30.3.12

Midori-Ko (2010)
di Keita Kurosaka

Share |
0 commenti

CONCORSO 
FUTURE FILM FESTIVAL 2012

Le idee, la mitologia e l'universo di riferimento escono dritte dall'immaginario giapponese, i disegni invece guardano più al Canada e a quelle idee a basso budget e alta creatività, che allargano i confini dell'animazione per il cinema. Si tratta di un miscuglio perfetto per un racconto altamente metaforico e allegorico come quello di Midori-Ko, in cui una verduraia si ritrova per le mani un vegetale vivente (con un volto!) che cresce come un bambino e che tutti intorno a lei (esseri mostruosi che si comportano come umani) vogliono mangiare, mentre lui soffre, piange e si fa continuamente male.

In certi momenti si respira un'aria simile al finale di Eraserhead (non l'ho notato solo io, Lynch è scritto ovunque nel pressbook e nelle descrizioni del film), quando il bambino mostruoso nel piangere rischia di far impazzire il protagonista. Quell'idea di pericolo e inquietudine Midori-Ko la trasferisce al mondo vegetale, in una specie di grido vegetariano che subito però diventa altro.

Come capita nei casi migliori, il film si sgancia dal suo soggetto (molto legato alla diatriba carne/verdure) per puntare più in alto su temi quali l'avidità umana, la bramosia, il desiderio e la noncuranza delle conseguenze delle proprie azioni.
La forza del film sta proprio nel non essere facile, nel non cercare la conciliazione ma di provocare le potenzialità della visione ad ogni istante, con un disprezzo per le reazioni e la resistenza dello spettatore che va di pari passo all'esaltazione della forma e delle trovate visive.

Pirati! Briganti da strapazzo 3D (Pirates! In an adventure with scientists, 2012)
di Peter Lord

Share |
0 commenti

FUORI CONCORSO
FUTURE FILM FESTIVAL 2012

Sebbene quasi tutti apprezzino "l'artigianalità" del cinema della Aardman, il fatto di poter intravedere il tocco umano sulla plastilina (che poi non è plastilina ma latex, molto meno poetico e più fetish) nei suoi cartoni in stop motion, il segreto di quelle produzioni è invece nella realtà che propone e nella visione demenziale e sovversiva delle sue storie.
L'animazione è un luogo affollato negli ultimi anni, popolato dalle vette inarrivabili Pixar, dai prodotti medi della Dreamworks o degli altri studi statunitensi, dalle follie giapponesi e dalla produzione indipendente e semisconosciuta (se non dagli appassionati) che viene dal Canada. In questo mondo la Aardman porta un'incoscienza che ha del sorprendete a simili livelli di budget e ambizione.

Pirati! Briganti da strapazzo, viene da un libro comico di Gideon Defoe che nemmeno aveva una storia vera e propria (motivo per il quale è stato pesantemente riscritto per lo schermo assieme all'autore stesso), ma aveva conquistato Peter Lord per l'umorismo incontenibile.
La visione del mondo, dei personaggi e della storie da raccontare viene prima di tutto dunque. Poi arriva il "filtro Aardman", quel misto di tecnica stop motion, avventure piccole che diventano epiche e personaggi di contorno al limite del disturbante. Infine una cornice tecnica da manuale che rende ciò che sulla carta è divertente, un film esilarante.

Questa volta al classico set per la stop motion la Aardman affianca green screen e pesanti interventi di computer grafica in postproduzione per finire in un ibrido tra le due tecniche di animazione, rendendo possibile il movimento di personaggi mossi frame per frame, accanto all'acqua o ai carrelli digitali.
Tutto ciò aumenta la prospettiva della storia, la inserisce in una cornice più grande, inserisce totali prima impossibili, sequenze aree e ovviamente marittime. Rende possibile e credibile in sostanza la deriva steampunk finali che dissacra con ancor più gusto la regina Vittoria e Charles Darwin.
Il succo però rimane il medesimo di sempre: proporre una diversa dimensione di intrattenimento e figure di riferimento che non siano tanto "profonde" quanto portatrici di una visione differente della vita (ritorna un personaggio muto, come Gromit), non conciliate e immerse in una comunità lontanissima dalle solite figure e i soliti caratteri. Lo strano eletto a protagonista e a modello.

