31.3.09

Top Score Del Mese: The 13th Warrior
a cura di Compatto

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Anche questo mese sarò breve.

Il 13esimo Guerriero è un film del 1999 diretto da John McTiernan, e per come la vedo io è l'unico caso dove il film è meglio del libro. Ho letto il libro da cui è tratto il film, si chiama I Mangiatori di Morte di Michael Crichton, come libro non mi ha fatto impazzire, invece il film, vi dico solo che ho il DVD.
Il film narra le vicende di Ahmed Ibn Fahdlan Ibn Al Abbas Ibn Rashid Ibn Hamad, un fidato messaggero del re che per colpa di una tresca con la moglie di un vecchio mercante viene esiliato dall'Arabia, durante il viaggio incontra una tribù di Vichinghi capitanata dal prode Buliwyf e si unisce a loro.
Ovviamente i vichinghi non andranno a funghi ma si dirigeranno verso le terre del Nord in aiuto del Re Hrothgar, il cui villaggio è assediato dal nemico conosciuto con il nome di Wendol.

In principio lo score doveva essere composto da Graeme Revell, ma al regista non piacque la direzione presa dal compositore neozelandese, allora come quasi sempre in quegli anni, il regista decise di chiedere aiuto a Jerry Goldsmith che accettò e fece quello che io ritengo essere il suo miglior score.
La melodia principale pomposa può vagamente ricordare lo stile di Hans Zimmer, per semplicità e bellezza, ma l'approccio preso dallo score è totalmente diverso, è molto più sinfonico e pomposo con potenti percussioni e oscuri cori maschili, degna della migliore tradizione vichinga.

IL DOWNLOAD

La Boheme (id., 2008)
di Robert Dornhelm

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POSTATO SU
Senza stare a fare il critico borioso che millanta di conoscere cose che non conosce e senza stare a fare il critico barboso che inneggia a tutto quello che è noioso e "classico", io qui affermo che questa Boheme è bellissima.
Mi dichiaro un melomane della domenica, non conosco molto ma quel poco che conosco mi piace. La Boheme portata al cinema pensavo non potesse avere senso, la immaginavo una cosa povera e succube della versione teatrale come è accaduto in passato per esperimenti omologhi. E invece mi sono dovuto ricredere e di parecchio.

Non solo si tratta di un film vero e proprio, una produzione ricchissima dotata di tutti i crismi del cinema e del linguaggio filmico anche inadatta ad una proiezione televisiva ma è soprattutto un'opera che legge a suo modo la materia pucciniana cercando chiave di visione personali.
Robert Dornhelm fa un'operazione davvero raffinata perchè non cerca necessariamente la modernità, rispetta e segue il libretto inserendo il cinema solo nei termini del suo linguaggio. C'è una fotografia curatissima e ben poco realistica o teatrale, c'è un grandissimo lavoro di montaggio che evita come la peste il pianosequenza, ci sono inquadrature composte in maniera molto particolare oltre a splitscreen, sovrimpressioni, dissolvenze e punti vista non usuali.

C'è un vero pensiero dietro al modo in cui la storia verrà ripresa nonostante i quadri siano sempre i 4 canonici (soffitta, quartiere latino, giardino innevato, soffitta di nuovo). C'è un preciso pensiero anche dietro ogni inquadratura, Dornhelm si pone proprio il problema di come inquadrare in ogni momento i suoi attori e attraverso quelle scelte far emergere le proprie idee ed interpretazioni. Gli va vicino nei momenti più intensi e li inquadra con dei totali in quelli più leggeri.

Sicuramente il film infastidirà i "veri appassionati" ma darà soddisfazione invece ai melomani della domenica come me o chiunque voglia porsi davanti ad una storia realizzata benissimo ma fuori dal tempo (la tempistica e il ritmo sono proprio di un'altra epoca e lo si vede ad esempio da quanto tempo ci si sofferma sull'agonia finale).

Note sulla distribuzione: ci si chiederà (e mo lo sono chiesto anche io) come i produttori contino di rientrare da un'operazione così dispendiosa (tra le altre cose è tutto ricostruito in studio con grande minuzia e sfarzo, ci sono tantissime comparse e i protagonisti sono due famosissimi interpreti). Mi è stato risposto che tra i produttori c'è la Beta Cinema (già dietro a successi come Le Vite Degli Altri, Il Falsario, Mongol ecc.ecc.) il cui proprietario è un melomane folle e ha deciso di fare quest'operazione alla grande col rischio di andare in perdita. Se non è un grande lui non so chi può esserlo...
Ad ogni modo dato il valore del risultato e il paragone con le altre cose simili penso che sul mercato home video e delle tv tematiche se lo litigheranno.
Al cinema andrà in tournèe, cioè starà un giorno solo in ogni città. A Roma per dire sta al 4 fontane il 6 aprile. Qui tutte le altre date.

30.3.09

"Niente sta scritto"

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La metterò giù formale.
La musica ha un ruolo fondamentale nel creare un ambiente, un'idea, un mood in un film. Una musica può fare davvero anche più di una fotografia, e lo ammetto con una certa riluttanza. Questo non capita tutte le volte. Ma spesso.
Maurice Jarre, morto l'altro ieri, l'aveva fatto. Se non altro in Lawrence D'Arabia. Vedere per credere.

