31.5.07

No, io sono contro questi facili stratagemmi

Share |
6 commenti

C'è un po' di esaltazione in giro per le idee di Timur Bekmambetov di far diventare i sottotitoli una forma d'arte.
Nel suo film Dusk Watch (anche noto come NightWatch 3), terzo capitolo dal già trascurabile I Guardiani Della Notte, Bekmambetov ha progettato dei sottotitoli per le versioni straniere non doppiate che non siano solamente scritte in sovrimpressione, ma scritte animate la cui animazione si accordi con il parlato. Se c'è una parola scandita a chiare lettere queste compaiono una alla volta, se c'è una parola urlata le lettere si ingrandiscono e se ce ne sono di pronunciate in stati confusionali la scrittura si muove o è irregolare.
Un espediente che come detto sta riscuotendo risonanza in rete ma che trovo, oltre che vetusto anche molto cretino.

Nei film muti europei (specialmente quelli aderenti alle correnti espressioniste) era frequente che le scritte nei cartelli (i fotogrammi tutti neri con i dialoghi) utilizzassero caratteri e dimensioni diverse per rendere i concetti del parlato, ma in quel caso si aderiva allo stile dell'espressionismo (sempre fuori misura) e soprattutto si trattava di immagini a sè e non sovrimpressioni.
La differenza, trovo, sta nel fatto che la sovrimpressione dei sottotitoli è una violenza che si fa all'immagine e per questo deve essere il più lieve possibile. Aggiungere delle scritte e focalizzare l'attenzione dello spettatore (anche se per pochi attimi) in altri punti dell'immagine è una violenza fatta al film che vede aggiungere alle scene elementi non previsti. Certo è una violenza necessaria (non posso comprendere tutte le lingue del mondo) e decisamente più accettabile del doppiaggio (che è proprio una tortura), ma pur sempre di violenza si tratta.
Le animazioni di Bekmambetov trovo non facciano che accentuare la violenza spostando (pur se di poco) ancora di più l'attenzione dal film al sottotitolo.

Turistas (id., 2006)
di John Stockwell

Share |
19 commenti


Eccolo un B movie interessante.
Attori sconosciuti, genere horror, trama secca e molte molte idee di messa in scena. Turistas parla delle fobie comuni quando ci si reca da turisti in posti meno cittadini di quelli da cui si proviene, specialmente se si fanno i turisti fai da te, ma lo fa con molta intelligenza.
Fotografato con sapienza e proprietà di linguaggio (cinematografico), girato con sobrietà e coscienza di sè, il film inizia subito benissimo con una delle principali fobie (l'autista di un bus scalcinato che rischia continuamente di andare fuori strada) e getta lo spettatore subito nel cuore della trama.
Diversità culturali, paura di ciò che non si conosce, terrore della lontananza da casa e pregiudizi sulla dubbia moralità dei locali nei confronti degli stranieri sono gli ingredienti fondamentali (nulla da stupirsi se il governo locale se l'è presa, ma questo è il bello del film).
La suspense è tenuta costante e le figure tipiche (l'uomo, la sorella, l'amica, la donna conosciuta e gli altri uomini sbruffoni) sono messe alla prova e declinate in uno scenario assolutamente inedito, il turismo di massa, senza mai sfociare nei difetti del cinema d'azione o thriller americani (cioè l'americanata).
Alcune sequenze molto molto belle ed originali come quella dell'inseguimento sott'acqua intervallato dalle necessarie pause per respirare.

All'origine di ogni crimine informatico ce n'è sempre uno nel mondo reale

Share |
7 commenti

Le major americane compiono quotidianamente una lotta senza sosta contro la pirateria cinematografica, una lotta combattuta in aule di tribunale per fermare la circolazione di film in rete di film come I Pirati Dei Caraibi 3 - Ai Confini Del Mondo e far chiudere siti e circuiti. Una lotta impossibile da vincere.
Per questo ora stanno spostando l'attenzione a dove tutto ha origine, nelle sale. E' nelle sale delle anteprime e prime che i film sono registrati abusivamente, fermando (o limitando quello) si ferma (o limita) la circolazione pirata in automatico.
Per questo stanno attrezzando controlli da aeroporto alle prime e anteprime stampa. Eppure la gente è ancora più furba....

30.5.07

Un piccolo evento

Share |
42 commenti

Con un po' di riferimenti a interfacce innovative (qui già mostrate) e ad altri esperimenti fatti in materia, nonchè alle idee di Nolan Bushnell, Microsoft presenta oggi dopo 5 anni di sviluppo il primo surface computer, cioè un modello di computer a forma di tavolino.
Che detto così sembra uno scherzo ma in realtà è una piattaforma per l'uso sociale, fondata su un tipo di interfaccia completamente diverso che abolisce ogni periferica e prevede unicamente l'uso del touch screen. Al momento il costo è di 10,000$.
Vederlo è più semplice.