29.3.12

My Damn Channel LIVE

Share |
0 commenti

Quello che è successo ieri sera alle 22 italiane (poi si ritornerà sulla storia degli orari di trasmissione) ha dello storico. Si tratta della prima trasmissione dal vivo di un canale ufficiale di YouTube. Sebbene il Tubo ne abbia già fatti parecchi di Live, musicali e non (la funzione della diretta, inattiva in Italia, è disponibile da tempo negli USA), questa volta si tratta della messa online del primo episodio di una trasmissione giornaliera di uno dei canali ufficiali (e co-finanziati) che un anno fa erano stati promessi da Google. Si tratta di My Damn Channel LIVE, versione in diretta di uno dei siti di produzione di video per la rete più popolari di sempre, una volta affezionato ai propri player proprietari e da poco convertitosi al verbo di YouTube, fino addirittura ad avere uno dei canali ufficiali (per le cui trasmissioni ha comprato un appartamento al centro di New York). YouTube e My Damn Channel hanno insomma ha fatto la televisione, hanno realizzato un programma e l'hanno mandato in diretta per 30 minuti, facendolo sembrare uno sforzo epico.

Il risultato è stato un disastro e ha dimostrato, una volta di più, che il punto non è il mezzo quanto le persone. Non è YouTube a fare la differenza o Internet o i video di durata breve, ma il fatto che a questa forma produttiva abbiano partecipato e stiano partecipando le intelligenze più scaltre e vi si stiano interessando i talenti più fulgidi. Quando invece diventa mezzo d'espressione canonico, sottoposto alle consuete leggi del successo obbligato e della produzione industriale, il risultato non è differente da quanto abbiamo sempre visto.

La furia dei titani (Wrath of the titans, 2012)
di Jonathan Liebesman

Share |
0 commenti

Con una rivoluzione sostanziale nella troupe e una molto meno sensibile nel cast (scompare Gemma Arterton e Rosamund Pike sostituisce Alexa Davalos come Andromeda) Furia dei titani cerca di far dimenticare Scontro tra titani.
Liebesman è cineasta molto più coerente e consapevole delle proprie possibilità rispetto a Louis Leterrier (vedasi World Invasion, noioso e retorico ma impeccabile nell'esecuzione) ed è subito evidente. Furia dei titani è un film d'azione diretto con piglio tecnico, dai dialoghi mediamente banali ma poco influenti e poco pretenziosi, che mira ad intrattenere nella maniera più diretta e semplice. E per ampi tratti ci riesce. Certo bisogna partire dal presupposto che il film non ha la minima intenzione di seguire i veri miti greci ma usare solo nomi noti e qualche caratteristica, troppo nota per essere trascurata, al fine di raccontare il mito americano con i costumi e i sandali di quello greco. Ne è esempio evidente come nel primo scontro demoniaco (quello nel villaggio) inquadrature e creatura siano prese a piene mani dall'immaginario di Dragon Trainer.

La dimensione visiva è ancora una volta un misto tra i gigantismi della serie God of War e una visione più sabbiosa e sporca del mestiere dell'eroe, rappresentazione metaforica ideale per il leitmotiv del film, ovvero il fatto che un semidio, diviso tra spirito divino e sostanza mortale sia migliore di un dio, proprio per la sua parte umana. La fallacità e la follia comandata dai sentimenti come segno di superiorità. Mah...
Il senso di divertimento è inoltre acuito dall'idea che Furia dei titani sia un film immerso nel tessuto moderno, che è conscio di quanto accaduto con i suoi due predecessori. Ne prende in giro ridicolaggini (ancora il gufo meccanico della versione 1981) e ne sfrutta meme ricorrenti (il "liberate il Kraken"), per riderne con il pubblico, in un senso di comunanza e comunità che non solo non è frequente al cinema ma risulta appropriato al genere di film.

E' semmai il 3D la vera delusione e non perchè non si sia abituati a film dalla stereoscopia quasi inesistente, quanto perchè Scontro tra titani era stato da subito bollato come il film simbolo del 3D truffaldino, inutile, fatto al risparmio e di fatto inconcludente. Era dunque lecito aspettarsi da Furia dei titani, qualcosa di più impressionante e professionale, invece, escluso qualche pop-out pretestuoso (che sembra messo proprio a "dimostrare" che stavolta c'è profondità), siamo dalle medesime parti. Le scene sono divise al massimo in un paio di piani (vicino e lontano), senza un senso della distanza o una pianificazione delle inquadrature che favoriscano la prospettiva.
La verità è probabilmente la più semplice di tutte, ovvero che delle proteste e delle polemiche di quella minoranza (rispetto al totale del pubblico pagante) che aveva trovato inaccettabile la profondità del film precedente, ai piani alti non interessa niente.