La Partita Lenta di Paolo Sorrentino

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Sorrentino ha un mito dichiarato ed è Martin Scorsese e se c'è una cosa nella quale Scorsese non sgarra sono i corti o le pubblicità o i videoclip, insomma le forme audiovisive brevi. Così acquista grandissimo interesse il primo cortometraggio dell'età adulta del regista.

Si tratta di uno dei tre piccoli film realizzati da lui Salvatores e Olmi all'interno del progetto PerFiducia prodotto da San Paolo Imi. Tre corti sul tema della fiducia (ma la cosa non è rispettata pedissequamente) realizzati con mezzi e con libertà. Una bella cosa che andrà in tv in forma ridotta (3 minuti) sui canali Sky (che c'ha messo i soldi) e anche al cinema non si sa bene come.
I corti andranno anche in rete sul sito di PerFiducia ma scaglionati. Ad ora è disponibile solo quello di Olmi poi arriverà Salvatores e infine Sorrentino. Il problema è che i primi due sono bruttarelli mentre quelli di Sorrentino è proprio forte. E siccome sono impaziente di postarlo l'ho cercato su YouTube e l'ho trovato e ve lo metto. Godetevelo finchè non lo levano.

E' tutto senza dialoghi ma con un'attenzione fortissima ai rumori che sono molto amplificati (bellissimo il momento del testa contro testa), anche la fotografia è molto curata (e non c'è Bigazzi, segno che Sorrentino ce la può fare anche senza) e nel complesso risulta una delle migliori cose mai fatte in Italia nella sua categoria che credo sia "spot Nike" (pur non essendo uno spot Nike, ma ci siamo capiti) e in generale forse la cosa migliore che abbia ma visto sul rugby, l'unica in grado di coglierne quel misto di fascismo, disperazione, amore, speranza e forza allo stato puro.

Gli Amici Del Bar Margherita (2009)
di Pupi Avati

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POSTATO SU
Se fossi uno straniero dalla media conoscenza cinematografica internazionale e mi facessero vedere Gli Amici Del Bar Margherita penserei subito che l’Italia è rimasta ancora vittima del modo di procedere felliniano senza però che sia presente anche quella forza dirompente, senza che ci sia ancora quell’incredibile coraggio d’osare.

Tuttavia non essendo straniero ma italiano e conoscendo da italiano il cinema contemporaneo non solo so che non siamo vittime dell’imponente retaggio felliniano ma anche che le somiglianze evidenti tra l’approccio al ricordo bolognese di Avati e quello al ricordo riminese del Federico nazionale è un’eccezione spiacevole che spero avremo tutti il coraggio di ignorare.
Perchè Pupi Avati gioca con i suoi ricordi (e molti degli attori da lui lanciati) tra esagerazione, caratterizzazione, bozzettismo e grottesco senza mai davvero andare a fondo, senza un immaginario degno di questo nome a coprirgli le spalle e riempirci gli occhi, senza guizzi sorprendenti e senza storie realmente interessanti da raccontare ma solo piccole bagatelle e piccoli screzi.

Si direbbe un film corale ma in realtà non è nemmeno questo perchè dalle tante storie raccontate degli avventori del bar Margherita non esce nulla di unico, non si respira un senso comune del vivere bolognese nel 1954, sono solo storie sfilacciate tra di loro e tenute insieme dall’unità di luogo.

Avati è un cineasta particolare, uno che per sua ammissione non va quasi mai al cinema e in generale guarda pochissimi film e che per questo ha tutta una sua idea di cinema dotata di poca originalità e soprattutto sempre uguale nel tempo. Un cineasta quindi proprio per questo motivo fuori dal tempo che ha il pregio di fare un film l’anno ma il difetto di mancare ogni volta l’appuntamento con personaggi e situazioni realmente coinvolgenti.

Giusto per amor di completezza una citazione in chiusura va al senso della pellicola e del cinema avatiano espresso nel finale, cioè quel rifiuto di far parte di una storia per prendersi il lusso di guardarla da fuori, raccontarla per comprenderla. Anche stilisticamente il regista si immedesima con il personaggio del documentarista (spesso le immagini che vediamo sono prese dal punto di vista da cui quel personaggio gira) e dunque contemporaneamente prende le distanze dalla materia raccontata e ne diventa parte integrante. Ma come si diceva lo precisiamo solo per amor di completezza e non per reale interesse.

La cosa che più mi infastidisce è che il film sarà dai più salvato nel nome di non ho capito quali pregi e quali interessanti risvolti di trama.

29.3.09

Le Avventure Del Topino Despereaux (The Tale Of Despereaux, 2008)
di Sam Fell

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Chi lo sa se piacerà ai bambini... Le Avventure Del Topino Desperaux è una favola dai risvolti intellettuali molto moderna nella morale di fondo ma molto classica nella forma e in come è raccontata.
Come le favole classiche mostra personaggi per nulla politicamente corretti, mostra clamorosi voltafaccia e sorprendenti agnizioni ma come una favola moderna gira intorno ad un tema attuale cioè la possibilità di elevarsi per affermare la propria individualità attraverso una conquista intellettuale.