Più rimediazione che evoluzione dei media

Share |
0 commenti

Vittorio Zambardino qualche giorno fa parlava di evoluzione parallela dei media citando una dichiarazione di Carlton Cuse, uno dei produttori di Lost, che in un'intervista alla ABC aveva affermato:
I think that 'Lost' would never succeed in the pre-Internet era. It's the fact that the show is complicated and intentionally ambiguous; it allows the fans to become involved in its analysis. In the old school, traditional three or four network media model, this show is too complicated and too hard to keep up with. It wouldn't work
questo porta Zambardino a ipotizzare che la presenza di un nuovo medium, internet, ne influenzi uno vecchio, la TV, consentendo cose prima impossibili.

Premesso che non credo che Lost non avrebbe avuto successo nell'era preinternet, perchè il passaparola dei misteri, il loro disvelamento popolare e il concetto di dibattito sociale che si sviluppa intorno ad una trama progettata per avere ampi margini interpretativi era già stato tutto quanto sfruttato e visto con Twin Peaks, è chiaro che la presenza di internet mette nuovi elementi sulla bilancia.
Ma più che con Lost trovo interessante quando i misteri nascono e vengono svelati in rete, enza contributi esterni, come fu il celebre caso di Lonelygirl15 quasi un anno fa (uno degli ultimi veri fenomeni della rete). Lì c'era qualcosa di suggerito e seminascosto (la religione satanista della protagonista) che gli utenti avevano scoperto tramite l'utilizzo dell'intelligenza collettiva, ma soprattutto c'era stato qualcosa di davvero nascosto che è stato scoperto, cioè il fatto che si trattasse di una serie e non di veri video. Quello non era previsto (almeno inizialmente) ed è stato portato alla luce tramite l'interazione degli utenti.

Il fatto che altri media più vecchi traggano vantaggio dalle dinamiche sociali che media più nuovi favoriscono mi sembra abbastanza scontato, è la medesima dinamica che fa aumentare gli ascolti e il gradimento di programmi nei quali si può telefonare o che mettono in sovrimpressione gli sms degli spettatori.

The Darwin Awards (id., 2006)
di Finn Taylor

Share |
1 commenti


Un film che prende spunto da un'iniziativa di internet, i Darwin Awards cioè i premi che vengono assegnati online a tutte quelle persone che sono morte in maniere stupide per il modo in cui hanno contribuito alla selezione (in positivo) della razza eliminandosi.
Lo spunto è che esistono questi casi e il protagonista è un poliziotto con l'hobby di consultare i Darwin Awards per cercare di capire perchè la gente compia simili idiozie e così pericolose. Nonostante l'apparente idiozia della trama i personaggi sono delineati benissimo, non tanto magari quello di Winona Ryder, ma sicuramente quello di Joseph Fiennes, il detective (licenziato) bravissimo ma emofobico, ossessionato dai Darwin Awards al punto da rischiare in più situazioni di diventarne vittima.
Il bello del film è che si comporta come una commediola on the road, poichè i due agenti assicurativi si muovono di stato in stato indagando le morti assurde per cercare di dimostrare quando sono dovute a negligenze e quando a comportamenti sconsiderati, però lentamente riesce a dare conto di una realtà più complessa con l'uso di un umorismo magari non travolgente ma sicuramente efficace.
Le idee di Finn Taylor sono poche ma ben chiare, molti stratagemmi appaiono un po' ridicoli (tutta la sottotrama della poesia beat che si esplica anche nei nomi dei protagonisti) ma molti altri sono più convincenti. Gli scenari in cui avvengono le morti idiote sono sempre abbastanza deprimenti e, benchè trattati con tono di commedia, descrivono un'umanità disperata per davvero con partecipazione a tratti toccante, cosa che non ti aspetti mai da una commedia di poche pretese.
Molte le partecipazioni illustri negli sketch che descrivono i casi da Darwin Award da Juliette Lewis a Julianna Margulies (l'infermiera di ER) ai Metallica fino al trapassato Chris Penn.

E non ce n'è nemmeno una delle mie

Share |
34 commenti

Qui vengono riunite le foto migliori di Flickr. Il giudizio è dato da un sistema di votazione del pubblico, che poi non è il pubblico totale della rete ma solo quello dei frequentatori del sito in questione. Un sistema quindi limitato. Ma comunque rimane il bello di vedere tutte queste foto spettacolari di semplici amatori.
Le migliori rimangono quelle non programmate, senza luci sistemate e soggetti in posa ma magari prese in vacanza. Ma prese bene.

