anno esatto fa, parlando di Role Models, si diceva che alcuni film non dovrebbero passare per le sale, perchè hanno in altri tipi di fruizioni il loro terreno d'elezione. Ora, diversamente, ho visto Drillbit Taylor sulla pay-tv (anche se non in pay-per-view, non esageriamo) ottenendone una soddisfazione ampiamente superiore a quella ottenibile in sala.

Il film è assolutamente accomunabile a Role Models, ha la medesima trama (uno sbandato fa da guardia del corpo a dei nerd), la medesima dialettica di fondo (i nerd contro i bulli aiutati da persone peggio di loro che non credono in quello che fanno ma si ricrederanno), la medesima ideologia di fondo (il sincero disprezzo di tutte le autorità del mondo adolescenziale dalla scuola ai genitori) e la medesima onestà intellettuale (nonostante il lieto fine da commedia le figure parentali non saranno riabilitate e la vittoria non rende quel mondo di merda migliore, risolve solo un problema). E' la commedia stupida come dovrebbe essere sempre: stupida perchè sceglie di esserlo non perchè lo sia davvero.

Come Role Models infine Drillbit Taylor è molto migliore di quello che possa sembrare a prima occhiata anche se il tono leggero e l'assoluta convenzionalità di trama, svolgimento e messa in scena giocano contro di lui in una visione in sala.
E' una cazzata migliore di quanto non lo si possa pensare cominciando a vederlo, ma pur sempre una cazzata, non il tipo di prodotto che ci si aspetta dalla sala. Eppure allo stesso tempo è di gran lunga migliore del tipo di prodotto che ci si attende di beccare casualmente sulla pay-tv.

20.1.10

Il quarto tipo (The fourth kind, 2009)
di Olatunde Osunsanmi

Share |
18 commenti

POSTATO SU
Lo dico subito, Il quarto tipo bara, cioè prende proprio in giro lo spettatore. Senza mezzi termini e fin dal titolo (che lo sappiamo tutti che altro film va a riprendere). E' ingannevole perchè pretende di essere vero al di là di qualsiasi dubbio e per dimostrare questo non fa altro che quello che potrebbe fare qualsiasi altro film: presenta delle immagini amatoriali dichiarando che sono vere. La qual cosa può anche corrispondere a verità, rimane il fatto che il materiale è montato, spiegato e incastrato in un racconto che utilizza i medesimi espedienti narrativi di qualsiasi altro film, di fatto falsando le velleità di reportage reale che sono continuamente sbandierate.

Che la paura al cinema per gli americani si stia spostando sul versante del presunto realismo lo si era capito da tempo. Da The blair witch project e poi con più forza con Cloverfield, Paranormal Activity e tutti quei film che vengono girati fingendo di essere reali, compresi gli spagnoli [REC] e [REC]2. Non è solo l'uso della camera a mano manovrata da uno dei protagonisti, ma anche l'idea di avere un film che non esageri in effetti "fantastici" e si limiti a mostrare il sovrannaturale come potrebbe essere se davvero esistesse (in questo mirabile la scelta di Cloverfield di non avere solo uno stile di ripresa amatoriale ma di incentrare tutto sul punto di vista dell'uomo comune annullando l'occhio onnisciente del cinema).

Il quarto tipo però fa un passo in più, con stile televisivo inizia inquadrando Milla Jovovich che dice "Sono l'attrice Milla Jovovich e in questo film interpreto..." insomma spiega che è tutto vero. Quello che segue è un film dove in ogni momento ci viene ricordato che quelli che vediamo sono attori che interpretano persone reali (di cui non sempre è riportato il nome per motivi di privacy) e che in molti casi giustappone con uno splitscreen le sequenze etichettate come vere della vera psicologa protagonista che filma se stessa e i suoi pazienti durante sedute di ipnosi in cui entrano in contatto con entità non umane, a sequenze assolutamente identiche facenti parte del film. La realtà quindi ogni tanto si affianca alla ricostruzione della realtà, mostrando come sia ad essa identica, convincendo lo spettatore che si sta davvero mostrando gli eventi come si sono svolti. Finito il materiale di repertorio però si torna ad avere solo le immagini girate.

