28.9.12

Othello

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C'è adattamento e adattamento. Solo pochi mesi fa raccontavamo di Lizzie Bennet's Diaries, adattamento in forma di vlog di Orgoglio e pregiudizio, un lavoro mostruoso, complesso e articolato che parte dall'adattamento della storia ai giorni nostri e finisce nell'adattamento della messa in scena e dei dialoghi allo stile del vlog e per esteso della comunicazione in Rete; ora arriva un altro adattamento in webserie. Si tratta dell'Otello, messo in episodi su YouTube in Othello.
Anche in questo caso l'adattamento inizia, come spesso accade, con la modernizzazione di situazioni e personaggi. Othello è ambientato ai giorni nostri, in una metropoli, ma contrariamente a quanto avviene nei diari di Lizzy Bennet i dialoghi o lo svolgimento della storia non sono adattati.

L'idea parte da Ready Set Go Theatre Co, una compagnia teatrale che si è imbarcata in questa webserie dopo aver raccolto 4.180 dollari su Kickstarter, lasciando intatto il testo shakespeariano e compiendo un lavoro, non molto diverso da quello fatto al cinema da Baz Luhrmann con Romeo + Giulietta, riguardo situazioni e gli scenari.
La storia dunque inizia con Otello appena sposato con Desdemona e le trame di Iago con il padre di Desdemona, la scansione classica. Neanche a dirlo Othello non ha la maestria d'adattamento tra tradizione e modernità che aveva Baz Luhrmann, ma, cosa più grave, non ha nemmeno la volontà di creare una webserie, quanto quella di mettere in puntate brevi il teatro filmato. La poca modernità dell'operazione è già annunciata involontariamente dai titoli di testa, quei cartelli in sfocato bianco e nero che sembrano uscire dal cinema indipendente newyorchese degli anni '60.

Appartamento ad Atene (2012)
di Ruggero Dipaola

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Esistono due filoni principali di film sul nazismo, due exploitation diverse (per questo Tarantino parte sempre un passo avanti agli altri, perchè è l'unico a scartare le regole e farne di proprie). Una è quella dei campi di concentramento, l'altra quella dei rastrellamenti e delle paure nelle città occupate. In entrambi i casi la preferenza solitamente va verso storie che coinvolgano i bambini, più che altro in veste di spettatori traumatizzati o motori inconsapevoli delle tragedie (per questo Spielberg è migliore di tutti, perchè all'interno di un genere canonizzato ne distrugge gli stereotipi).
Appartamento ad Atene, come suggerisce il titolo, appartiene alla seconda categoria di ricatti cinematografici, quelli che oppongono una brava famiglia ai soprusi quotidiani dei nazisti e all'oppressione della paura (fuori campo) di ciò che può accadere (ovvero l'altro genere di film).

Qui la storia è centrata su una famiglia colta e per bene, in disgrazia per motivi di guerra, che deve ospitare in una stanza un ufficiale nazista e quindi, praticamente, fargli da servitori. E mentre i genitori sono indaffarati a mantenere tutto in equilibrio, i bambini, guarda caso, creano piccoli terremoti o generano ansie collettive.
A tutto il consueto corredo di banali ruffianerie, inutili poetismi e consuete scene madri che caratterizzano i film sul nazismo Appartamento ad Atene associa anche il più fastidioso dei ritratti dell'infanzia, i bambini che parlano con parole che sembrano uscire dai libri, che fanno lunghi silenzi espressivi mentre discutono tra di loro e lanciano frasi memorabili. I bambini che non sono bambini, i bambini come gli adulti vorrebbero immaginarli, i bambini "sensibili".

Dovrebbe essere un dramma tutto interni e qualche esterno salvifico e dovrebbe essere un racconto di purificazione ed inferno, di perdite e impossibili redenzioni, ma Appartamento ad Atene non riesce mai a fare fino in fondo un lavoro sull'umanità vera dei suoi personaggi, nonostante sia quel che si propone di portare a termine. Non riesce mai a dare un'impressione di vero sentimento sotto la patina dei ruoli stereotipati. Il nazista di cui dovremmo scorgere la natura fragile rimane nazista e così il padre di famiglia oppresso di cui dovremmo scorgere la statura.
Insomma, un altro film sul nazismo.

27.9.12

Resident Evil: Retribution (id., 2012)
di Paul W. S. Anderson

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La macchina da guerra Resident Evil, la saga che corre parallela sulle console e sullo schermo ha una forza e una longevità che sono incredibili. Nel 2002 fu liquidato come uno dei molti adattamenti da videogioco che imperversavano (erano anche gli anni di Tomb Raider con Angelina Jolie) ma la saga con Milla Jovovich, come un maratoneta, ha staccato tutti sulla distanza. 
Cinque film e un sesto (probabilmente ultimo) in lavorazione, tutti in grado nella peggiore delle ipotesi di incassare il doppio di quanto sono costati, una grande storia con ogni capitolo dotato di cliffhanger per quello dopo, ogni film strutturato quasi nella stessa maniera degli altri e una protagonista inossidabile.

Si avvicendano personaggi e attori (in questo ritorna Michelle Rodriguez) ma lei, Milla Jovovich, non abbandona mai. Il suo aderire a questa causa e questa serie di pessimi film di ottimo successo ha del commovente. Se soltanto fossero un pelo più decenti, meno incoerenti e pieni di leggerezze senza senso gli si vorrebbe bene immediatamente. Invece ogni film di Resident Evil sembra fare di tutto per non essere amato, per scansare ogni decenza cinematografica.
Retribution in particolare mette in scena la solita trama contorta in un setting e con una struttura da vero videogame. La cosa è degna di stupore perchè, se si esclude il primo capitolo, negli altri film la saga aveva cercato una sua autonomia. Pur seguendo a grandi linee la storia della parallela serie di videogiochi, orchestrava le trame in maniera filmica. Qui invece l'espediente di far passare la protagonista di stage in stage, di "ambiente ricostruito" in "ambiente ricostruito", dà vita ad una scansione da videogioco, con i livelli, i boss e i confronti obbligatori per andare avanti.