27.3.12

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Share |
2 commenti


Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Con una intro da antologia del poliziottesco italiano iniziamo una puntata all'insegna del non detto. Si comincia con la fredda cronaca di The lady e Cosa piove dal cielo? per poi darsi alle risate con il pessimo The raven, l'insospettabilmente coerente Ghost Rider: Spirito della vendetta e il deludente E' nata una star.
In chiusura un nuovo aggiornamento sull'affare Megaupload, ormai un classico.



LA PUNTATA DEL 23/3/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.






Buona Giornata (2012)
di Carlo Vanzina

Share |
0 commenti

La parte migliore del cinema dei Vanzina è che ogni scusa è buona per fare un film, non serve uno spunto particolare, basta intavolare situazioni e applicare il proprio stile, perchè il cinema non è soggetto ma sceneggiatura. Stavolta lo spunto è il concetto di "un giorno nella vita di 7 personaggi", storie separate di vite separate con in comune nulla se non la consueta idea di cogliere lo zeitgeist nazionale (con rigorosa divisione per zone del paese) e la timidissima velleità di critica sociale fatta da in alto a destra. Il tartassato dall'ondata di controlli fiscali, il nobile decaduto anch'egli picchiato dal governo Monti, il tifoso scaramantico, il politico che per non essere indagato deve raccimolare voti sufficienti, il fedifrago con escort e la donna-manager.

Paradossalmente questo delle molte storie slegate, raccontate in poco tempo è il format che calza meglio il cinema esteticamente garbato e sottilmente volgare dei due fratelli. Saltellando tra 7 trame senza il peso di una sceneggiatura che debba incrociarne i flussi a tutti i costi, il classico film-Vanzina esce meglio, più ritmo, più onesta e più rapidità. Un collage di gag pure (la risata chiaramente non abita da queste parti, al massimo il sorriso), storie talmente brevi da lasciare margine solo a microframmenti comici, come lunghe barzellette.
Con un ottimo montaggio (rapido e sensato) e la consueta maniera con la quale i due registi lasciano ampio spazio ai singoli attori, in linea di massima comici o attori dalle forti inclinazioni per la commedia, alla fine da Buona Giornata se ne esce meno acciaccati del previsto.

La pedissequa ripetizione dell'usurato del già visto e della battuta prevedibile (quella che scatta in testa due secondi prima che sullo schermo), non cambia purtroppo, come nemmeno la generale sciatteria di messa in scena, eppure è impossibile negare che il cinema personale ed identificabile dei Vanzina trovi in questa tipologia di lungometraggio una collocazione comoda e confortevole. Certo su sette storie alcune proprio non funzionano (è il caso di Diego Abatantuono settentrionale in Puglia o della donna manager di Teresa Mannino che smarrendo la tecnologia regredisce a clandestina) eppure i loro contenuti leggeri, autoreferenziali e citazionisti della commedia anni '50 (l'inizio con voce narrante che presentata Christian De Sica è il medesimo di quello di Permette Babbo!), calzano come un guanto questo film riempito all'inverosimile di storie diverse ma tutto sommato asciutto e scorrevole.

17 ragazze (17 Filles, 2011)
di Delphine e Muriel Coulin

Share |
2 commenti

C'è una dote particolare che 17 Ragazze porta con sè e che raramente si vede al cinema: l'adesione sentimentale incondizionata alle vite di protagoniste senza personalità, senza motivazioni e senza carisma, animate dall'adolescenziale voglia d'essere parte di qualcosa. La storia di un tentativo di rivoluzione fatto senza ideali, ideologia, rabbia o anche solo convinzione è la più incredibile metafora di un ribellismo giovanile sbandato e fine a se stesso, incapace di avere coscienza di sè o progettualità, insomma come lo attuano i diretti interessati e non come lo ricordano i più adulti.