Ciò che non è stato girato all'epoca quindi è ricostruito narrativamente. Ma come già detto il film è pieno di illazioni, affermazioni di dubbia ragionevolezza e supposizioni che si basano su fatti che non sono tali che dovrebbero reggere la storia di contatto con il paranormale.
Il risultato è che alla fine non solo la storia del film non regge per niente ma (cosa decisamente più grave) il racconto non coinvolge assolutamente nè riesce a far sognare (o avere incubi).

18.1.10

La Sposa Turca (Gegen Die Wand, 2004)
di Fatih Akin

Share |
6 commenti

La doppia visione di Soul Kitchen ha inevitabilmente scatenato il tanto posticipato recupero di La Sposa Turca (solito titolo italiano che ammicca ad una storia d'amore, l'originale significa "contro il muro"), film con cui il cineasta turco-tedesco vinse Berlino e si fece notare in campo internazionale.
Visto a 5 anni dalla sua uscita originale il film tratta un tema poi molto abusato e con esiti disastrosi, tanto da creare in me una sorta di rinforzo negativo di fronte alle storie di immigrati di seconda generazione vessati da un nucleo familiare bigotto e oppressivo, ripiegato all'interno della propria comunità che rifiuta l'integrazione e la contaminazione con il paese ospitante, per sè e per i propri figli. Inutile dire che La Sposa Turca, al contrario dei film che l'hanno seguito è straordinario.

Ma straordinario il film non lo è tanto per il modo in cui affronta questa storia, che comunque corrisponde ad un'idea di mondo aperta, cosmopolita, vagamente amante dei più derelitti e di quel piccolo amorevole senso del ridicolo che si portano appresso, quanto per il respiro che gli obiettivi, i carrelli e le musiche non originali utilizzati da Fatih Akin gli danno.

Non ho citato a caso tre componenti che solitamente caratterizzano il cinema di Scorsese, Akin sembra infatti anche più innamorato del regista italoamericano di quanto non lo possa sembrare il nostro Sorrentino, il debito che nutre nei suoi confronti è infinito e il rispetto con il quale utilizza espedienti del maestro è degno della miglior stima. Non si tratta solo di muovere la macchina con subitanea frenesia in gesti secchi e autoconclusivi o di attraversare gli ambienti per giungere a chi parla o infine utilizzare musica non originale in modo anticonvenzionale, quanto di orchestrare in ogni caso una messa in scena che stupisca per il modo in cui questi elementi sono utilizzati senza che ci sia mai una regola. Alle volte la macchina balla con i protagonisti a tempo di musica, alle volte il montaggio è rapido e secco, altre invece ci sono lunghe immagini fisse silenziose. Ogni momento ha la sua idea, ogni idea è a suo modo una sorpresa. Questa scena è un esempio perfetto di tutto questo, dalla musica fino alla carnalità, fino a quei curiosissimi fermi immagine verso la fine che la prima volta disorientano ma in realtà sono fantastici.

Il racconto non è molto diverso a quello di Soul Kitchen, ci sono i tempi dilatati, la scansione narrativa inusuale, un guaio fisico per un personaggio, il viaggio come ostacolo amoroso, la galera e la città come ambiente fintamente neutro. Tuttavia nel narrare la storia di un amore che, come spesso si è visto, è prima finto poi tremendamente reale Fatih Akin riesce a porre l'accento correttamente sulla componente carnale che traina quella sentimentale. Stavolta alla consueta parabola di innamoramento in poco tempo ci si crede perchè supportata da un sottotesto carnale fortissimo che non è solo sessuale ma si riverbera nella violenza (fortissima), nella sporcizia e nel rapporto gastrointestinale che i protagonisti hanno o desiderano avere con la vita.
Esemplare in questo senso la prima inquadratura regalata alla protagonista (realizzata con focale cortissima mentre tutto il resto del film ha una profondità di campo pazzesca, per dire della libertà stilistica), già contenente una promessa sessuale fatta al personaggio guardato come al pubblico guardante.

15.1.10

L'antipirateria che si fa giustizia da sola /2 la replica

Share |
8 commenti

Arriva oggi un comunicato FAPAV che risponde a quanto scritto giustamente da Guido Scorza e già segnalato qui.
FAPAV ha da tempo chiesto a Telecom di intervenire per bloccare l’accesso a quei siti dove semplicemente e direttamente vengono messe a disposizione pellicole appena uscite nelle sale o addirittura non ancora uscite (come nel caso di “Avatar”).