Ecco perchè alla fine dispiace dire che anche in questo nuovo film di Resident Evil non c'è nulla che possa appassionare, nemmeno quello spirito naive e incontrollabile, quella bonaria immediatezza che anima le sue controparti in computer grafica (esiste una serie di film sempre su Resident Evil, sempre con quei personaggi, tutti realizzati in animazione CG, più spietata diretta e da exploitation, dunque verace).
Forse allora è proprio questo il segreto della longevità degli zombie infetti (che, diciamolo, sono tornati sullo schermo prima del revival dei morti viventi), il suo non essere completamente hardcore come gli equivalenti in CG, e nemmeno veramente da appassionati di cinema. I film di Resident Evil esistono in un limbo incastrato tra molti target e molte passioni, reso dinamico e animato da quella che forse è la più grande attrice sottovalutata del nostro tempo, l'unica nell'universo femminile a potersi permettere quello che invece è concesso a molti uomini: essere divina sullo schermo anche recitando male.

26.9.12

The five-year engagement (id., 2012)
di Nicholas Stoller

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Io giuro che non li capirò mai i titolisti. Perchè lasciare un titolo del genere in originale, uno dei pochi che può essere tradotto letteralmente usando le consuete parole "fidanzati", "amore" ecc. ecc.?? 
Ad ogni modo Jason Segel si sta gradualmente scavando una nicchia cinematografica attraverso la commedia romantica. Lanciato ufficialmente (al cinema sempre) dal I Muppet, ora con The five-year engagement cerca contemporaneamente la conferma in un genere più canonico e l'imposizione di un proprio standard comico e romantico al genere stesso.

Con idee comiche funzionanti e divertenti ma molto poco sentimento quando dovrebbe esserci, il film diretto da Nichola Stoller se non altro prova a criticare da dentro il genere matrimoniale, la pellicola che culmina con l'abito da sposa e che predica l'importanza del matrimonio.
Distruggendone (solo parzialmente!) la sacralità e la ritualità per ridurlo a qualcosa che in un certo senso va fatto, Stoller e Segel (che sceneggiano) ne affermano la componente castrante e il peso nefasto che può avere su alcuni, ovvero come non si adatti a chiunque e in fondo sia solo una convenzione. E sebbene alla fine tutto convoli a giuste nozze (ecco ve l'ho spoilerato....) non si respira il sapore del vero matrimonio ma quello di una riconciliazione che la cerimonia sancisce banalmente, ratifica soltanto come qualcosa che va fatto. Insomma nel rappresentarlo lo distruggono che è un po' il lavoro della comicità.

Non a caso il punto dell'arrivo di un nuovo comico a far quello che fanno anche gli altri dovrebbe essere proprio questo, riuscire a portare non solo qualcosa di diverso ma anche una visione personale e un po' più moderna e contemporanea sul contenuto trattato. The five-year engagement in un certo senso riesce ad avere un po' questo approccio. Senza esagerare e appoggiandosi ad alcuni momenti davvero divertenti, alla fine porta a casa un risultato che per tanti versi le molte leggerezze di sceneggiatura, le ridondanza e la classica noia verso tre quarti, potevano impedirgli di conquistare.

25.9.12

L'Era Glaciale 4 - La deriva dei continenti (Ice Age 4: Continental Drift, 2012)
di Steve Martino e Mike Thurmeier

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Un'intera saga spinta da un corto in stile Looney Toones. Ad ogni nuovo capitolo della serie L'Era Glaciale (ovvero più o meno ogni 3 anni) ci ricordiamo il perchè di questo continuo riproporre la serie di avventure di un gruppo che ad ogni film si arricchisce di membri e conferma il suo essere "famiglia": Scrat.
I segmenti del roditore che insegue la ghianda che non potrà mai possedere (come Wile Coyote non potrà mai prendere il Road Runner) costituiscono la parte più di successo e più paradossalmente nuova ed originale (nel suo non essere nè nuova nè originale) di una serie di cartoni che per il resto non fanno che riproporre parti dell'immaginario filmico già canonizzate.

Se l'episodio precedente era il cinema della scoperta e quello dei dinosauri (molto in voga negli anni '90), stavolta è il cinema dei pirati (molto in voga negli anni 2000) ad essere la cornice nella quale inserire l'ennesima avventura a sfondo familiare, nella quale cioè i protagonisti si confronteranno con i temi tipi del nucleo familiare.
Ghiande e diatribe con figli, assunzioni di responsabilità, distacco e indipendenza, comunicazione e affetto. In controtendenza a qualsiasi trend dell'animazione moderna L'era glaciale è la controriforma. Nemmeno la Dreamworks che nella lotta con la Pixar è sempre stata l'anima tradizionale, si spinge a tanto.

Come prevedibile al quarto film il meccanismo è oliato e le novità sono tante e contemporaneamente nessuna. Ci sono molti personaggi nuovi che coprono l'assenza di reali novità, confermando le solite dinamiche e le medesime gag.
Come in una serie animata tutto è portato avanti senza che nulla cambi, nuove avventure confermano ruoli, compiti e destini dei personaggi senza che niente muti o che nessuna nuova consapevolezza emerga. Ognuno è condannato a ripetere se stesso in una nuova iterazione del medesimo canovaccio.
Esattamente come Scrat, condannato per sempre ad inseguire la sua ghianda mentre intorno i continenti si separano e il ghiacchio si scioglie.