Tutto viene da un libro omonimo di Kate DiCamillo ed infatti il racconto ha una struttura più complessa del solito. Ci sono a tutti gli effetti due protagonisti separati: uno topo ed un ratto che specularmente e non sempre assieme combattono per affermare la propria individualità all'interno del gruppo sociale cui (loro malgrado) appartengono.
Despereaux è un topo curioso e per questo ritenuto pericolosamente coraggioso in una società dove la paura è un valore, Roscuro invece è un ratto amante della luce e dell'aria aperta in una società dove l'oscurità e la spregevolezza sono valori.

Dopo i topi di Giù Per Il Tubo l'inglese Sam Fell passa a questi decisamente più complessi e più europei nella loro audacia.

La cosa più affascinante della storia è il modo in cui Desperaux con molta pacatezza e naturalezza persegua le proprie inclinazioni fomentato da una scoperta intellettuale di altre realtà e di altre possibilità di vita (nel suo caso una dimensione eroica). Invece che rosicchiare le pagine di un libro come fanno tutti e come gli viene imposto le legge e se ne appassiona.
Il film riporta con un certo coraggio tutti questi temi anche se spesso arranca nel congiungere le diverse parti della storia (ci si chiede in alcuni momenti che fine avessero fatto i personaggi e da dove vengano).

Ancor più coraggiosamente mette in scena un'antieroina non convenzionale: una popolana dai tratti infami (si chiama, si muove e vive in mezzo ai maiali ed è anche sorda) che aspira a diventare principessa e che per realizzare tale sogno arriverà a tramare contro la vera principessa, nonostante la sua natura sia poi palesemente positiva.
Per tutto questo mi chiedo quanto appeal possa avere sui bambini un cartone simile che sebbene sia condito di azione e humor vuole esserlo palesemente meno della concorrenza. Impossibile poi pensare ad un pubblico adulto, ogni parte del film infatti comunica chiaramente quale sia il target.

27.3.09

La Vita Segreta Delle Api (The Secret Life Of Bees, 2008)
di Gina Prince-Bythewood

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Il cinema essendo parte del sistema mitopoietico della società contemporanea (e una parte fondamentale!) tra le altre cose rilegge la storia dei popoli che lo fanno. Ogni popolo a sua volta ha il proprio modo di tramandare e raccontarsi il proprio vissuto nazionale. Noi solitamente preferiamo metterlo in discussione, analizzarlo, sviscerarlo e metterne in scena i retroscena puntando anche sulla perizia della ricostruzione, gli americani invece in linea di massima operano un racconto della storia emotiva.

La vita segreta delle api in questo senso è un perfetto esempio di racconto della storia sentimentale del popolo afroamericano (il film è prodotto da Will Smith e Jada Pinkett Smith, è diretto da una donna di colore e mette in scena alcune delle più grandi star cantanti afroamericane).
Tutto è ambientato nell'anno della firma della dichiarazione dei diritti civili del popolo nero per parlare proprio di quella situazione e di quelle conquiste, ma non viene mai mostrato il processo che ha portato alla firma, cosa implicasse, chi furono gli artefici ecc. ecc. non ci sono mai "fatti" ma solo "emozioni". Al massimo c'è qualche riferimento pop che inquadri la questione (Jack Palance andrà in un cinema con una donna nera!!!).

La cosa in sè non è necessariamente un male. Il male è affidare tutte le soluzioni del film agli attori, incantarsi sui loro volti e sperare che risolvano ogni cosa, comunichino ogni significato e trasmettano ogni sentimento. Il male è mettere loro in bocca in continuazione pillole di saggezza poetica che insegnino. Il male è rassicurare con ogni svolta di trama, acquietare tutto il più possibile anche i momenti più drammatici (che vengono talmente annunciati per tempo da risultare innocui per chiunque). Il male è fare un film nel quale tutto mira a confermare ciò che già pensi e tutti gli stereotipi che hai in mente (poco importa che non siano più stereotipi razzisti).

Poi certo, cercando sempre la soluzione più facile e diretta per ottenere il risultato (una lacrima per ogni sorriso) alla fine lo si raggiunge, anche perchè c'è Dakota Fanning che non si sa come sia possibile ma a 14 anni è uno dei volti drammatici più espressivi che ci siano, capace di raccontare con uno sguardo emozioni che non può aver provato!

La truffa finale è che la prima scena del film è identica (ma dico "identica") per idea e svolgimento a quella di Mean Streets, uno dei film più disturbanti e meno acquietanti che si siano mai fatti. Sul serio mi vuoi far credere che il film sarà così??

26.3.09

Il video in rete è il futuro del videonoleggio (e 3!)

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NBC.com (che permette di vedere molta della sua programmazione on demand online) sostiene che di tutti i suoi spettatori online del 2008 almeno la metà ha visto quei video con qualcun'altro (hanno fatto un sondaggio). Di questa metà poi il 30% lo farebbe come abitudine di guardare i contenuti on demand in compagnia.