Nella storia (tratta da un fatto vero) di 17 ragazze di un liceo che vengono messe incinta quasi tutte insieme, in un movimento di liberazione ed emancipazione dall'oppressione familiare attraverso la condivisione di una condizione comune, si nascondono le più becere dinamiche di branco e omologazioni possibili.
Nell'idea adolescenziale che una gravidanza sia una cosa da farsi senza darci troppo peso (condivisa sia da chi rimane incinta che da molti di quelli che vengono cooptati per metterci il seme), uno strumento come altri per essere indipendente e far parte di un gruppo, e nell'adesione aprioristica con delle protagoniste che lo pensano senza convinzione, senza forza e senza motivazioni, sta la parte più spiazzante e vitale di un film altrimenti convenzionale sulle dinamiche scolastiche.

Delphine e Muriel Coulin dirigono un film in equilibrio tra noia di provincia e rischi impossibili, in cui il ribellismo giovanile non prende mai la forma della lotta, della rivendicazione, dell'argomentazione o anche solo della presa di posizione, ma germoglia strisciando, incontrollato e invisibile (almeno fino al quarto mese). In questo modo riescono a rendere il più indecifrabile dei sentimenti, ovvero il senso d'inadeguatezza, evitando di passare per una sua razionalizzazione. Scegliendo di raccontare il più impossibile e immotivato dei sogni d'emancipazione, mostrano una svogliata ricerca dell'indecifrabile.
Quando un'istanza perde ogni ideale, rimane solo il rischio fine a se stesso, incapace di ottenere obiettivi o di dimostrare qualcosa, ed è proprio quello che si respira nella parte finale, nel giocare a pallone sulla spiaggia con una palla infuocata a poche settimane dal parto.

Romanzo di una strage (2012)
di Marco Tullio Giordana

Share |
5 commenti

E' periodo di revisione storica questo. Mentre i 40enni rivedono gli anni '80 (cioè la loro adolescenza) con nostalgia e affetto, i 70enni rivedono gli anni di piombo, il terrorismo e la storia criminale del paese (cioè i loro vent'anni). A discolpa di Marco Tullio Giordana c'è da dire che lui questo tipo di cinema l'ha praticato anche in tempi non sospetti. Forse però è proprio per questo che Romanzo di una strage suona già datato e, specie se confrontato con i suoi omologhi moderni, dà l'impressione di uscire fuori da un'altra epoca e un'altra idea di indagine sul passato.

Romanzo di una strage racconta la strage di Piazza Fontana, comincia un po' prima dell'evento e finisce un po' dopo (con l'omicidio Calabresi), mette in scena anarchici, poliziotti, politici e fascisti distribuendo colpe e assoluzioni con un atteggiamento ambivalente se non apertamente fastidioso che tende a salvare solo chi è morto (il santino di Aldo Moro è al di là di qualsiasi possibile idea di "ricostruzione").
La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana, combinata con le scelte di messa in scena e lo stile di recitazione vogliono fornire una spiegazione molto chiara dei fatti, ma non hanno mai il coraggio di andare fino in fondo. Si rifiutano di mostrare tutto ciò che non è supportato da atti giudiziari (la dinamica della morte dell'anarchico Pinelli) ma ne lasciano intuire chiaramente e al di là di qualsiasi dubbio la causa, raccontano per filo e per segno l'ipotesi per la quale propendono (riguardo chi siano gli autori e quali siano state le motivazioni della strage) ma non la mostrano fino in fondo.

In un film che non brilla per interpretazioni (ed è incredibile visti i nomi coinvolti da Mastandrea a Favino fino a Lo Cascio e Colangeli), nè per ritmo, nè per modernità visiva, Giordana sceglie anche di non mostrare ma di suggerire, cioè di bisbigliare qualcosa all'orecchio dello spettatore invece che mostrarlo apertamente. La mancanza di fiducia o ancor peggio di audacia visiva nel cercare anche una dimensione estetica per quello che (stando cos'è com'è) rimane un reportage incolore, rende Romanzo di una strage un film debole, scialbo, incapace di rendere racconto audiovisivo l'indagine degli autori.

22.3.12

Ghost rider: Spirito di vendetta (Ghost rider: Spirit of vengeance, 2012)
di Mark Neveldine e Brian Taylor

Share |
4 commenti

Ci voleva qualcosa di più radicale per Ghost Rider, decisamente di più del cinema incolore e insapore di Mark Steven Johnson, e una volta tanto lo abbiamo avuto. Il duo Neveldine&Taylor, espressione di un cinema che rimette al centro di tutto la corsa, il moto, la velocità e l'ironia verso se stessi, è riuscito a creare un film che mette in scena una versione accettabile dei fumetti dark Marvel. Peccato che Ghost Rider: Spirito della vendetta non sia tutto a livello delle sue premesse.