24.9.12

Una donna x la vita (2012)
di Maurizio Casagrande

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Per quanto possa sembrare paradossale il film più brutto della stagione è già qui. E' Una donna x la vita. Se dovesse arrivare qualcos'altro in grado di batterlo c'è da preoccuparsi. 
Fin dai titoli di testa, il cui lettering ricorda quello dei film di boldi (ma c'è uno studio unico che li cura tutti?), è chiaro cosa accadrà: 108 minuti di gag trite e banali, incollate da una trama essenziale  appoggiata sugli stereotipi che trattano il pubblico come un bambino, pretendendo che si diverta o che rimanga anche solo intrattenuto da mimiche facciali. 
Quel che invece è imprevedibile è quanto questo film sia incollato al suo protagonista/autore.

Maurizio Casagrande per il suo esordio alla regia punta su se stesso, si prevede in ogni inquadratura e non prevede scena che non lo abbia al centro. Con poco di scritto e molto di improvvisato nello stile del cabaret tradizionale Una donna x la vita, è la fiera dell'impreparazione, condita d'ambizioni senza nessun risultato. 
Vuole essere romantico, vuole sorprendere, vuole essere postmoderno citando altri film (con esiti che lasciano sbigottiti) e vuole dirsi in grado di amalgamare l'inamalgamabile senza fare alcuno sforzo per riuscirci davvero.

Perchè ciò che lascia stupiti e che costituisce la vera, imperdonabile e profonda bruttezza di questo film è il poco lavoro che fa su se stesso, cioè la maniera arrogante con la quale pretende che il film accada senza che qualcuno lo faccia accadere. Come dominato da un talento incontenibile Casagrande riprende diverse scene e non si impegna più di tanto ad organizzare una narrazione o curare le singole gag, come se tutto dovesse riuscire per estro, con la facilità di chi agisce in maniera innata.
Inevitabile che la risultante di tanta arroganza sia un film che già a 20 minuti dall'inizio dà l'impressione di essere alla sua seconda ora, che goffamente rotola e si dibatte tra la confusione generale per affermare concetti sentimentali tramite traversie da rete regionale.

I Knew Better - Reality

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Esce questa settimana Reality di Matteo Garrone, di cui qui già si è scritto. E' un film di Garrone, interessante e sorprendente per definizione e metodo, ma uno dei più mosci.

21.9.12

Il rosso e il blu (2012)
di Giuseppe Piccioni

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Poche cose raccontano bene cosa si intenda per "cinema italiano" nella sua accezione più media e mainstream come i film sulla scuola, genere che periodicamente viene riportato sullo schermo sia nella versione basso budget (La scuola è finita) che in quella alto budget (La scuola, Auguri Professore). Quasi sempre con risultati disastrosi.
Se Lucchetti era riuscito ad evitare la debacle di fatto non parlando effettivamente di scuola (se non per negazione o tramite qualche flashback) attraverso lo stratagemma dello scrutinio e del confronto tra diverse tipologie di adulti, forzando la mano sull'assurdo e il grottesco, gli altri film cadono tutti invariabilmente nella rete degli stereotipi, delle ripetizioni e della ruffianeria.

I ragazzi scapestrati ma amabili, i secchioni puntigliosi e i simpatici idioti, i professori inflessibili, cretini, disillusi, lievemente squilibrati e troppo affezionati agli studenti, un sistema in crollo, in cui i muri sono rovinati, le sedie mancano e tutto sembra prossimo al degrado finale, ad un passo dalla chiusura definitiva.
Non si sottrae allo schema Il rosso e il blu che alterna l'umorismo della disillusione scolastica e dell'apatia adolescenziale a quello lasciato alle singole interpretazioni (le faccette di Roberto Herlitzka), per il solito quadretto dolceamaro dove tutto è prevedibile e anche l'unico scarto interessante dalla solita routine (la risoluzione della storia con protagonista Scamarcio) non cambia il risultato, perchè si perde in mezzo al mare di consuetudini.

Il tratto peggiore di questi film e quindi di Il rosso e il blu è la più totale incapacità di parlare della realtà, quando questo è proprio ciò che intende fare. A fronte del proposito di dipingere lo stato reale delle cose (ragazzi autentici in ambienti autentici e interazioni solo di poco romanzate), il risultato è una trasfigurazione lievemente poetica e molto smussata per risultare ruffiana, amabile e in fondo dolceamara di quel che è l'idea di realtà dell'autore. E' addirittura falsissimo anche "il patata", caratterista romanesco scoperto da Pieraccioni che interpreta sempre il medesimo personaggio, solitamente portando una ventata di realismo con faccia, accento e fisicità. Eppure qui è falso anche lui.

Ma la vera evidenza del fatto la si ha nelle figure dei ragazzi, lontanissime da qualsiasi possibile realtà ma anche lontane dall'essere personaggi irreali e drammaturgicamente funzionali (che sarebbe un'alternativa più che accettabile). Presi nel mezzo tra una volontà di essere fedeli alla realtà e una di organizzare un racconto di finzione, il risultato è sempre una trasfigurazione idealistica anche nel pessimismo, dallo stucchevole buonismo di fondo e dalla più totale inconsistenza sentimentale.
Un film sulla scuola italiano.

20.9.12

Prometheus (id., 2012)
di Ridley Scott

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L'ansia e l'attesa intorno a questo film di Ridley Scott erano tali e tante che alla fine è riuscito a scontentare tutti. Eppure Prometheus è di gran lunga il miglior film di Scott da decenni a questa parte e anche un vero ritorno alla sua idea primigenia di fantascienza. Pur non avendo le qualità di scrittura di Blade Runner, l'asciutta semplicità di Alien o anche solo i collaboratori che avevano quei due film (Giger, Mead, Vangelis, Bilal ecc. ecc.) lo stesso questo nuovo film è centrato tutto sull'incredibile abilità del Ridley Scott di una volta di creare ambienti e usarli per la propria storia con lo stesso peso degli attori.