La cosa può sembrare poco importante ma in realtà lo è molto perchè significa che la visione di video in rete comincia ad entrare lentamente nelle abitudini sociali, che non è solamente un'attività di ripiego cui si ricorre in solitudine (anche se in linea di massima ancora è un ripiego perchè solitamente si guarda online ciò che si è perso in tv) ma un'attività pianificata che si può fare in più d'uno.

Rimane da capire come avvenga tutto ciò. Perchè NBC.com parla di visione attraverso portatili e in due non è il massimo.

Ah! Dimenticavo. Tutto questo ovviamente solo ed un'unicamente in America.

Medical Island

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Animazione in flash, 2D con spesso inserti di computer generated 3D. Microtronchi di narrazione (3 minuti e mezzo ad episodio) fortemente legati gli uni agli altri in un racconto unico e anche abbastanza appassionante.
Animazione spietata, realizzata con una conoscenza del cinema e dei meccanismi di racconto elevatissima, raramente si è vista tanta maestria nel fare un racconto seriale in rete (cioè spezzettato per episodi minuscoli), con atmosfere così nette e definite che sanno cogliere dall'immaginario soprattutto dell'animazione nipponica ma anche della videoludica.

Wampyr (Martin, 1977)
di George A. Romero

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Wampyr (assurdo titolo italiano (si lo so che non c'è bisogno di dirlo ogni volta ma lo faccio lo stesso perchè ogni volta mi stupisco)) sarebbe per il mondo vampiresco quello che La Notte Dei Morti Viventi è per gli zombie, un trattamento onestamente di serie B che ne nobiliti la causa e contemporaneamente ne rinverdisca il genere grazie ad un impianto metaforico, simbolico e tecnico più serio e complesso della media.

Il risultato sono alcune sequenze di grandissimo effetto (quella iniziale nel vagone letto) e un'idea di fondo a guidare il progetto che è di prim'ordine. Il giovane Martin è un vampiro di 84 anni anche se ne dimostra meno di venti, uccide in maniere poco usuali per un vampiro e più simili ad un serial killer, ad ogni modo succhia il sangue.
E' un vampiro moderno, tutte le leggende sull'uso dell'aglio e cose simili non funzionano con lui ed è molto più normale di quanto non si possa credere. Lo zio è a conoscenza della questione e da fervente cattolico si offre di ospitarlo per controllarlo.

La metafora sessuale è più esplicita che altrove, specialmente considerando la giovane età dimostrata dal vampiro e il noto effetto che questi hanno sulle proprie vittime. Eppure come spesso capita a Romero le volontà programmatiche superano la realizzazione. Si intuisce molto dove voglia andare a parare e a tratti sembra che le immagini del film non riescano a stare al passo del progetto.
Si, Martin è un vampiro moderno che smitizza tutto il romanticismo legato alla figura. Si, è tormentato come una persona normale. E si, il legame e la dipendenza sessuale è molto forte e via dicendo, eppure di tutto ciò passano solo i concetti e non le emozioni ad esse legate.

E anche il finale (più o meno) a sorpresa colpisce più alla testa che alla pancia. Anzi per niente alla pancia e solo alla testa. George, anche stavolta mi hai convinto a parole ma non con i fatti.

25.3.09

Sulla centralità della sala

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Come da programma mentre Watchmen è nelle sale esce un DVD (Blu Ray) contentente il cartone animato Tales Of The Black Freighter, ovvero I Racconti Del Vascello Nero, e il fintomentario Under The Hood, ovvero Sotto La Maschera.
Chi ha letto Watchmen sa che sono due cose parallele che nel fumetto vengono integrate.
La prima è una storia a fumetti che un ragazzo di colore (il cui ruolo non ha economia nella trama) legge seduto davanti ad un edicola, racconta di un pirata naufrago e di continuo contrappunta la narrazione costituendone chiaramente un arricchimento simbolico.
La seconda sarebbero il libro memoriale del primo Nite Owl che si vede anche nel film, dove si racconta come e perchè sia diventato un eroe mascherato e anche alcuni retroscena sui protagonisti dell'era d'oro dei vigilantes.
A questo punto, dato che il fumetto (e dunque la narrazione originale) è completo solo con queste due aggiunte, che la versione filmica non le integra e nemmeno le omette ma le inserisce a parte e infine che è ragionevole ipotizzare come in un breve futuro film, animazione e fintomentario saranno disponibili in un'unica edizione/cofanetto, posso dire ufficialmente che (valutazioni critiche a parte) il Watchmen cinematografico è tale solo nell'edizione Home Video e che quella cinematografica ne è una versione "rimaneggiata"?

I have a dream

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Oggi Blockbuster annuncia di essere sceso ufficialmente sul piede di guerra. Dopo mesi di annunci e minacce e anche un primo abbozzo di offerta dal proprio sito ora comincerà a noleggiare e vendere i film attraverso TiVo (il DVR standard in America).
Sulla stessa piattaforma fanno la stessa cosa già da un po' Amazon con VOD e Netflix (che è il vero rivale). Blockbuster arriverà con 10.000 titoli per iniziare e Netflix è presente con 12.000 titoli. Blockbuster punterà su roba recentissima e Netflix ha un repertorio un po' più vecchio.