Il problema con il personaggio di Ghost Rider era trovare una messa in scena che rendesse giustizia e fosse l'equivalente audiovisivo di quello che accade nei fumetti e del tratto che li caratterizza. Non si poteva andare a parare nell'ecumenismo di Iron Man, Capitan America, Spider-man, X-Men e via dicendo, come i fumetti di Ghost Rider sono profondamente diversi dagli omologhi più venduti, così anche il film non poteva che essere fieramente più estremo e per pochi. E quando si tratta di essere estremi i registi di Crank sono una sicurezza.
Così Ghost Rider: Spirito della vendetta si apre all'insegna delle idee e delle invenzioni, con parabole inusuali e una visione dell'azione che nel ricalcare il fumettistico cerca le inquadrature meno probabili e più inattese (quella dello sparo in volo all'inizio non è un effetto speciale). Andando avanti però non riesce a mantenere il ritmo.

Lo svolgersi della trama non è raccontato nel dispiegarsi dell'azione, ci sono ampie pause esplicative, silenzi e momenti empatici che sembrano aggiungere poco e soprattutto si prendono le distanze dal piombo e dai giubbotti incandescenti, dal fascino del perduto e dal satanico che prende la mano all'umano.  Così per buona mezz'ora Ghost Rider: spirito della vendetta non è un film "Ghost Rider", la noia arriva terribile e inesorabile e a poco serve un finale che di nuovo riprende le fila del discorso iniziale, cercando una risoluzione caotica e un accumulo di rumore metodicamente ordinato.
Dispiace soprattutto per Nicholas Cage, impegnato più che mai, fermamente appassionato del motociclista infernale e questa volta attore anche nelle scene in cui il suo Johnny Blaze è trasformato in Rider (come era stato possibile pensare di non procedere così nel film precedente? Cosa credevano? Che un attore è solo le facce che fa e non i movimenti che compie?).

Bite Me

Share |
0 commenti


Quando parliamo di YouTube come uno degli snodi più importanti per la musica online, dimentichiamo sempre che il canale più popolare e potente in assoluto è in realtà Machinima. Uno schiacciasassi da 4 milioni di iscritti e 3 miliardi di visualizzazioni, declinato in 5 sottocanali e riempito da quasi 20mila video che aggrega tutto: dalle recensioni di videogiochi ai trailer dei medesimi, dagli speciali ai reportage dai principali festival videoludici fino alle interviste agli sviluppatori.
Recentemente però Machinima ha deciso di cominciare a mettere a frutto il suo incredibile successo spostandosi gradualmente da aggregatore di materiale video relativo ai videogiochi a canale tematico, aggregando tutto quanto possa essere d'interesse al proprio target. Come avevamo già raccontato sono così comparsi anche trailer di film come Prometheus e da più di un anno webserie originali in maniera stabile (prima lo faceva solo come filiazione della sua mission iniziale), roba come RCVR o Mortal Kombat Legacy o ancora, 7 Brothers, la nuova avventura online di John Woo (o meglio quella in cima alla quale mette il nome) o infine Bite Me.

Quest'ultima è uno dei prodotti più interessanti in assoluto e il fatto che sia stata confermata e ingrandita per un'altra stagione è segno di quanto il racconto audiovisivo mantenga la propria centralità anche online, anche per un aggregatore come Machinima.
La webserie tratta il più abusato degli argomenti, l'invasione zombie, facendo agire i più abusati tra i personaggi, un gruppo di nerd videogiocatori (il sottotitolo, "A Gamer's Apocalypse" ricorda la nostra Skypocalypse che, a scanso di equivoci, è venuta prima), nel più abusato dei contesti, la sopravvivenza assieme ad un gruppo di ragazze che in altre situazioni non li avrebbero mai nemmeno guardati. Eppure Bite Me riesce a fare tutto con una freschezza, un'intelligenza e un interesse che non possono essere estranei al canale sul quale è distribuito.