Non si tratta di peer-to-peer (e dunque di 'scambio' fra singoli) ma di siti organizzati su base commerciale che lucrano da una attività pacificamente illecita in tutta Europa e negli Stati Uniti.

Lascia francamente stupiti che Telecom - attraverso le cui reti si realizza circa i due terzi di questo tipo di downloading illegale - si trinceri dietro la tutela della privacy degli utenti. Di fronte ad una attività che costituisce palesemente un reato la disciplina dei dati personali deve fare un passo indietro. Forse Telecom chiude gli occhi quando si verificano i numerosi casi di truffa telefonica a suo danno?

Peraltro i dati - impressionanti per la loro dimensione - della pirateria (si ripete, film appena usciti nelle sale e la cui riproduzione è dunque sicuramente illecita) forniti da FAPAV al Tribunale di Roma sono stati ottenuti senza alcuna violazione della normativa sulla privacy, in quanto il sistema di verifica individua solo i primi tre gruppi di cifre dell'indirizzo IP (quelle che corrispondono alla rete di accesso) ed ignora del tutto gli altri numeri che, in ipotesi, potrebbero condurre ad un utente persona fisica.

Infine ci permettiamo di ricordare che sia la Corte di Giustizia delle Comunità Europee nella sua decisione del febbraio 2009 nel caso LSG/Tele2 che la Corte di Cassazione nella sua recentissima sentenza del 23 dicembre scorso (vedi Il Sole on-line dello stesso giorno) hanno affermato l'obbligo degli intermediari (come Telecom) di vigilare affinchè attraverso la loro rete non vengano commessi degli illeciti.

Vorremo solo concludere osservando che la pirateria è un fenomeno che colpisce non solo tutta l’industria culturale italiana, ma anche l’efficienza della rete con conseguente danno per i suoi utilizzatori e per gli operatori della stessa che affrontano ingenti investimenti per la banda larga per vedersi poi la rete intasata da attività illecita.

FAPAV ha da sempre auspicato un’intesa fra i soggetti interessati, senza la quale sarà inevitabile una soluzione legislativa "alla francese", ora seguita da altri paesi europei e convalidata dalla recentissima Direttiva 136/09 pubblicata il 19 dicembre.
Quello che la FAPAV sembra ignorare che non si può limitare l'uso della rete, che la vigilanza contro gli illeciti commessi non prevede questo tipo di attività, che provare che si commettano degli illeciti non è così diretto come vedere che quel sito consente il download (o lo streaming) di film e infine che la stessa Telecom non può trattare i dati personali.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Share |
7 commenti

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata con ospite specialissimo Francesco Alò, il cui tema è ovviamente Avatar, già visto da Alò ma non da me. Poi si parla con inaspettata gioia di [REC]2, si anticipa Paranormal Activity, si parla senza averlo visto di Ong Bak 2, si commenta con dispiacere il nuovo Io Loro e Lara, si anticipa anche La Prima Cosa Bella di Virzì senza averlo visto e infine si fa un discorso di confronto tra Avatar e Il Mondo dei Replicanti

LA PUNTATA DEL 08/01/10

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Central Cop Division

Share |
0 commenti

"Che fine hanno fatto le serie poliziesche crude? Homicide, The Shield, NYPD Blue, The Wire... tutte finite. Se accendete la televisione una sera a caso della settimana troverete delle serie poliziesche dove è subito chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi. Serie in cui ogni settimana i casi sono risolti brillantemente senza lasciare dubbi. Serie dove la "magia della scienza" risolve ogni crimine". Con questa che somiglia ad una dichiarazione programmatica di intenti si apre il sito di Central Cop Division, una serie che definirla tale fa quasi ridere visto che è composta da 4 episodi ognuno della durata di 2-3 minuti. Se però c'è da ridere per il modo in cui è confezionata, decisamente non ce n'è per il suo contenuto che è crudo, ambiguo, irrisolto e problematico come nelle intenzioni degli autori.

Si tratta di un esperimento di serialità diversa dal solito, breve, che non cerca la benevolenza dello spettatore a tutti i costi (come già faceva la bellissima Jordan And Bear) e fatta di continui colpi di scena tesi non tanto a tenere avvinto lo spettatore con trucchetti (anche se sono abilmente posti alla fine di ogni episodio) quando a dipingere nel poco tempo a disposizione quella sensazione di incertezza nel riconoscere bene e male che è cercata dagli autori.