29.5.07

Nessuno come I Pirati Dei Caraibi

Share |
8 commenti

Per quanto possa contare il misero campione delle statistiche di questo blog, va detto che nessun film riscuote successo in rete come I Pirati Dei Caraibi. Dopo l'uscita i post che lo riguardano sono saliti tutti in graduatoria con chiaramente in testa la recensione che da sola ha portato un afflusso di persone in più pari quasi al 20% del totale.
Si moltiplicano i click in uscita (specialmente sui link delle immagini e di Orlando Bloom) e anche le visite sulle recensioni dei passati capitoli.

Però ancora stentano ad arrivare commenti da antologia come è capitato con il post della Maledizione del Forziere Fantasma.

Il Destino Nel Nome (The Namesake, 2006)
di Mira Nair

Share |
0 commenti


Oggetto decisamente non convenzionale Il Destino Nel Nome, storia di mescolanza di culture, di abbandono e di ritrovo della propria identità e di rapporti familiari raccontata senza il minimo intreccio.
Una trama c'è, ma manca volutamente l'intreccio, manca cioè quella componente che rompe un equilibrio iniziale scatenando l'attenzione dello spettatore e che attende di essere sciolto alla fine del racconto. Il Destino Nel Nome invece racconta un susseguirsi di eventi in una famiglia, come un film biografico (privo quindi di un centro focale), collegati fra loro unicamente dal fatto che riguardano il rapporto della generazione dei nati in America da genitori indiani con il loro paese d'origine.
Nonostante la mancanza di un intreccio il film tiene comunque sempre viva l'attenzione dello spettatore con una messa in scena sobria ma creativa, che con variazioni di colore, intensità, vicinanza e profondità di campo racconta di più che con le parole degli attori.
Manca la scena madre, mancano le agnizioni e gli svelamenti e anche i topoi, tuttavia Il Destino Nel Nome riesce a cogliere più di un obiettivo parlando di un universo non certo inedito (le seconde generazioni di immigrati) e contemporaneamente dei rapporti familiari (a questo proposito è un peccato che non sia approfondita la relazione tra i fratelli) indugiando molto sulle espressioni e sulle emozioni ma senza mai esagerare o sfociare nel ruffiano.

28.5.07

E ora pronti a fare a botte

Share |
10 commenti

Premiati i vincitori di Cannes 2007, è anche disponibile ora la lista di priorità e di film impossibili da vedere nella tradizionale scazzottata cittadina che sarà Cannes a Roma.
Anche quest'anno il comune di Roma metterà a disposizione di tutti i film di Cannes in una serie di proiezioni che dureranno una settimana nei cinema più difficilmente raggiungibili della città.
Tutti quanti potranno vedere i film del festival francese anche se poi potranno effettivamente entrare in sala solo i pochi che abitano sopra il cinema e che possono scendere alle 4 a comprare il biglietto per lo spettacolo delle dieci.

Berlinguer Ti Voglio Bene (1977)
di Giuseppe Bertolucci

Share |
2 commenti

Giuseppe Bertolucci non è Bernardo e si vede, le idee di regia del film sono abbastanza irritanti, le velocizzazioni e i lunghi piani sequenza in cui Benigni monologa non vanno da nessuna parte e appiattiscono un po' film che invece dal punto di vista dell'idea e della scrittura ha davvero il suo perchè.
Con molta poca verve comica e molta decisione Benigni e Bertolucci raccontano della realtà provinciale italiana (nello specifico quella Toscana) fatta di rapporti desiderati e mai realizzati, di una sessualità repressa ma agognata al punto di spingere i giovani operai ad andare anche con donne attempate pur di consumare un rapporto sessuale e di un rapporto morboso con la famiglia. E' una realtà a metà tra il tradizionalismo cattolico, le imposizioni della chiesa e l'ateismo dell'allora imperante credo comunista per le classi più popolari.
Se come ho già detto la messa in scena non è proprio il massimo, raggiunge invece vette abbastanza alte la sincerità del film, capace a tratti di toccare davvero in profondità e dare conto in maniera precisa e per niente scontata della vita ai margini di tutto.
Una volta tanto poi Benigni non interpreta i suoi personaggi furbetti e al centro di molti intrighi ma un vero perdente, che conduce una vita insoddisfacente sotto ogni punto di vista e che crede (o spera) che questa cambierà con la rivoluzione comunista. Alcuni pezzi, come l'incontro con le femministe è veramente alto e toccante.