Ma la questione è tutta sul tipo di investimento. TiVo mette i due rivali uno contro l'altro però Blockbuster vuole andare anche sui device Apple e su qualsiasi altra piattaforma consenta la visione di film. Sono parole, però è anche vero che la situazione economica della società è gravissima e non ha troppo tempo per cominciare a dare segni di ripresa. Rispetto a Netflix ha tutta una serie di zavorre che sono i punti vendita fisici che cercherà di convertire in qualche maniera.

Di tutto questo cosa arriva a noi? Assolutamente nulla e non solo perchè Blockbuster, Netflix e iTunes non vendono film in Italia, soprattutto perchè quel modello da noi non viene accettato ancora. Ho provato ieri Cinemalfa, anzi ho provato a provarlo ma non si riesce a vedere nulla in streaming nè se ne capisce il funzionamento, nè rispondo alle mie mail. Filmisnow continua ad avere (non per colpa loro) un catalogo indegno e prezzi troppo alti.
Le serie tv poi non hanno nessuna possibilità di essere riviste online e incredibilmente sembra che solo Rai e Mediaset abbiano un'offerta seria. Ma lì sono i contenuti ad essere poco appetibili.

Lo dico?
La mossa che potrebbe far svoltare il nostro mercato dovrebbe arrivare tipo dalla Fandango. Dal loro sito film in streaming. Si comincia con un film tipo Gomorra che esce in dvd e in streaming assieme. Costo 2,50€ per un noleggio che dura 24ore dalla prima visione, acquisto a 9,99€. Extra visionabili a tipo 30 cent. l'uno. A chi compra il DVD coupon con codice da inserire per vedere le stesse cose in streaming gratis. O addirittura un contenuto extra (non tutti) visibile solo in streaming.
Catalogo contenuto (inizialmente) ma tutte cose dell'ultimo anno più alcuni titoli vecchi da autori che nell'ultimo anno hanno fatto film importanti (a cominciare da Garrone).
Ecco l'ho detto. Così. La Lucky Red a seguire con l'uscita in DVD tra qualche mese di The Wrestler, The Milionaire e la vagonata di film che hanno preso premi.
Si comincia dai leader d'opinione a scendere. Prima vanno i titoli d'autore e d'incasso, dopodichè la roba più da battaglia e infine la categoria di mezzo.

Il Caso Dell'Infedele Klara (2009)
di Roberto Faenza

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Si potrebbero dire molte cose dell’ultimo film di Roberto Faenza. Si potrebbe dire che è noioso, che è pretenzioso, che confonde movimento intellettuale con nozionismo, che è stantio, che è ripetitivo e che si basa sull’accostamento di continui clichè (ancora la scena dell’uomo tempestato di telefonate che esaurito risponde arrabbiato e poi scopre che a chiamarlo quella volta è un’altra persona!!) ma in realtà Il Caso Dell’Infedele Klara è solo incredibilmente ingenuo perchè crede davvero che quel modo di raccontare abbia senso e che il pubblico non ne riconosca la puerile pochezza.

Faenza nel parlare del film non esita a tirare in ballo il bellissimo El di Luis Buñuel e ad autoanalizzare il proprio cinema come fosse un soggetto terzo. Un atteggiamento non nuovo nel regista di I Vicerè e I Giorni Dell’Abbandono come non nuove sono state le molte risate in sala in scene nelle quali non erano previste.

Che poi si potrebbe anche lasciar correre questi film senza troppo astio, lasciargli fare la loro vita in sala (probabilmente breve, dato che il pubblico è di gran lunga più cattivo del più cattivo dei critici), se non fosse che ad un certo punto compare quel cartello del Ministero Dei Beni Culturali che provoca sempre una fitta allo stomaco e una al portafogli.

24.3.09

Fast & Furious - Solo Parti Originali (Fast & Furious, 2009)
di Justin Lin

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POSTATO SU
Si direbbe che arrivati al quarto episodio la saga di Fast and Furious abbia ancora poco da dire, ma non è così. Innazitutto perchè quella di Fast and Furious non è una vera saga ma più un brand che viene appiccicato a film diversi tra loro.
Il primo era il classico film sulla seconda occasione all’americana, il secondo un buddy movie e il terzo un divertissment tecnico. Non sempre i protagonisti e il cast sono rimasti i medesimi come anche le storie.

Questo quarto film è invece un vengeance movie. Torna Vin Diesel ad interpretare Dominic Toretto e torna Paul Walker nella parte della sua nemesi/amico infiltrato della polizia. Ma non siamo dalle parti del primo film.
A dirigere c’è Justin Lin, già regista dell’episodio precedente, che si era fatto notare per tecnica, abilità e onestà intellettuale (nessuna presa in giro, solo azione ben fatta davvero, macchine e virilità come dice il titolo) e che non tradisce. Se possibile questo quarto episodio è ancora più maschilista di tutti gli altri, ma in una maniera così onesta e genuina che è difficile prendersela.