L'astronave che dà il nome al film, il pianeta visitato e infine la nave aliena sono tre setting che impariamo a conoscere subito nel film, le cui geometrie e i cui cunicoli sono continuamente ridefiniti per lavorare assieme alla storia verso il raggiungimento di quel misto di spinta verso la scoperta dell'ignoto e terrore di quel che si può effettivamente trovare.
Prometheus è un film dalle mille cadute di stile, costellato di dialoghi affrettati e dozzinali, che spesso non riesce a curare e costruire quel che vuole mostrare (come nella terribile sequenza dell'esultanza finale dei piloti), butta molta carne al fuoco e non la gestisce per nulla bene. Però ha indubbiamente una parte centrale, quella al cuore ultimo del film, tutta poggiata su Noomi Rapace, che racconta bene l'idea di Scott di un essere umano spinto da qualcosa di superiore verso la propria sopravvivenza, capace di operarsi da solo e indefesso nella propria corsa verso la salvezza.

Non ci sono novità in questo film, certo, l'ossatura è esattamente quella di Alien. Al millimetro. C'è tuttavia una senso di grandiosità e di epica fantascientifica che nei momenti migliori ricorda lo Scott originale e preso nel suo complesso, se ci si accosta con serena rassegnazione, può regalare qualche entusiasmo.

Raised by zombies

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La storia di Guy Collins e delle sue animazione è un patchwork di tante diverse fonti di ispirazioni, di molta buona volontà, di meme e infine di un ultimo passo di creatività.
Si tratta di uno youtuber diventato noto per la sue animazioni caratterizzate da uno stile minimalista ed essenziale, in bianco e nero ed estremamente semplici, il cui richiamo più diretto sembra essere l'ultrafamoso Simon's Cat. Come le striscie del gatto infatti anche quelle di Guy Collins hanno sempre uno sfondo bianco, nessun colore, nessuna parola e ampi tratti neri per delineare le figure, solo che a differenza di Simon's Cat la sua tecnica d'animazione è un po' più raffinata e spesso prevede ambienti 3D o pseudo tali.

Il canale comincia a raccogliere visualizzazioni quando Guy Collins dirige le sue animazioni dalle parti dei rage comics. Per un po' di tempo rende animati i rage comics più noti, ne crea versioni più estese, inserisce annotazioni difficili da trovare all'interno del video cliccando le quali si viene condotti a video segreti e gira sempre intorno ai meme della Rete. Insomma inventa poco ma si dà molto da fare. Animando adatta il fumetto all'audiovisivo e come firma utilizza dei cartelli da cinema muto per i dialoghi (fondamentali nelle strisce di rage comics) e una musica di piano honky tonk insospettabilmente adatta.

A questo punto, raggiunta una certa notorietà, Guy fa il salto di qualità con Raised by zombies, una webserie interamente creata da lui. Forse interamente è una parola un po' forte, però il modo in cui aggrega diverse idee provenienti da diverse forme di produzione culturale, in un prodotto unico, raggiunge livelli di originalità non diversi da prodotti interamente nuovi. Raised by zombies come dice il titolo è ambientato durante un'apocalisse zombie, lo scopriamo subito, all'inizio del primo episodio, quando il gabbiano che seguiamo volare nel cielo plana sopra una città in fiamme. Lì c'è una bambina, sola, probabilmente i genitori sono morti e dovrà vedersela in un mondo di zombie affamati. Ad aiutarla, gli animali.

19.9.12

Magic Mike (id., 2012)
di Steven Soderbergh

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Nessuno riesce ad aderire così pedissequamente alla figura e agli stilemi dell'autore, nel senso più pieno e classico del termine, senza averne però l'afflato e la capacità di raccontare un universo a partire da una storia come Steven Soderbergh. 
Con i suoi film ha indagato tutti i temi più tipici del cinema autoriale e anche negli exploit più commerciali ha sempre infilato in maniera sottile suggestioni, sulla carta, interessanti. Nella pratica però il cinema di Soderbergh, che le tendenze autoriali degli ultimi 20 anni le ha attraversate tutte, non è mai riuscito ad incidere realmente. Nonostante più d'un successo infatti i suoi film non sono mai stati capaci di operare quella riflessione o fare quel lavoro che si propongono di fare.

Non fa eccezione Magic Mike, ultima di molte ricognizioni sul corpo umano, realizzate a partire dagli attori protagonisti a cui vengono affidati ruoli emblematici (la porno star Sascha Grey come escort in The girlfriend experience, la martialist Gina Carano come agente segreto super addestrato in Knockout), in cui Channing Tatum, attore con doti di ballerino mostrate nei primi due film della serie Step Up, è uno spogliarellista di Tampa in cerca di un domani migliore.
Una storia in cui dovrebbe essere il fisico e la carnalità a guidare le idee e lo svolgimento, come sembra intuire anche dall'inizio (ancora una volta perfettamente autoriale) in cui la prima cosa che si vede è il protagonista interamente nudo da dietro. Eppure non è così.

Col procedere del film Magic Mike dimentica la sua vocazione e scivola lentamente nel banale. Lo spogliarellista Mike in cerca di redenzione, l'uomo che nel lavoro è ammirato da tutte le donne, non riesce a trovarne una per la vita, specie quella che vorrebbe e la sua discesa nella disperazione è raccontata, come si conviene, con l'ascesa di una nuova stella, un ragazzo promettente che lo stesso Mike ha instradato all'arte dello spogliarello. 
Un uomo che lavora con il fisico ma che non riesce a trovare un altro lavoro, nè ad ad affermarsi definitivamente. Impossibile non pensare a The Wrestler, un altro illustre perdente raccontato a partire dal suo fisico e dall'uso che ne fa per sopravvivere. Eppure in Soderbergh non c'è nemmeno una punta dell'onestà degli altri film sul tema. L'impressione è sempre quella che il regista (e sceneggiatore e direttore della fotografia) stia facendo tutto perchè sa bene che è così che si fa e non perchè realmente coinvolto da ciò che racconta. Al contrario degli altri autori veri Soderbergh non è il primo a nutrire interesse o terribile timore di ciò che mostra ma anzi sembra il primo a prenderne le distanze.