27.5.07

Chacun Son Cinema (id., 2007)
di registi vari

Share |
7 commenti

Come suggerito da Nadia nei commenti di uno scorso post ho registrato Chacun Son Cinema, il film ad episodi realizzato da 35 registi diversi per i 60 anni del festival di Cannes sul tema "la sala cinematografica".
Come tutti i film ad episodi l'esito è altalenante e difficilmente definibile, manca davvero un'unità d'intenti, il tema della sala è declinato e non sviscerato dunque il film è come una serie di cartoline più che un trattato o un modo di vedere il cinema fruito. Ma tant'è.
I segmenti sono a tratti banali e a tratti medi (nonostante i nomi coinvolti nell'operazione) e solo a tratti raggiungono vette veramente alte. Dispiace vedere che molti registi abbiano teso a parlare delle cose più scontate, ripetendo in più casi la medesima cosa (la bellezza di fruire di un film) è il caso del pur bell'episodio dei Dardenne o di quello di Inarritu o Gitai, mentre gli esperimenti più interessanti sono quelli che sono riusciti a dare conto davvero di una visione particolare della sala, luogo sì di proiezione cinematografica ma anche luogo d aggregazione sociale e di vita personale.
Non so se è blando campanilismo ma credo proprio sia ufficiale che il segmento migliore sia quello di Nanni Moretti, Diario di Uno Spettatore, in cui il regista racconta con un montaggio divertito i suoi ricordi di sale, lo si vede seduto in cinema differenti che ricorda che film (brutti o belli) ha visto lì e con chi. Molto spesso questi cinema non esistono più e quindi di volta in volta si trova in sale da Bingo o parcheggi che ora sorgono al posto della sala in questione) e nel complesso emerge quella visione personale e sociale (con la moglie, con il figlio, con la madre...) della fruizione cinematografica che in pochi sottolineano. Inoltre è fotografato benissimo (l'inizio è stupendo poi).
Da segnalare anche il bellissimo segmento dei fratelli Coen, delicatissimo davvero e capace di parlare anche di America popolare e del rapporto strano (quasi inesistente che ha con il cinema europeo) e quello di Zhang Yimou che torna ai temi della campagna popolare con intatta delicatezza.
Divertito e un po' inutile Kitano, riconoscibilissimo Kiarostami gira un segmento un po' banale ma che a me personalmente mi tocca profondamente. Incommentabile l'inutilità della parte di Manoel de Oliveira.
Ridicolo Cimino che imita Fellini (ma come ti viene) e medio Polanski. Truffautiano Lelouch e ripetitivo Wong Kar Wai.

26.5.07

Il Grande Uno Rosso (The Big Red One, 1980)
di Samuel Fuller

Share |
3 commenti

La guerra secondo Samuel Fuller è una lunga discesa negli inferi, prospettiva non nuova per lo spettatore del 2007 ma decisamente in linea con i tempi per lo spettatore del 1980. Ancora di più il film rigoroso e fortemente inquadrato nello stile hollywoodiano si permette di esplorare con forte anticipo i temi di Full Metal Jacket.
La disumanizzazione della guerra, il progressivo scivolare in una dimensione quasi sospesa e il culto della sopravvivenza come unico appiglio possibile.
Nonostante lo stile li metta ad anni luce di distanza (Fuller classicissimo e in fondo militarista e Kubrick iconosclasta e antimilitarista) i loro due film di guerra moderni si somigliano molto. Certo in Il Grande Uno Rosso il protagonista è un Lee Marvin che più inquadrato nei canoni americanicisti non si può e il fronte statunitense è mostrato forte compatto e umano come solo la miglior propaganda USA può fare. Eppure in molti momenti il discorso operato sulla guerra (e non sulle parti in causa che sono il più manichee possibile) è veramente originale e sentito, quasi di rottura. Inoltre la narrazione secca asciutta e classica di Fuller è un gioiello di invisibilità e maestria.
Il film si dipana lungo una serie di battaglia di un piccolo plotone che di volta in volta si unisce ad altri battaglioni ma è sempre l'unico a rimanere illeso, non sono supersoldati ma uomini semplicissimi che per sopravvivere sono più freddi degli altri. Progressivamente (dall'Algeria all'Italia e dalla Normandia al Belgio) perdono sempre più umanità, ma non in maniera esplicita, il loro essere disumani si misura nel non riconoscere più i compagni e nel non provare più pena, dolore o preoccupazione per le nuove leve che muoiono come mosche. Come i grandi registi Fuller non mostra ma suggerisce attraverso piccoli particolari di narrazione che solo alla fine compongono una visione di mondo.
Film per molti versi militarista anche se contro la guerra (in maniera simile a moti exploit del genere di Clint Eastwood), con un finale un po' buonista e in linea con una politica di riconciliazione. Quello che si perde nei particolari il film lo guadagna con lo sguardo di insieme, malinconico e distaccato.

Quando ho visto Mark Hamill non ci potevo credere che aveva fatto un altro film di spicco nella sua carriera...