Fast & Furious (la cui appendice italica "Solo parti originali" non vuol dire niente. Niente!) è un film senza toni di grigio, dove tutto dall’inizio alla fine è messo in scena nella sua versione estrema. Tutto.
L’azione è furiosa, iperbolica e improbabile, i caratteri sono estremi e senza compromessi, i momenti non di azione vogliono essere introspettivi più che possono (scene in cui al massimo della malinconia corrisponde anche il minimo del movimento intellettuale e ci si interroga moltissimo su interrogativi banalissimi).

Macchine tirate al massimo, uomini tirati al massimo, donne oggetto nell’accezione più piena oppure angeli del focolare che dicono preghiere prima di mangiare (tutto basta che non si immischino). Non c’è spazio per compromessi nel film ma è possibile accettare quel mondo perchè ci viene mostrato nella maniera migliore.
L’azione è realizzata veramente bene, è grandissimo intrattenimento da godere fino in fondo. Justin Lin per stile esagera in tutto ma può farlo perchè ha davvero il pieno controllo della situazione. Non si tratta solo di controllo filmico ma anche di controllo del ritmo e rispetto dei personaggi.

Fast & Furious - Solo parti originali (ma non i titoli) dimostra come per fare un film di puro intrattenimento che metta al bando ogni forma di riflessione occorra riflettere tantissimo al momento di girarlo.

23.3.09

Habemus 3D

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Titolo orrendo e abusatissimo per dire che finalmente arriva il 3D a Roma città (prima era solo ad Ostia).
Mostri Contro Alieni sarà visibile con gli occhialini all'Andromeda, all'Embassy, allo Stardust e al Warner Village Parco de' Medici.

Adesso che ci sono le sale in 3D possiamo anche chiederci perchè sono queste?? Se il Warner Village, l'Andromeda e lo Stardust sono comprensibili (sono grossi multisala) l'Embassy è uno dei cinema più vecchi e orgogliosamente monosala di Roma. Una struttura grossissima di quelle con la galleria e una marea di sedili dove il posto non si prenota e si deve fare la fila per il biglietto.
Però è a 10 minuti a piedi da casa mia. Secondo me è per quello. Gli dispiaceva non avere un cinema 3D vicino a casa mia.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
In questo numero abbiamo la presentazione di La matassa, la spiegazione di cosa sia il progetto Nemico pubblico numero uno, l'esaltazione di Gran Torino e subito dopo di The Wrestler, l'inizio della polemica su Watchmen, un'anticipazione di Mostri contro alieni e l'inizio dell'hype su Ponyo sulla scogliera (di Hayao Miyazaki) e le grandi lodi per Two lovers.

LA PUNTATA DEL 13/3/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Mostri Contro Alieni (Monsters vs. Aliens, 2009)
di Rob Letterman e Conrad Vernon

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POSTATO SU
Della maniera Dreamworks di fare animazione Kung Fu Panda è stato sicuramente la punta più alta mentre questo Mostri Contro Alieni si spera che sia la più bassa di sempre.

Il film non solo non fa ridere (cosa fondamentale per l'animazione di Katzenberg) ma cerca di salvarsi in corner con il citazionismo più banale e inutile, l'imitazione di personaggi e dinamiche televisive e un immaginario rubato a mille film e serie tv, tutto frullato in uno dei racconti più insulsi e inutili che si ricordino. Sentimento zero.

L'idea di un film con protagoniste una serie di figure provenienti dall'immaginario horror anni '50 era anche carina ma davvero non si è andati più in là di questo. Una o due battute sono passabili e sono le stesse che vediamo ripetute ad oltranza nei trailer, il resto delle scene ci raccontano una trama non solo poco interessante ma anche mal organizzata.

Dispiace dirlo perchè è sempre facile fare l'equazione nuova tecnologia=prodotto pensato per essa, ma davvero l'unica spiegazione plausibile sembra essere che tutta l'attenzione è stata messa nella sperimentazione di nuovi processi produttivi in 3D invece che nella storia. A dispetto di quanto vanno sbandierando dalla produzione.

E com'è il 3D di questo film? Niente di che. Dopo un po' vi dimenticate che si tratti di un film in 3 dimensioni. Katzenberg sostiene che così deve essere perchè il 3D coivolge senza che lo spettatore sappia che è per quello che si sente coinvolto, io sostengo che ancora è qualcosa di poco utile. Ancora.

22.3.09

Wii World Championship, lo sport ridotto a gioco

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Ci sono due cose in Wii World Championship che spiegano perfettamente che cosa sia e cosa voglia diventare la console di Nintendo.

Prima di tutto il fatto che il nuovo gioco che sembrerebbe una versione avanzata dei vari Wii Play ma ne è in realtà una versione basic, dove gli sport sono ridotti a giochi. Invece che giocare a calcio si utilizzano le sue regole per inventare altri giochi e così per tennis, hockey, football ecc. ecc.
Invece che fare una partita i giochi sono tipo "rispondere al servizio e mandare la palla in una certa zona", prendere un calcio d'angolo e segnare facendo passare la palla tra i difensori" e via dicendo. Giochi.