18.9.12

Candidato a sorpresa (The Campaign, 2012)
di Jay Roach

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Nonostante quel che recitino i credits Candidato a Sorpresa non è un film di Jay Roach (regista di Ti presento i miei e ancora prima dei tre Austin Powers) ma di Adam McKay, l'altra metà del duo McKay/Ferrell che ha dato vita ad un format preciso di film (la serie Anchroman, Ricky Bobby, Fratellastri a 40 anni, I poliziotti di riserva). Lo stesso duo che, negli ultimi anni, ha creato anche Funny or die.com nel quale è confluito Zach Galifianakis (prima dell'esplosione con Una notte da leoni) e da lì è diventato membro della squadra. A questo punto arriva Candidato a sorpresa, film prodotto da tutti e tre e diretto per l'appunto da Roach, le cui caratteristiche però non si ravvisano per nulla (se non nell'uso comico del ralenti). E' invece l'umorismo di Will Ferrell e la tendenza a costruire la parabola di sconfitta e risalita per un personaggio che, in un mondo di regole idiote, era un vincente, il vero tratto distintivo del film. Cioè il tratto McKay.

Detto questo lo scenario non è casuale. La volontà di fare satira delle banalità e della stupidità di molte consuetudini e luoghi comuni delle campagne elettorali è tanto evidente quanto il fatto che non si prenda mai davvero di petto la politica. E' infatti abbastanza chiaro, e molto stonato, il fatto che al centro di Candidato a sorpresa ci siano le campagne ma mai i partiti. Uno dei candidati è repubblicano e uno è democratico ma potrebbe essere il contrario e non perchè se ne afferma la sostanziale identità quanto perchè non ne vengono affrontate le caratteristiche specifiche.
Il film insomma smarca totalmente la vera satira politica (anche i riferimenti ai fratelli Motch, parodia dei fratelli Koch, che nella realtà finanziano il Tea Party, sono generici e poco attaccati all'attualità) e tratta la campagna elettorale come prima faceva con il mondo televisivo o quello delle corse o dei poliziotti: un microuniverso fatto di luoghi comuni e pratiche stabilite sulle quali costruire gag.

E non che le gag in questione non facciano ridere! Candidato a sorpresa è uno dei film più divertenti dell'ultimo periodo, anche grazie alla trovata di fondere in maniera efficace i caratteri tipici di Ferrell e Galifianakis (cosa che non accadeva invece con Robert Downey jr. in Parto col folle): lo stupido comico integrato nel sistema e quello totalmente outsider, il massimo del popolare con il massimo dell'impopolare, il pieno di sè contro l'insicuro a parità d'idiozia.
Gli unici momenti di vera comicità (cioè di risate che con il paradosso svelano una realtà) sono quelli dei discorsi e il finale alla caccia, il resto è materia da Funny Or Die.

8.9.12

Le previsioni per i premi di Venezia69

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Come ogni anno ci tengo a precisare l'assurdità di questa pratica contagiosa della previsione dei premi. Una cosa che non ha niente a che vedere con il cinema e tutto a che vedere con la capacità mia (e di altri ovviamente) di prevedere i gusti di una decina di persone che non conosciamo assolutamente ma di cui abbiamo letto o sentito qualche dichiarazione. Tutto influenzato da una valanga di voci di corridoio, leggende metropolitane, tweet di malati mentali, avvistamenti di registi rientrati al Lido, miraggi (stavolta più d'uno ha detto, seriamente, "è stato visto Malick rientrare a Venezia") e indiscrezioni micidiali (stavolta, lo voglio scrivere prima, c'è chi ha sentito il conte Volpi, quello della coppa, che dice di averne realizzata una in più).
Dunque io piazzo la mia scommessa anche quest'anno come ogni anno e me ne parto per Roma. Sarò in treno quando ci sarà la premiazione e tra una galleria e l'altra seguirò l'esito del mio vaticinio. 
Tra parentesi , come sempre, chi vorrei che vincesse.

Leone d’Oro 
Pietà di Kim Ki-Duk (E' stato il figlio)

Leoni d’argento 
GRAN PREMIO DELLA GIURIA
Après Mai di Olivier Assayas (Pieta)
PREMIO SPECIALE PER LA REGIA
The Master di Paul Thomas Anderson (The master)

Coppa Volpi 
MIGLIOR ATTORE
Joaquin Phoenix per The Master (Joaquin Phoenix)
Toni Servillo per E’ stato il figlio
MIGLIOR ATTRICE
Nora Aunor per Thy Womb (Nora Aunor)

Premio Osella 
MIGLIOR SCENEGGIATURA
Paradise: Glaube di Ulrich Seidl (Bella addormentata)
MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO
Hans Bruch Jr. per la fotografia di La cinquième saison
o in alternativa
Douglas Crise per il montaggio di Spring Breakers (la fotografia di Izmena)

Premio Marcello Mastroianni 
Hadas Yaron per Fill the void (Hadas Yaron)

Un giorno speciale (2012)
di Francesca Comencini

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
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Tutto quel che Un giorno speciale ha da dire sulla condizione umana di due ragazzi in questo momento storico è già stato digerito, è già parte della cultura condivisa, è conversazione da bar e luogo comune, ritornello instancabile e indiscutibile dei discorsi più facili e meno complessi di questi anni. La raccomandazione come espediente per trovare lavoro, lo sfruttamento del maschio potente e politico sulla giovane bella, il sottobosco di periferia che si vergogna delle proprie origini, la prepotenza dell'uomo sull'uomo, lo spettacolo come unica idea di successo nella vita, il conflitto di generazioni e classi acuito dal bisogno economico. 