25.5.07

Javier Bardem come al solito ci sta tutto

Share |
3 commenti

Qui 5 scene (da poco più d'un minuto l'una) da No Country for Old Men dei Coen da poco passato a Cannes.

via Macubu

Net Tv

Share |
0 commenti

E' già uscito da tempo ma viene presentato solo oggi alle 18 il libro di Tommaso Tessarolo "Net Tv: Come Internet Cambierà la Televisione Per Sempre". Si tratta del primo libro che intende affrontare le trasformazioni che la sempre più preponderante fruizione dei video in rete hanno già portato e porteranno alla nostra dieta mediatica e alla nostra interazione in rete.
Su dove stia andando la Net Tv Tessarolo è stato intervistato...

History Boys (id., 2006)
di Nicholas Hynter

Share |
2 commenti


La speranza è almeno di far passare sottosilenzio questo film, in modo che nessuno se ne accorga.
Guardando a L'Attimo Fuggente ma in maniera molto più stupida e banale, History Boys pretende di essere moderno mettendo in scena situazioni di omosessualità in maniera molto tollerante e integrata, tuttavia rimane quanto di più conservativo si possa concepire per tutto il resto dell'impianto.
Se le figure principali sono la semplice e banale declinazione dei classici caratteri da film scolastico, quelle accessorie (il resto della classe docenti + il preside) sono invece clichè moderni, figure meno utilizzate dai racconti canonici ma lo stesso dipinte in maniera superficiale e incapaci di evolversi, di "muoversi" oltre il loro assunto di partenza. Ognuno è intrappolato nel proprio ruolo senza che però questa caratteristica sia messa a frutto o diventi un elemento da film di genere (cioè un elemento utilizzato per parlar d'altro). In realtà il film è pieno di clichè e l'argomento è esso stesso un clichè.
Per non parlare della scrittura che mira ad una poesia inesistente...

24.5.07

I Pirati Dei Caraibi 3 - Ai Confini Del Mondo (Pirates Of The Caribbean 3 - At The World's End, 2007)
di Gore Verbinski

Share |
25 commenti


Se il secondo capitolo della saga ancora tiene il terzo svacca completamente. Già della trama di La Maledizione Del Forziere Fantasma avevo capito poco, di questa proprio non mi è entrato nulla in testa. So solo che devono andare a riprendere Jack Sparrow nella terra dei morti (ma non bene perchè) e che Orlando Bloom deve liberare il padre dalla maledizione prendendo possesso dell'Olandese Volante. Il resto, cioè le motivazioni degli altri mille personaggi e i continui cambiamenti di fronte, mi sono rimasti abbastanza oscuri, così mi sono semplicemente fidato del fatto che se due personaggi non si prendevano a spadate si vede che lavoravano per il medesimo obiettivo.
Confuso e raffazzonato il terzo episodio di I Pirati Dei Caraibi non ha assolutamente più nulla in comune con il primo che era caratterizzato da un uso molto intelligente di una messa in scena povera (per quanto possa essere povera una messa in scena di medio livello di una produzione hollywoodiana) e incentrata su un azione che fosse funzionale alla trama, contornata da personaggi che più che altro erano maschere caratteristiche + Jack Sparrow, vera idea innovativa e motore del film.
Era insomma un oggetto da intrattenimento vero La Maledizione Della Prima Luna, intrattenimento di qualità che ha meritato l'inaspettato successo planetario ma che poi si è perso all'aumentare del budget e delle aspettative per i capitoli successivi. Un po' quello che successe con Matrix: ognuno vuole una fetta della torta, ognuno vuole salire sulla barca del vincitore (compreso il mercato cinese) e il regista non può dare conto delle esigenze di tutti e fare anche un bel film. Al massimo si possono fare delle belle scene e infatti questo accade. Un collage di sequenze ben realizzate in mezzo ad una serie infinita di cadute di stile mal collegate fra di loro.
Più Keith Richards.

LE TECNOLOGIE DEL FILM

23.5.07

I piedi per terra

Share |
7 commenti

Reel Pop riporta che il totale del video trasmesso da YouTube nell'ultimo anno è stato meno dell'1% di quello trasmesso dalle reti televisive.