Poi dice che uno non si iscrive al sindacato

Share |
0 commenti

Ricevo via mail da ufficio stampa (corsivo mio)
ALLARME DEI GIORNALISTI CINEMATOGRAFICI PER CINECITTÀ NEWS: CON LA SUA REDAZIONE CONTRO OGNI RISCHIO DI IMPOVERIMENTO

Roma, 14 Gennaio. Forte preoccupazione del SNGCI per il futuro di Cinecittà News. In particolare i giornalisti cinematografici denunciano il rischio che la testata online di Cinecittà Luce, ormai un punto di riferimento irrinunciabile per l’informazione cinematografica, impoverisca la propria struttura redazionale con la mancata conferma, da parte dell’azienda, dei contratti ai due “tempi determinati” che la stessa testata considera “figure professionali indispensabili” alla redazione quotidiana delle sue pagine online.

Stupisce, francamente - si legge in una nota del SNGCI - che Cinecittà Luce, editore della testata online, intenda rispondere con una politica di oggettivo indebolimento al successo e alla qualità di un giornale online che ormai da anni garantisce quotidianamente, con successo, un costante aggiornamento sul cinema italiano: Cinecittà news è una voce insostituibile anche per chi cerca dall’estero un’informazione puntuale sul cinema, soprattutto nazionale ed europeo, sulle sue cronache e i suoi personaggi ma anche sulle sue strategie imprenditoriali. A nome di tutti i colleghi che “cliccano” quotidianamente le pagine di Cinecittà news e nell’interesse di tutti i lettori che seguono il cinema attraverso le sue cronache e i suoi interventi il SNGCI non può che far appello al vertice di Cinecittà Luce non solo perché receda dalla decisione di non rinnovare i due contratti a rischio ma perché, come ha già denunciato l’Associazione Stampa Romana, al fianco della redazione, sia smentito “ogni tentativo di impoverimento strutturale” e fermata quella “corsa al ribasso che, oltre al taglio dell'edizione in lingua inglese, ha già visto perdere progressivamente a Cinecittà news tutte le collaborazioni fisse in redazione”.
Sia chiaro che poi uno ha solidarietà per tutti quelli a cui non rinnovano un contratto eh! Non fosse altro che per empatia personale e proiezione dei propri incubi. Ma solidarietà data dalla paura a parte vi metto qua sotto il confronto di google trends tra l'imprescindibile Cinecittà News e Vivacinema.it (così, un sito di news a caso tra i meno noti). Quanto ai contenuti fateci un giro e ditemi se ci sono cose imprescindibili che non sono comunicate dall'ANSA o non si trovano (prima e meglio) su altri siti di news.
Ignoro le cause che abbiano portato al mancato rinnovo dei contratti e alla chiusura della sezione inglese ma non so perchè le due cose non mi stupiscono per nulla. Come non mi stupiscono le virgolette sulla parola "cliccano" e quell'atteggiamento che sembra dare per scontato che il mondo cinematografico in rete giri intorno ad una cosa tanto vetusta, inefficiente e dalla mentalità vecchio stile quanto refrattaria ai cambiamenti più elementari (e non necessariamente laboriosi) come Cinecittà News. E non mi stupirà nemmeno se sentirò parlare di questa storia come di una vergogna o di un attaccato ad un polo informativo importante.

14.1.10

L'antipirateria che si fa giustizia da sola

Share |
2 commenti

Guido Scorza su Punto Informatico riporta il continuo di una storia il cui racconto ero cominciato casualmente da un mio pezzo riguardante il primo rapporto sulla pirateria in Italia. In quell'occasione Filippo Roviglioni, presidente della FAPAV la federazione antipirateria italiana, ad un certo punto candidamente raccontava
Un mese fa con un software trovammo un certo numero di persone che scaricavano film e musica. Andammo dal magistrato molto contenti, con nome e cognome, il magistrato ci chiese come li avevamo ottenuti e visto che ovviamente i pirati in questione non erano consenzienti ci disse che rischiavamo di essere inquisiti per violazione della privacy. Siamo andati allora a parlare con il numero due in materia di privacy che ci ha detto solamente come condivida il nostro senso di impotenza e frustrazione.
Oggi la FAPAV annuncia di aver chiesto ad un Giudice di ordinare a Telecom Italia di inibire l'accesso ad internet ad un certo numero di suoi utenti colpevoli di aver avuto accesso a siti in cui si scarica illegalmente materiale coperto da copyright. A parte la vaghezza dell'affermazione, Scorza fa notare come il sapere tutto ciò (che della gente, quindi degli indirizzi IP hanno avuto accesso ad un certo indirizzo e scaricato certi dati) sia un reato ben peggiore che l'eventuale accesso a materiale coperto da diritto d'autore.