In tutto questo si muovono due ragazzi consapevoli solo di quel che capita loro e agiti dagli eventi più che padroni del proprio destino, che non vanno più a scuola ma hanno scelto di servire il potere in maniere diverse (forse nemmeno troppo). Per raccontarli Francesca Comencini ricorre ad un misto di considerazioni d'alta classe sul resto della popolazione, snoberie intellettuali artificiosamente semplificate per essere plausibili in bocca ai due ragazzi e una messa in poesia a tutti i costi. Non c'è una briciola d'autenticità nei due personaggi che fanno il film, perchè il modo in cui sono guardati dall'autore è sempre dall'alto verso il basso (e lo dimostra il paragone con un altro film presentato a Venezia, dotato della stessa identica storia, ma senza facili morali o sguardo paternalistico: L'intervallo).

Per questo motivo i momenti migliori del film sembrano quelli in cui Francesca Comencini abbraccia in pieno i due protagonisti invece che renderli strumento di affermazioni di scarsa originalità. Sono le corse con rock adolescenziale, le piccole risacche di romanticismo e le più ingenue impennate di rabbia a dare a Un giorno speciale un po' di sincerità, a riportarlo in una dimensione che sembra adattarglisi meglio, quella del cinema romantico giovanile.
C'è la netta impressione che se tutto il film fosse stato più sul quel tono sarebbe riuscito a raggiungere con  efficacia maggiore quegli obiettivi che sembra inseguire vanamente con furore adulto.

Thy Womb (Sinapupunan, 2012)
di Brillante Mendoza

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

C'è una dote indiscussa nel cinema di Mendoza, il suo non fermarsi davanti a niente. In Thy womb si immerge in acqua, senza bearsene, per stare vicino ai protagonisti abbandonati in difficoltà in mezzo al mare e si muove con loro nelle strade o sulle palafitte non distogliendo lo sguardo nemmeno di fronte a due parti (reali).
Detto questo è quando comincia a guardare più il paesaggio dei personaggi, quando preferisce seguire piuttosto che raccontare che queste doti cominciano a venire meno. 

Thy womb è un film su una donna che fa la scelta più difficile in assoluto, cercare una nuova moglie per il proprio marito, poichè questi vorrebbe un figlio e lei non può darglielo. Quest'atto d'amore che dà il via ad una ricerca estenuante tra povertà e indifferenza è raccontato senza enfasi e senza artifici retorici ma in più momenti sconfina nella freddezza. Invece che essere minimalista Mendoza non racconta proprio, segue e documenta senza organizzare tutto in una costruzione di senso lenta ed inesorabile come, è evidente, dovrebbe essere il film. 
Elementi come dignità, forza e maestosità degli scenari sono più caratteristiche interne allo spettatore, pronto a ritrovarle al primo accenno dello stile e del genere di questo film, che vere doti del film.

Anche quando il grosso della storia, compressa negli ultimissimi minuti, viene raccontata e i pochi nodi vengono al pettine dandoci finalmente modo di vedere i contrasti che animano i personaggi, non si trova la soddisfazione attesa. In quei momenti si dovrebbero raccogliere i frutti seminati nel resto del film, l'emozione creata e maturata in 90 minuti e più. Ma non è così. Non stavolta.

7.9.12

Bellas Mariposas (2012)
di Salvatore Mereu

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ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
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Parco con i film, sottotono con le tematiche, sardo al cinema come nella vita e incredibilmente sottovalutato è Salvatore Mereu il cineasta italiano più sorprendente di questi anni. Dopo aver realizzato forse il miglior film mai girato in Sardegna (Sonetaula) insidia il proprio record con Bellas Mariposas, dall'omonimo libro di Sergio Azteni, andando a giocare la sua partita in un altro sport. Non più pastori e pecore (come dicono gli avversatori del cinema sardo) ma asfalto e telefonini, non più dramma ma commedia.

A S. Elia (periferia di Cagliari che non ha nulla da invidiare a Scampia) la protagonista vive in una famiglia in cui la sorella con figlio fa la prostituta, il fratello minorenne si fa di eroina, il fratello maggiorenne gira armato ed è pronto a sparare come niente, il padre non lavora da sempre e si masturba in bagno liberamente e ogni uomo raggiungibile dal suo campo visivo è una minaccia. Tutto questo, lungi dall'essere guardato con l'austera drammaticità (se non tragicità) che ci si aspetterebbe è raccontato con colori saturi, protagonista che parla con il pubblico e umorismo da feel good movie a profusione. Lo scenario più truce immaginabile raccontato con un sorriso di una sincerità disarmante, senza filo di falsità e smarcando di continuo il grottesco o il tragicomico.

Mereu rompe tutte le regole del racconto, per inseguire la narrazione anticonvenzionale del libro di Azteni e tradurla in un equivalente filmico. Per fare questo reinventa un linguaggio, spiazza, gioca con le regole, le rimescola e segue le sue protagoniste 12enni con un atteggiamento che non avevamo mai visto. Senza il rigore neorealista, senza la trasfigurazione dei luoghi e dei corpi di Garrone, senza lo smussamento di Virzì e senza nemmeno il grottesco felliniano. C'è un affetto nella loro spontaneità che ricorda Truffaut ma anche una spensieratezza nel racconto che è preso in prestito dal cinema più disimpegnato.
La libertà di messa in scena irregimentata dalla maestria fa sì che in Bellas Mariposas tutto sembri accadere quasi casualmente davanti alla macchina da presa e così facendo Mereu riesce nell'impresa più impensabile: ripensare il cinema partendo dalle caratteristiche tipicamente italiane (volti, corpi e luoghi autentici filtrati da un'interpretazione deformante) per trovare un modo nuovo di raccontare scenari che conosciamo o possiamo immaginare. Il film non fa il classico uso del comico per poter dire l'indicibile, ma reimmagina il tragico levandogli la sua forza per donarla alle protagoniste, che girano la città in autobus, vanno al mare, comprano gelati e prendono in giro tutti alla faccia di quello che vedono e sanno della propria vita. Non ignorano lo scenario che vivono nè fanno finta di non capirlo (anzi!), semplicemente scelgono di non appartenere nè ad esso nè alla sua tragicità.