Ombre e Nebbia (Shadow And Fog, 1992)
di Woody Allen

Share |
13 commenti

Una delle cose che preferisco di Woody Allen (e sono tante) è la capacità e la volontà di esplorare cinema diversi, anche antitetici al suo genere canonico ma sempre con un approccio personalissimo, senza mai mancare di esplicitare i suoi riferimenti.
Ombre e Nebbia è, come spesso capita, un film atipico per il regista di New York eppure fondamentalmente e intimamente legato al resto della sua filmografia, l'ennesima variazione di forma sui medesimi contenuti.
Questa volta però Allen riesce ad andare anche più in là del suo solito, raccontando dell'Odissea quasi kafkiana di un misero impiegatucolo vittima delle gerarchie aziendali e di una vita misera, in una nottata in cui tra le ombre e la nebbia si nasconde un serial killer che tutta la cittadina cerca. Una storia volutamente non risolta che ben presto abbandona il pretesto di trama (la caccia al serial killer) per trovare le cose che più interessano a Woody Allen, i rapporti, la casualità della vita e soprattutto il cinema, l'illusione e la magia.
Ombre e Nebbia (fin dal titolo che non parla della trama ma della forma) è un film che più che altro parla di cinema e lo fa mostrando una narrazione non ortodossa a metà strada tra quella europea e quella americana, finge di interessarsi all'intreccio ma poi si spinge decisamente sui rapporti e le vite dei protagonisti che si incontrano casualmente per i vicoli nebbiosi.
Attualmente esiste un cinema migliore di quello complesso, tecnico, personale, profondamente cosciente della storia del cinema e intelligente di Allen? Non credo.

22.5.07

Che alla fine mi piace proprio tanto vedere quella faccia con la barba lì in alto

Share |
6 commenti

Foto di gruppo dei registi del film collettivo Chacun son Cinéma. Alcuni tra i nomi più importanti del cinema moderno.

Certo pure quell'omino in basso a sinistra che si è messo il kimono buono per l'occasione mi conquista...

Daratt (id., 2006)
di Mahamat-Saleh Haroun

Share |
0 commenti


Il paragone con Il Figlio dei Dardenne è immediato e molto facile da fare, non solo perchè la tematica è simile (anche se rovesciata) ma soprattutto perchè anche lo stile semi-documentaristico di Haroun ricorda il cinema essenziale (eppur complesso) dei Dardenne.
Eppure non siamo dalle parti di Il Figlio, perchè sebbene anche Haroun cerchi l'essenzialità, la scarsità di dialoghi e una narrazione per episodi quotidiani manca tutta la componente europea di descrizione di un personaggio a discapito di una trama.
In Daratt l'assenza di un intreccio canonico e il racconto episodico (la trama è minima: un ragazzo si arma di pistola per andare ad uccidere l'uomo che ha ucciso suo padre che ora fa il panettiere ma davanti a lui non riesce ad ucciderlo e anzi viene preso a fare il suo aiuto, con il tempo i due sviluppano una relazione padre figlio) non sono propedeutici al racconto di una situazione, di un mondo interiore ma al racconto di un rapporto in divenire, senza che però si capisca o si partecipi di più del mondo interiore dei personaggi.
Alla fine non conosco i protagonisti, nè ne sono partecipe più che all'inizio, così il momento della resa dei conti finale non è carico di pathos come in altri casi.
Se nel cinema europeo moderno (e quindi anche nei Dardenne) si lavora tutto un film per costruire e raccontare l'interiorità dei personaggi coinvolgendoli in eventi frenetici solo negli ultimi minuti di film, in Daratt la narrazione procede per piccoli scossoni raccontando l'avvicinarsi di un uomo che desidera un figlio che non può avere e di un ragazzo che perso il padre non riesce a trasformarsi in killer.
Mi sembra insomma che Haroun applichi la struttura europea (ma che già cineasti più vicini a lui come Kiarostami avevano fatto propria) al suo cinema senza però mantenerne l'efficacia.

E voglio vedere quest'anno chi fanno vincere

Share |
9 commenti

La 75esima Mostra Del Cinema di Venezia avrà una giuria composta unicamente da registi, a presiederla è stato chiamato l'uomo i cui film hanno vinto più premi nella manifestazione: Zhang Yimou.
Doppio Leone D'Oro (La Storia di Qiu Jiu e Non Uno Di Meno), Leone D'argento (Lanterne Rosse) e Coppa Volpi e Menzione D'Onore (a Gong Li per Lanterne Rosse).

Sono quelle notizie che ti mettono di buon umore

21.5.07

L'arte dell'improvvisazione

Share |
6 commenti

Storico dibattito televisivo che mette a confronto Billy Graham, il più grande predicatore battista americano, un personaggio mediatico fortissimo dall'indubbia abilità oratoria e dall'indubbio seguito e uno dei più arguti sostenitori dell'ateismo, Woody Allen.

Sacrosanto

Share |
46 commenti

Mi schiero con forza dalla parte di Roman Polanski che ha detto qualcosa che io vorrei urlare da tempo.
Per chi non lo sapesse Polanski si è alzato e se n'è andato durante la conferenza stampa di presentazione del film Chancun son cinéma al festival di Cannes. Si tratta di un film collettivo: 33 segmenti per 35 registi premiati con la palma d'oro (lo scarto è data dalla presenza dei Coen e dei Dardenne che chiaramente fanno un segmento solo).
Durante la detta conferenza stampa, alla quale presenziavano quindi almeno una trentina tra i migliori registi del momento, Polanski ad un certo punto se n'è andato irritato per l'idiozia e la stupidità delle domande, per giustificarsi avrebbe detto qualcosa del tipo: "Se queste sono le domande che avete da fare davanti ad una simile platea di registi è meglio andare subito a mangiare". Certo poi ha anche fatto una requisitoria sul computer come fonte di ogni male, ma del resto c'ha pure 70 anni suonati.