21.3.12

The Raven (id., 2011)
di James McTeigue

Share |
3 commenti

Quella di The Raven poteva essere una rilettura in stile Sherlock Holmes di Guy Ritchie o (forse più appropriato) in stile From Hell, invece James McTeigue, che pure di fumetti al cinema s’intende, rigetta quella matrice e gira una storia fantastorica senza fumettismi ma anzi con la pretesa di tracciare una versione possibile, per quanto avventurosa, di Edgar Allan Poe.
L’idea è che qualcuno uccida seguendo i rituali dei libri di Poe, per stimolare una sua reazione e portarlo a scrivere di nuovo, lo spunto invece è quello di aggrapparsi al fatto che lo scrittore sia realmente morto in circostanze poco chiare. 
Ovviamente tutta la questione del film è far vivere ad Edgar Allan Poe una storia da Edgar Allan Poe, in cui l’orrore sia declinato in chiave gotica (cimiteri, fogne, fumo, interiora...) e lentamente la follia si impadronisca dell’eroe che in questo modo non diventa mai tale.

L’ambientazione è a metà tra il plausibile e il fantastico, tra l’iperbolico e il realistico in cui la stilizzazione non è mai spinta al massimo ma tenuta a bada. Mantelloni che spariscono nella nebbia britannica, studi in penombra ed esplorazioni con candele in mano, eppure mai che davvero si intuisca una visione originale dietro tutto questo.
Per quanto possa sembrare puerile l’idea, un Poe avventuroso (e ovviamente tormentato) poteva essere uno stimolo interessante, specie per come viene introdotto: vanitoso, in totale decadenza, noto presso un certo tipo di pubblico ma incapace di essere all’altezza di se stesso e soprattutto, disposto a tutto per soldi (cioè per alcol). Invece quello che John Cusak si trova a dover portare sullo schermo diventa in pochi minuti un antieroe come molti, che rifugge il conflitto fino a che non è costretto ad affrontarlo e non brilla per alcuna caratteristica.

Allo stesso modo del suo protagonista nemmeno The raven brilla per alcuna caratteristica particolare. Non è un giallo interessante, nemmeno un thriller, non ha una visione dell'ottocento avventuroso che sia intrigante, di certo non spaventa nè affascina con l'evocazione di paure inconsce e soprattutto non costituisce una versione cinematografica dell'universo di Poe. 
Pensare di portare uno dei più grandi poeti e narratori del gotico e del disturbante in un film per tutta la famiglia, specialmente indicato al pubblico dei giovani adulti, è insomma una contraddizione in termini.

20.3.12

Cellulite e Celluoide - Il podcast

Share |
4 commenti


Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Inizio all'insegna della tradizione partenopea con un titolo storico del genere, dopodiché si passa all'attualità con 10 regole per fare innamorare e L'altra faccia del diavolo, il film di esorcismi girato in Italia.
A seguire tocca a Magnifica presenza il malriuscito tentativo di Ozpetek di fare un film fantastico e il disilluso racconto di Scossa (un film di giovanotti).


LA PUNTATA DEL 16/3/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

E' nata una star? (2012)
di Lucio Pellegrini

Share |
2 commenti

C'è una componente inusuale per il cinema italiano dietro E' nata una star?, ovvero un soggetto ispirato ad un libro di un grande scrittore internazionale. Si tratta di Nick Hornby i cui diritti Lucio Pellegrini è riuscito ad assicurarsi per girare una commedia che riesca a fondere stile britannico e italiano.
Girato a Torino e ambientato in un'indefinita città del nord Italia, E' nata una star? da subito si presenta come un ibrido, aprendo con una donna in bici che attraversa casette unifamiliari non a schiera. Allo stesso modo, lungo tutto il film, la ricerca del modo di vivere britannico nell'Italia del nord sarà una costante.

Ovviamente la parte più inconsueta è la narrazione, lontana dall'impersonale sguardo esterno che solitamente regna nelle commedie nostrane ma tutta filtrata dalla protagonista (Luciana Littizetto) che in certi momenti si concede anche la voce fuoricampo dei propri pensieri.
Il movimento principale di E' nata una star? è il girovagare di una lunga giornata che inizia con la consegna nella cassetta delle lettere di un DVD pornografico ("Il dr. Trombhouse" montato da Walter Fasano come fieramente indicato nei titoli di coda). Quello è il macguffin che scatena una revisione di ruoli, assetti e rapporti all'interno della famiglia protagonista. Perchè nel film porno la parte principale ce l'ha Marco, il figlio di Lucia (che scopre per prima il DVD) e Osvaldo (che è un uomo del sud), e quel ruolo l'ha ottenuto per un motivo facilmente intuibile.
La ricerca delle cause e dei modi con cui il tutto è stato fatto è il cuore di questo girovagare di Lucia, aiutata dal marito preoccupato principalmente di far sparire tutte le copie del film. Ma chiaramente il motivo cinematografico che muove tutto il viaggio all'interno della propria comunità di riferimento è indagarne piccolezze, contraddizioni e svelarne ipocrisie.