In questo modo si perde quasi totalmente la dimensione individuale a favore di quella sociale. Difficile immaginare qualcuno che faccia quei giochi da solo mentre sono molto semplici da fare in gruppo, si imparano in fretta e la curva di apprendimento non è lunga, cioè più di tanto non si può diventare bravi. Dunque con un po' di lavoro il nuovo arrivato può anche battere il padrone di casa.

Ma ancora più clamoroso è il fatto che in un videogioco di sport tutte le immagini, la grafica e gli avatar default (poi chiaramente si possono anche personalizzare a piacimento) sono femminili!

Giorni E Notti Nella Foresta (Aranyer Din Ratri, 1970)
di Satyajit Ray

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I film di Satiyajit Ray ti mettono voglia di fare un film. Ogni volta che ne vedo uno mi chiedo perchè questo signore indiano così abile, intenso, tecnico ed intelligente non sia considerato a livello di un qualsiasi Chabrol (al quale sicuramente mangia in testa). I suoi sono film straordinari girati con negli occhi Renoir (fu assistente personale e regista di seconda unità per Il Fiume) e in testa la visione rivoluzionaria di cinema portata dalla Nouvelle Vague.

Giorni e Notti nella Foresta racconta di un gruppo di funzionari di città che decidono di chiudere con la civiltà e affrontare la vita panica delle campagne senza farsi domande. E' un film dove la trama è i suoi significati. Nella prima scena che li mostra in macchina inneggiare alle campagne e liberarsi dei simboli della vita civile c'è già tutto, il resto del film espanderà l'idea e aumenterà solo le domande non le affermazioni. Perchè la forza di Ray è proprio di essere lontano mille miglia dallo stupidissimo ribellismo anni '60 e invece vicino ad interrogativi che sono tali sul serio e non retoricamente.

I suoi funzionari si scontrano con la vita nelle regioni del Bengala portando con sè un certo razzismo e disprezzo di fondo, una mentalità cittadina e altisonante e così la dimensione panica che cercano non la troveranno mai davvero.
Ma sebbene sia sempre coinvolgente il modo in cui Ray affronta il contrasto tra la modernità e le tradizioni indiane la vera forza del film è il suo naturalismo e la declinazione "ambientale" che tale contrasto assume. Come in Narciso Nero è l'ambiente che lavora e "forza" i personaggi, risvegliando alcune idee e istinti (sebbene mai a sufficienza). E' l'ambiente che ha una forza non trascurabile su ogni uomo.

Ed è incredibile il modo in cui riprende tutto questo, con una sobrietà lacerata ogni tanto da alcune splendide sottolineature (lo schiaffo sognato e subito) e espedienti di divertimento filmico come le transizioni ad iride nouvellevaguiane, che sono davvero introvabili in tanto cinema più osannato.
Ah! Tanto per dire, Satyajit Ray fa anche le musiche dei suoi film.

20.3.09

Teza (id., 2009)
di Haile Gerima

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Di Teza si fece un gran parlare all'epoca di Venezia, qualcuno addirittura si macchiò di lesa maestà chiamandolo "l'Heimat etiope". Probabilmente qualcuno che non ha mai visto la saga-capolavoro tedesca o qualcuno che non ha remore morali nel dire certe cose.
Teza, è superfluo dirlo ma qualcuno lo deve fare, non ha nulla a che vedere con Heimat nè vuole averlo. E' solo un film che cerca di leggere la contemporaneità del proprio paese confrontandola con la storia recente (anni '70).

Gerima racconta le traversie del suo popolo e dei governi, delle rivoluzioni e delle lotte per la conquista della libertà, delle illusioni e del loro crollo con una certa sfiducia verso i cambiamenti. Se le parti ambientate nel passato sono le peggiori per faziosità, semplicismo e didascalismo quelle ambientate nel presente tentano di fare invece un discorso diverso.
Il passato racconta di un mondo che non riesce a trovare la libertà che cerca con la rivoluzione (storia sentita e risentita) mentre il presente racconta del tentativo estremo e disperato di ritrovare almeno una dimensione rurale e tradizionale del proprio popolo. La città contrapposta alla campagna (o savana dato il paese) anche sentimentalmente (rapporti che non decollano nella prima e invece sentimenti solidi ed eterni nella seconda). Eppure poi le cose non sono molto diverse. I pregiudizi sebbene diversi ci sono lo stesso e gli uomini in fondo sono gli stessi.

Sfiduciatissimo Gerima guarda al proprio paese ma anche all'uomo in generale e lo fa lavorando più che altro di montaggio in maniera un po' datata. Ha molte cose da dire e questo sembra vincere sul come dirle, spesso infatti si adagia sul già visto, su uno stile classicissimo senza che però sia una scelta precisa di stile. Mischia reale ed onirico, ciò che vede il protagonista e ciò che pensa, alternando le scene con una certa chiarezza ma senza molto mordente.