Polanski ha ragione da vendere le domande che vengono fatte a queste conferenze stampa (per non parlare di quelle fatte in conferenze più oscure e meno autoriali) sono di una stupida banalità che mette impressione, specialmente per l'arroganza e la parvenza di intellettualismo con cui vengono fatte. Spesso precedute da minirecensioni non richieste le domande puntano più che altro a mettere in mostra chi la domanda la fa e non a sollevare interrogativi seri. Quando poi vogliono essere utili non fanno che ripiegare su banali sottotesti politici e scontatissimi riferimenti all'attualità. Partono quasi sempre dal presupposto che si sia ripetuto qualcosa di già visto senza far notare delle novità.
Nel caso specifico era appena stato chiesto a Jane Campion (NO DICO JANE CAMPION): "Come si sente ad essere l'unica donna in questa selezione?".
Chi poi si azzarda a fare domande leggermente più serie è sormontato da brusio e fastidio della platea.

Sui giornali chiaramente tutti parlano malissimo di quest'avvenimento per difendere la spocchia della categoria dei cronisti, ma fortunatamente leggo da Luca Sofri che oltre a chi ridicolmente si indigna qualcuno ha anche il coraggio di dire le cose come stanno.

La Città Proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, 2006)
di Zhang Yimou

Share |
19 commenti


Arriva finalmente anche da noi l'ultimo lavoro di Zhang Yimou, senza dubbio uno dei più grandi cineasti viventi. E si può gridare al capolavoro.
La Città Proibita (o La Maledizione Del Fiore D'Oro, cioè il titolo originale) è senza dubbio un passo avanti nella sua filmografia. Nonostante si tratti ancora di un wuxiapan e ancora di un film ad alto budget (il più costoso della storia della Cina) fatto sotto il controllo severo del regime (anche se è chiaro che il regime fa meno storie sui film ambientati nel passato), lo stesso il grande regista cinese riesce a non ripetersi, anzi.
L'imperatrice sta impazzendo, è l'imperatore a causare questo somministrandole quotidianamente un veleno, e lei lo sta capendo. Così inizia il film, come le migliori tragedie shakespeariane non parte dall'inizio ma da uno stadio avanzato della storia, mostrandone solo i risvolti drammatici. Questo wuxiapan infatti perde sempre di più i risvolti d'azione (pochi e poco spettacolari) e aumenta le parti dialogate, riduce le riprese in esterni e si concentra sugli interni sfarzosi di una dinastia splendida fuori ma marcia dentro (come suggerisce l'ultima immagine anche troppo esplicita).
Il ritorno di Gong Li (molto più protagonista e fondamentale del pur più famoso Chow Yun Fatt) con il suo ex-marito segna un ritorno alla passionalità e al melodramma nel cinema di Yimou e un ritorno di grande qualità. Mille le piccole chicche del film dal continuo contrappunto del thè avvelenato da bere e dei dolori (sintomo degli effetti del veleno) che colgono la regina nelle sue lunghe camminate, alle solite trovate estetiche incredibili (un attacco dall'alto con le funi impagabile) fino a scene di massa come non se ne sono mai viste (per le cui riprese il modello è palesemente Peter Jackson) e trovate allegoriche da urlo (il finale in cui in un attimo mettono tutto a posto).
E pur non essendo un film d'azione puro La Città Proibita ha un ritmo fortissimo, dettato da dialoghi, scene madri, svolte e agnizioni. La narrazione di stampo classico che si fa strada tra le piaghe estetizzanti nel wuxiapan.
La Città Proibita è ufficialmente il primo film veramente serio del 2007.
Siete autorizzati da me (qualora ve lo chiedessero) ad alzarvi in piedi durante la proiezione (specialmente nella scena madre finale) ed urlare al capolavoro. Preferibilmente in cantonese.

20.5.07

Questo si che farà schifo

Share |
16 commenti

Ci sono innumerevoli ragioni per le quali il personaggio di Rambo non è come quello di Rocky, non è sincero come Rocky ma è più artificiale e posticcio.
Non che tutti i personaggi debbano essere sinceri, semplicemente fare un bel film con personaggi posticci è più difficile.
E se al tempo del primo episodio l'eroe del Vietnam decaduto che dichiara guerra ad una cittadina per apatia, anomia e nostalgia della dimensione battagliera era una figura molto in voga e aveva decisamente un suo senso, già dal secondo episodio il superuomo battagliero faceva ridere.
Figuriamoci ora.
Mi sembra alquanto impossibile che si ripeta il miracolo di Rocky Balboa, un film involontariamente metaforico e sorprendentemente ragionevole nel modo in cui riflette su se stesso e sul suo autore. Questa sì che sarà una vaccata epica. E il trailer lo conferma.