Se dunque la storia cerca di creare un ponte tra contesto italiano e origine britannica, l'umorismo è marcatamente nostrano, molto affidato al duo Littizetto/Papaleo, ed è anche la parte meno funzionante di un film che senza dubbio ha il suo punto di forza nei comprimari e non nelle risate che strappa a fatica.
Più che il primo piano è infatti lo sfondo a dare a E' nata una star? la vera ragione d'esistere. Le molte figure di secondo piano, i comprimari o anche gli ambienti in cui si passa solo una volta, sembrano quelli dipinti con più convinzione e gli unici in grado di incidere. La famiglia della fidanzata di Marco, l'ufficio open space di Osvaldo, la scuola dove lavora Lucia e via dicendo costruiscono un paesaggio duro e ipocrita come pochi, in cui macchiette poco divertenti e convincenti si agitano per dimostrarsi (sia a se stessi che agli altri) progressiste.

19.3.12

L'altra faccia del diavolo (The devil inside, 2012)
di William Brent Bell

Share |
0 commenti

C'è poco che questo film possa aggiungere al filone degli esorcismi, se non il fatto di venire a sporcarsi le mani qui in Italia. Contrariamente a molti altri suoi omologhi, L'altra faccia del diavolo tenta di mettere paura con gli esorcismi tanto quanto con il mistero delle alte sfere vaticane, assenti di fatto ma continuamente evocate. Alle camere da letto alterna le riprese di S. Pietro, ai demoni evocati i cardinali temuti.

Prendendo il canovaccio classico dei preti e laici alle prese con l'espianto del diavolo dal corpo delle vittime, mischiandolo con il genere del "found footage" (i film in cui si finge che tutto sia stato realmente filmato da una videocamera e poi ritrovato) William Brent Bell decide che la componente necessaria all'amalgama dei due ingredienti sono le vere location italiane. L'idea è ragionevole, se la forza della messa in scena deve stare nel suo (improbabile ma necessario) realismo, allora i luoghi in cui gli attori si muovono sono determinanti.

A fronte di tanta ragionevolezza però L'altra faccia del diavolo è più o meno come vi potete aspettare. Un film con molti botti e poca atmosfera, qualche trovata (la posseduta annodata che si "srotola") e molto saccheggio da altri film. E il problema con gli horror è che trovate non originali sono prevedibili (e dunque non spaventose).

Journey

Share |
7 commenti


Per 13€ Journey offre un’esperienza di gioco di circa due ore (acquistabile solo dal Playstation Network), una delle più incredibili opere di decostruzione di quanto la videoludica abbia consolidato nei suoi decenni di esistenza.
Al contrario dei precedenti Flow e Flower, Journey è radicale e militante, non propone solo uno scenario e un’idea di videogioco diversi dal resto ma conduce il giocatore verso di essa, di fatto facendolo arrivare gradualmente all’idea che il sistema vittoria/sconfitta, il punteggio, gli scontri e tutte le convezioni videoludiche non sono indispensabili e che i videogiochi possono essere altro, pur rimanendo se stessi.

Innanzitutto stavolta c’è una trama, o almeno qualcosa che gli somigli. Senza l’uso di parole lungo il gioco viene illustrato un mondo in rovina e una magia che riempie e “attiva” diverse zone (componente non dissimile da Flower). Non è mai ben chiaro come mai il protagonista viaggi verso la montagna che, con un solo movimento di macchina all’inizio è identificata come "l’obiettivo", ma diverse cut scene nel gioco mostrano geroglifici e entità superiori, preghiere e vessilli con caratteri incomprensibili. Insomma c’è poca chiarezza e molta suggestione ma si intuisce una mitologia dietro lo scenario. E funziona.
Il viaggio verso la montagna, rispetto all’errare di fiore in fiore di Flower, acquista una dimensione mitica, un che di impellente e importante.