Update (15/1): La FAPAV ha poi risposto alle accuse

Nine (id., 2009)
di Rob Marshall

Share |
5 commenti

POSTATO SU
Non è il fatto che sia 8 e mezzo messo in musical, nè il fatto che hanno fatto una cosa all'americana che vede l'Italia come una cartolina che ritrae una cartolina di una fontana nè infine il fatto che abbiano appiattito i temi del film originale. Tutte queste cose onestamente erano prevedibili e io in una versione scanzonata, semplificata piena di frizzi e lazzi da musical di 8 e mezzo ad un certo punto ci avevo anche creduto. Avevo creduto cioè che potesse paradossalmente venire bene. Solo ora mi rendo conto di quanto fossi folle.

Nine è un film noiosissimo con dei numeri musicali abusati, monotoni e uguali a se stessi e a tutto quello che il musical fa quando non ha idee. Non fosse per Daniel Day Lewis che distribuisce carisma a piene mani, che inventa posture, che affascina con sguardi movimenti e idee da attore per il resto sarebbe davvero il vuoto. Un vuoto pneumatico certo, riempito dalle solite impalcature da musical, dai costumi con calze, cilindro e cappello e infine con ballerini di seconda fila che sembrano generati al computer (Ctrl+C, Ctrl+V, Ctrl+C, Ctrl+V, Ctrl+C, Ctrl+V, Ctrl+C, Ctrl+V...).

Marshall non si ispira direttamente al film di Fellini ma al musical che vi era liberamente ispirato e dal quale Fellini stesso aveva preso le distanze impedendogli di usare il titolo originale (da cui Nine), la cosa doveva mettermi sul chi-va-là. La storia tuttavia è la medesima solo che il viaggio tra ricordi, fantasie, speranze, sogni deliranti, paure ataviche e in ultima analisi realtà (la più terribile delle dimensioni possibili) non ha nulla dell'incedere quasi casuale e giustapposto dell'originale ("Il Ben-Hur del cinema d'avanguardia" lo definì Morando Morandini) ma un preciso obiettivo al limite del pedagogico sull'importanza dell'accettare il bambino dentro di sè. per diventare un adulto equilibrato Una morale introdotta aumentando il personaggio di Guido bambino e introducendo la figura della mamma ("Una mamma! Geniale! Tutti gli italiani amano la mamma!") interpretata da Sophia Loren con sprezzo della decenza.

Parentesi involontariamente ilari per Valerio Mastandrea portiere d'albergo totalmente fuori parte che mentre parla sembra chiedersi perchè si esprima in una lingua non sua, per Martina Stella attricetta imbarazzata e soprattutto per Nicole Kidman in un ruolo a metà tra Claudia Cardinale dell'originale, Anita Ekberg di La Dolce Vita e il golem di Metropolis.

13.1.10

Anche quest'anno il cinema non è in crisi

Share |
3 commenti


Anche quest'anno il cinema non è in crisi. Eppure prima o poi ci deve andare, sono anni che lo sentiamo ripetere! Certo, i numeri sviluppati dalle sale non sono più quelli degli anni '70 e di certo il videonoleggio come lo conosciamo sta lentamente morendo ma se si guarda agli ultimi 7 anni di incassi delle sale è difficile parlare di crisi. Nonostante ci venga ripetuto con sempre maggiore insistenza che il cinema è in agonia e che le sale chiuderanno anche per colpa della pirateria le cose non sembrano stare esattamente così.

Anche guardando alle esperienze del più evoluto mercato americano la verità sembra essere che la pirateria (e il suo modello) è il futuro del videonoleggio, che i noleggiatori fisici hanno le ore contate (come del resto già sta capitando ad altri business fisici sconfitti dalla controparte digitale come le agenzie di viaggio) e che infine la sala non ha nulla da temere perchè la tecnologia non la ucciderà, anzi è proprio chi non vi si affida a dover chiudere.