E 2!

Share |
2 commenti

Non è Coppola ma ci fa gioco.
Argento presenterà il suo prossimo film La Terza Madre (in copertina poco tempo fa su Variety) alla Festa Del Cinema di Roma, dopo il colpaccio di essersi assicurato l'anteprima di Youth Without Youth, questa notizia non può avere un impatto certo devastante, tuttavia a livello internazionale se non fa sensazione (in fondo un italiano che presenta un suo film in un festival della sua città non è cosa incredibile) fa quanto meno ragionevolezza.
Nel senso che se Roma ha un neonato festival e c'è un regista di Roma noto in tutto il mondo che porta a termine una trilogia iniziata decenni prima i cui precedenti capitoli sono diventati dei cult per moltissimi registi di tutte le nazionalità e non lo presenta a Roma è uno scandalo. Che lo faccia dunque aggiunge ragionevolezza.

L'Anno Scorso A Marienbad (L'Année dernière à Marienbad,1961)
di Alain Resnais

Share |
2 commenti

Provocatorio e corrosivo all'epoca della sua uscita tanto da guadagnarsi gli strali del pubblico e l'ovazione della critica (Leone D'Oro a Venezia), visto oggi L'Anno Scorso a Marienbad è quanto di più superato ci possa essere, simbolo di una direzione che il cinema stava intraprendendo e che non ha avuto seguiti superata dal altri tipi di narrazione per il cinema d'avanguardia.
I dialoghi rarefatti e scollati dalle immagini, il viaggio nella coscienza, la recitazione votata alla fissità, le situazioni non spiegate e i personaggi poco penetrabili, sono fortunatamente rimasti avulsi dal resto della storia del cinema, lasciando il film di Alain Resnais come un documento di ciò che non abbiamo deciso di non far diventare il cinema autoriale.
Fortunatamente la narrazione ha prevalso.

19.5.07

La più grande opera di fanatismo cinematografico mai tentata

Share |
16 commenti

La storia è questa (per come la riporta Wired).
Nel 1981 esce I Predatori Dell'Arca Perduta, il primo film di Indiana Jones, un gruppo di ragazzi all'epoca 12enni rimane (giustamente) folgorato dai temi, dallo svolgimento, dai personaggi e dalle dinamiche del film. Tanto da decidere di rifarlo, cioè di rigirarlo uguale, scena per scena. Un folle progetto da 12enni.
Tuttavia 6 anni dopo il film è pronto. Finito.
I ragazzi hanno come prima cosa filmato tutto il film al cinema con una videocamera poi passato ogni estate di quei sei anni assolutamente immersi nella realizzazione del loro I Predatori Dell'Arca Perduta - L'adattamento con attrezzature noleggiate.
Il risultato è di una povertà tecnica impressionante ma di un'elaborazione ugualmente incredibile. Con mezzi di fortuna sono riusciti a rifare tutto un film da 26 milioni di dollari (dell'epoca), compresa la scena iniziale del masso gigante che rotola alle spale di Indiana Jones e quella finale degli spiriti che escono dall'arca.
Cosa più incredibile, una volta finito tutto hanno accantonato il film e si sono dedicati ad altre attività!
Nel 2003 tuttavia una copia VHS del risultato delle loro fatiche arriva a Harry Knowles di Ain't It Cool News che (giustamente) al solo vederlo dà di matto e lo mostra al suo festival, il Butt-numb-a-thon (una maratona annuale con film vecchi e alcune premiere).
Da lì si scatena tutto e i tre ragazzi vengono alla fine invitati al ranch Skywalker di Lucas e agli studi di Spielberg.

Ora con il prossimo arrivo di Indiana Jones 4 e il relativo battage pubblicitario che lo coinvolgerà tutto ciò che ruota intorno ad Indiana Jones diventerà oro e questi precursori di YouTube che hanno realizzato la più imponente opera a basso costo mai progettata sono già al centro di innumerevoli progetti.

Purtroppo in rete non è possibile vedere nulla se non qualche foto, un servizio della BBC sulla prima newyorchese del film (qui embeddato) e il trailer che contiene una sola scena ma che rende l'idea della meticolosità della ricostruzione e della scarsa qualità del girato (in Betamax!). Un vero oggeto cult.

Ecco la nuova droga

Share |
0 commenti

Dopo Twittervision (che non mi era piaciuto perchè non amo molto Twitter) arriva ora FlickrVision, una mappa del mondo aggiornata con le foto appena postate su Flickr.