The company you keep (id., 2012)
di Robert Redford

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

"Negli anni '60 sì che eravamo idealisti!" è da molti anni l'idea di fondo del cinema Redford e The company you keep non fa eccezione. Anche se il suo protagonista, che "30 anni prima era stato attivista", agisce ai giorni nostri (quindi quelle foto in bianco e nero di lui che manifesta con barbone e basettoni sono degli anni '80?!?).

Ma incongruenze a parte anche stavolta Robert Redford vuole raccontare di ideali messi alla prova, di coerenza e pervicacia e soprattutto vuole far agire personaggi dalla statura morale incrollabile. Lo è il suo, lo sono molti dei suoi sodali e lo è il giornalista d'inchiesta di Shia LaBouef. 
Per arrivare a parlare di come gli ideali debbano incontrare le contingenze di una vita e come il passare del tempo non necessariamente debba ucciderli, il film imbastisce una trama thriller molto canonica: un uomo accusato d'omicidio (per questioni politiche relative al gruppo, reale, Weathermen) che per 30 anni ha vissuto con un'altra identità viene scoperto e comincia a scappare per dimostrare la propria innocenza.

C'è tuttavia una forma malsana di moralismo negli ideali di ferro di Redford. Nel reporter che quando gli viene detto "Questo è off the records" spegne il registratore senza discutere e negli intervistati che, rischiando la carriera, si fidano ciecamente della cosa è compresa un'aspirazione al rigore che diventa maniera al limite del fantastico. Nel mondo di Redford le cose non vanno sempre come dovrebbero ma se capita comunque avviene senza compromettere la statura morale e l'incrollabilità dei personaggi. E se questo ha un suo fascino indubbio è anche vero che mal si presta al cinema di genere che di suo si ciba dei grigi, delle doppie morali e delle aberrazioni umane.

5.9.12

Spring breakers (id., 2012)
di Harmony Korine

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

Esiste una tendenza negli ultimi 20 anni alla rappresentazione del divertimento estremo. Un divertimento sempre uguale, sempre di massa e sempre omologato sugli elementi più commerciali, come se fosse determinato dall'alto, da chi deve vendere. E' una rappresentazione principalmente televisiva e principalmente catalizzata intorno all'Mtv culture e ciò che poi ne è derivato negli anni, ma spesso declinato anche al cinema. Soprattutto è una rappresentazione che precede l'esistenza stessa di questo divertimento, cioè le immagini dei giovani nelle spiagge che urlano con coktail in mano, musica al massimo e uno speaker e/o rapper (a seconda di luogo ed anno) che danno il tempo preesistono al loro effettivo realizzarsi nella realtà.

E dietro quest'idea che diventa esigenza ed aspirazione ad un divertimento estremo ed idealizzato (in tv e al cinema non esiste il brutto in queste aggregazioni, nella realtà sappiamo che è diverso) si cela moltissimo altro. 
Lo ha messo in scena perfettamente Project X, che dell'esigenza di party e della follia conseguente ha fatto metafora della rivoluzione per una generazione che non ha ideali se non un'idea vaga (ma forte!) di sballo (madonna che parola....). E lo mette in scena ora anche Spring Breakers, sottolineando l'estrema violenza di queste immagini.

E' proprio con esse infatti che il film si apre, con i ralenti che sembrano presi da una qualsiasi trasmissione televisiva al mare, solo estremizzati negli ammiccamenti sessuali, esagerati nella patina e resi impressionanti dalla lentezza. Cominciando a lavorare sul senso di quelle immagini e modificandone la percezione comune Harmony Korine dà il via ad un film su 4 ragazze che partono per le vacanze di primavera e finiscono per compiere un viaggio nel crimine e nella violenza. Da lì in poi tutto sarà all'insegna dell'uso degli strumenti e dei mezzi dell'intrattenimento di massa più facile per metterne in risalto l'incredibile violenza.
Ci sono scene di sparatorie con Britney Spears di sottofondo, girotondi con passamontagna rosa e fucili a pompa e le protagoniste sexy costantemente in bikini, piedi scalzi e performance lesbiche sono attrici diventate note per show e film su Disney Channel.
Il mondo del divertimento di massa esposto per la violenza che le sue immagini celano secondo Harmony Korine. 

Ma se l'idea è il massimo dell'interesse, la riuscita non sempre è all'altezza. Nella prima parte il film stenta ad ingranare, si innamora di sè più volte (la prima rapina ad esempio) e si dilunga con espedienti non sempre riusciti. Nella seconda invece, la spremuta di sangue e la determinazione con cui lo Spring Break diventa solo violenza, priva degli ammiccamenti glamour e della patina, solo bikini, pallottole e passamontagna rosa, giova al ritmo e si ha finalmente la sensazione che anche il film lavori per trovare quel senso che lo spettatore è pronto a leggere dall'inizio.