Il problema è sostanzialmente la difficoltà a leggere la contemporaneità. Ci sono drammi evidentemente troppo vicini per essere sopiti e il risultato è un film incazzato che invece che restituire la complessità della situazione di un paese ci parla del livore dell'autore. E nemmeno bene.

19.3.09

Aprirà Cannes

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Prima volta nella storia che capita una cosa simile.

La commedia è il porno della rete

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Prima era il porno il contenuto che guidava l'adozione e chi aveva i favori del mondo del porno poteva contare su un bacino di utenza tale da fargli vincere eventuali guerre di formati o da farlo sopravvivere nell'ecosistema tecnologico.
Per il video in rete non funziona così. Il porno in rete c'è ma non guida l'evoluzione, anzi la segue. YouPorn viene dopo il successo e l'affermazione del modello YouTube (sul quale il porno non c'è mai stato). In rete il contenuto che può fare la tua fortuna è la commedia.

The International (id., 2009)
di Tom Tykwer

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L'inventiva e le idee di Tom Tykwer sono qualcosa che dal cinema d'azione stavamo cominciando a dimenticare. Pochi oggi sono capaci di portare tanta raffinatezza, divertimento e sottile strategia cinematografica in un film thriller come il regista tedesco fa nel suo The International.

Su una trama di intrighi spionistici e politici si innerva il racconto di due agenti dell'Interpol alla caccia dei segreti di una grossa banca internazionale, un vero impero del male. Ma più che il racconto degli intrighi, delle colpe e delle responsabilità nei conflitti internazionali e nelle transazioni economiche a Tykwer interessa l'azione, il gesto cinematografico.
Il film parte subito con una dichiarazione di stile formidabile. La sequenza di apertura sembra quasi quella di un film di Bond per come getta i protagonisti nel vortice della violenza e dell'azione. Lo fa con un esplosione drammatica e antieroica di primo livello. Raffinata e originale.

La caratteristica che più stupisce è come si faccia un uso coinvolgente e funzionale degli spazi. Con i totali, i dolly e i carrelli Tykwer illustra la sua suspense e la sua azione, rifiutando sempre i canoni del genere. C'è un inseguimento a piedi fatto camminando che è straordinario e anche la più ordinaria sequenza di sparatoria nel Guggenheim Museum è un gioiello di inventiva.

Nelle sequenze di azione di Tykwer non accade mai ciò che il tuo istinto ti suggerisce stia per accadere, ma cose migliori.
Con un occhio a Paul Greengrass (per la modernità delle riprese) e uno a Friedkin (per la fredda asciuttezza dello stile) The International si lascia apprezzare decisamente più dalla bocca dello stomaco che dalla testa.
Farraginoso nella trama e un po' inconcludente il film è come il suo finale: conta più il gesto delle parole.

Già Lola Corre, il suo lungometraggio d'esordio che per anni è rimasto un cult, sembrava un pretesto per mostrare azione e gesti filmici, ora The International ne è l'evoluzione teorica, mainstream e in pompa magna.

18.3.09

Fortapasc (2009)
di Marco Risi

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Dopo alcune parentesi tristi sulle quali è meglio sorvolare Marco Risi torna a fare quel cinema per il quale si era fatto notare agli inizi della sua carriera: impegno sociale misto a tecnica cinematografica.

Fortapàsc è davvero pieno di belle idee, guarda tanto a Scorsese per il modo in cui riprende i criminali, per l'uso della musica e per i vorticosi movimenti di macchina che fanno iniziare le scene, ma sa anche trovare moltissime soluzioni personali e particolari mai fini a se stesse.
Belle l'idea dello schiaffo che viene dal nulla per dare l'idea della minaccia invisibile e della solitudine di Siani. Bella l'idea del dialogo con nessuno ad un certo punto e anche l'alternarsi di alto e basso sia a Napoli che a Torre Annunziata.

Le similitudini che si possono intravedere con Gomorra poi non sono mai imitazione ma semmai frutto del fatto che il direttore della fotografia è il medesimo (Marco Onorato). E questo è un altro pregio. Risi non cerca di copiare quello che potrebbe sembrare come il punto di riferimento ma percorre le strade che sa di saper battere in autonomia.
Non scade nemmeno nell'agiografia, cosa inusuale in un film che ricostruisce la vita di un martire della lotta alla Camorra. Il suo Giancarlo Siani non sembra la classica figura realmente esistita ma un vero personaggio da film.

Peccato che però a fronte di tante cose buone poi l'impressione generale sia molto scollata, come se le singole istanze non riuscissero a diventare parte di un tutto armonioso. La storia d'amore su cui molto si insiste non convince mai, il sentimentalismo del rapporto con l'amico drogato nemmeno e così rimane solo la paura crescente nel finale per la morte imminente (annunciata subito ad inizio film).
Sono probabilmente i personaggi a non convincere molto, a non coinvolgere proprio. A fronte di un racconto impeccabile e di tanta buona volontà poi però le figure agite nelle scene sembrano impalpabili. A poco serve l'impegno di Libero De Rienzo (cento volte migliore come attore che come autore) e l'impiego di straordinari caratteristi come Ernesto Mahieux o delle facce da Camorra chiamate a fare i mafiosi.