Il gameplay è quello che ci si aspettava: essenziale e spartano. Nel gioco si comanda un piccolo essere, si può camminare in tutte le direzioni con il control stick sinistro mentre il punto di vista si manovra con quello destro o oscillando il controller (anche se esiste un sistema che ottimizza la visuale di momento in momento). Con X si esegue un piccolo volo (solo in certi momenti) e con O si emette un suono e relativo bagliore, è come un segnale acustico e visivo insieme utile ad “attivare” alcune zone ma anche l’unico mezzo di comunicazione con l’altro.
Journey è infatti pensato per essere giocato in coppia. 

16.3.12

10 Regole per farla innamorare (2012)
di Cristiano Bortone

Share |
0 commenti

Dopo diversi tentativi in ruoli di spalla arriva il momento per Willwoosh di un film tagliato su di sè. Anche se la produzione di 10 regole per farla innamorare non è partita già con in mente il suo protagonista, ma l'ha trovato per strada, sembra evidente che sceneggiatura, stile di messa in scena e attore principale si siano incontrati in un crocevia che mette insieme idee e visioni che aspettavano solo d'incontrarsi.
Cristiano Bortone dirige un film sceneggiato (tra gli altri) da Fausto Brizzi e dotato di tutta una messa in scena dal sapore brizziano. Si vede dai costumi e dagli interni (solo di maglioni appoggiati sulle spalle e annodati sul davanti ne ho contati 4). Si potrebbe fare una critica di tutta l'opera di Brizzi solo partendo da questi due elementi. E Willwoosh si inserisce perfettamente nell'ensemble come un elemento che non aspettava altro.

Il racconto è dei più canonici. Lui è innamorato di lei, ma lei non è all'altezza di lui. Lui però ha un compare che sa tutto sull'amore e gli fa da mentore, portandolo ad agire secondo un percorso razionale nell'opera di conquista femminile. Ovviamente questo percorso sarà pieno di incidenti che ne negano gli assunti pseudo-scientifici e proprio questi faranno innamorare i due.
Nella parte dell'eterno sfigato (che di certo non sembra tale a vedersi) è per l'appunto Willwoosh, in quella del suo mentore/padre Salemme. Di più non serve dire, il film da qui in poi varia sul tema seguendo molte idee viste nel cinema precedente di Brizzi, dal gran rimorchiatore con l'agendina di donne (Maschi contro Femmine), alla festa in cui si rimane nudi e/o in mutande (Femmine contro Maschi), la casa in cui convivono amici maschi più una donna (sempre Femmine contro Maschi) e via elencando.

Tutto come sempre è inserito in villette dagli interni color viola, giallo o verdino, infiniti elementi di arredo che saturano gli sfondi, mobilio dai colori pastello, costumi e vestiti improbabili e caratterizzanti, case eccessivamente costose per persone che sembrano non lavorare mai. Tutto è insomma fumettistico. Brizzi è al di là dell'improbabile o implausibile (che è un classico della commedia italiana) perchè lo rende stile e cifra estetica, lo rende modo di mettere in scena. Può piacere o meno, ma è innegabile che la sua idea di cinema passi per una trasfigurazione totale della realtà in una dimensione di innocente fumetto disneyano, in cui c'è un imperante buonismo funestato a tratti da alcuni personaggi cattivi ben determinati, e in cui ognuno è un carattere da sfruttare nelle gag.
In questo infine, a strano contrasto, viene inserita solitamente una componente erotica più spinta della media (evidente molto in Com'è bello far l'amore ma presente quasi sempre e qui attenuata dal fatto che il regista è un altro).

Nel fumetto di Brizzi trova perfettamente casa dunque il fumetto di Willwoosh, personaggio che già online estende la sua mimica facciale, le sue espressioni (e il suo abbigliamento) oltre i confini di un'aderenza alla realtà, e che nel film interpreta un personaggio dai contrasti disneyani. Uno sfigato così carino da essere accettabile, così tenero e inguaribilmente pasticcione da essere simpatico oltre ogni ragionevole dubbio.
E' cinema di rapidissimo consumo, da lettura veloce, ma è impossibile dire che non abbia stile.

13.3.12

Cellulite e Celluloide - il podcast

Share |
4 commenti


Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata in forma ridotta per colpa della mia imperdonabile dimenticanza.
C'è però il tempo di parlare del bel John Carter, dell'incredibile A simple life, del pessimo The Double, dell'ingannevole L'arrivo di Wang, dell'inqualificabile (questo si) Ti stimo fratello e del bellissimo (e da vedere in fretta) Young Adult.



LA PUNTATA DEL 9/3/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.