Bella Addormentata (2012)
di Marco Bellocchio

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
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Ci sono tre persone in bilico tra vita e morte: Eluana Englaro, che il padre vorrebbe lasciar morire ma una parte agguerrita dell'opinione pubblica e politica no; la figlia in coma vegetativo di una nota attrice cattolica, che il fratello vorrebbe lasciar morire e la madre tiene in vita tra rose, rosari e suore; una tossica che si è tagliata le vene e tenta di buttarsi di sotto appena può, che il medico che l'ha in cura in ospedale cerca di mantenere in vita. I personaggi delle seconde due storie seguono con apprensione le notizie televisive sull'esito della prima. In più c'è un politico della maggioranza, che in passato ha staccato la spina alla moglie malata in fase terminale su sua esplicita richiesta, che dovrà votare ma non intende seguire necessariamente le indicazioni del proprio partito, per questo motivo la figlia, cattolica, non gli rivolge la parola.
La chiesa come istituzione castrante e confinante, la malattia mentale dei propri familiari, un protagonista che vaga nel dubbio e la psicanalisi. Tutto le bellocchiate trovano posto attorno alla storia reale degli ultimi due giorni di vita di Eluana Englaro.

Una volta tanto è importante riassumere il quadro degli eventi che animano il film, perchè il gioco di rimandi tra le parti in causa (chi vuole mantenere in vita a tutti i costi e chi invece desidera lasciar morire) è la parte ideologicamente migliore di Bella addormentata, la più complessa e meno scontata. Bellocchio parteggia per la libertà di scelta e lascia che questo emerga nella storia che meno ti attendi, facendo sì che a battercisi contro sia chi vorrebbe staccare la spina e non chi la vuole mantenere attaccata.
Purtroppo è solo in questo caso che la complessità prevale sulla semplicità, perchè il resto Bella addormentata gira dalle parti del prevedibile con punte di populismo quando ad essere trattato è il tema della politica. Era il tranello più grande di un film su un caso simile, così determinato ad essere a tesi e Bellocchio non l'ha evitato, anzi l'ha cavalcato. Il risultato è un film che consola chi la pensa in un certo modo mentre la speranza era che potesse fare il lavoro del cinema: smuovere tutti dalle proprie certezze, a prescindere da quali siano.

Eppure esiste un'altra dimensione di Bella addormentata, prettamente visiva, di ragionamento sulle immagini, capace di toccare vette di straordinaria maestria e inedita riflessione. Il modo in cui è rappresentato il parlamento (sempre attraverso dei monitor, presenti ovunque in maniera ossessiva), la maniera in cui sono mostrate le sue discussioni e la figura del politico Servillo, che si muove con il dubbio, l'incertezza e da un momento in poi la ferma volontà sovversiva del Castellitto di L'ora di religione, riescono a suggerire più di tutto il film. Quando i parlamentari escono dall'aula, li si vede sulla porta e dietro di loro l'aula in questione è un telo su cui è proiettata un'immagine gigante (video) del parlamento. Nelle terme buie si consumano esilaranti confessioni dei politici ansiosi e malati (avvolti in asciugamani che li avvicinano ad antichi romani) ad uno tra i più anziani di loro, che è anche psichiatra.

Bellocchio è davvero l'unico in Italia oggi a riflettere sul senso delle immagini che vediamo ogni giorno attraverso la manipolazione che fa di queste nelle sue di immagini. In quel capolavoro di Vincere, nella chiesa adattata ad ospedale faceva appendere un telone in alto davanti all'altare su cui è proiettato un altro crocefisso, quello di un film muto. Qui più della politica gli interessa il modo in cui la percepiamo, cioè in video, e se i discorsi sulla povertà d'animo dei politici cavalcano con poca fantasia quel che molti amano pensare, le intuizioni di grottesco suggerite con la fotografia di Daniele Ciprì sono divine e in grado di aprire nuovi orizzonti di senso sul più trito degli argomenti, ovvero la politica dello spettacolo e della rappresentazione.

4.9.12

Disconnect (id., 2012)
di Henry Alex Rubin

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Partendo da un presupposto contenuto nel titolo stesso del film, ovvero che l'invadenza della comunicazione mediata dalla tecnologia sta prosciugando le nostre vite della più autentica forma di contatto umano, quella della compresenza fisica, Disconnect imbastisce un racconto di 4 storie collegate blandamente dalla comparsata di qualche personaggio dell'una nell'altra e narrate in forma intrecciata. Lo schema, in povero, inaugurato da Magnolia e già impoverito da Crash.

Non solo Henry Alex Rubin gira un film debole sul piano della sceneggiatura, lungo come pochi e incapace di regalare momenti di autentica partecipazione, ma lo stesso ha l'arroganza di esaurire un tema senza davvero affrontarlo con completezza.
Le storie riguardano drammi eterni che preesistono la tecnologia. Il bullismo finito male, un lutto che separa una coppia, lo sfruttamento dei media sui personaggi delle loro storie e via dicendo. Amarezze che oggi sono veicolate da internet (perchè tutti i drammi nella storia passano attraverso la tecnologia) e che trovano sublimazione nel mondo reale.

Il luddismo incredibile dello spunto impedisce in ogni momento al film di rappresentare anche l'altro lato della medaglia con onestà, ovvero la capacità che la tecnologia contemporanea, e in particolare quella che più lavora sull'ambito delle relazioni, ha di mettere in connessione in maniera nuova e diversa le persone.
Nel suo film corale il regista intreccia personaggi creando i presupposti per la sua critica, cioè prevedendo sempre una tecnologia che è strumento di male e mai strumento di bene. Mette in scena personaggi che usano i nuovi media o i social network per fini malevoli e poi intitola il film Disconnect. Il massimo della cattiva fede realizzato con il massimo delle ambizioni (addirittura un ralenti che intreccia un momento di violenza contemporaneo di tutte le storie) e il minimo degli esiti.

Pietà (Pieta, 2012)
di Kim Ki-Duk

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Ci ha spezzato il cuore come pochi dopo averci fatto innamorare tutti con una serie di film in crescendo culminati in quello che oggi, a circa 8 anni di distanza, è uno dei film più amati del decennio: Ferro 3, forse il film asiatico degli anni 2000 più conosciuto nel nostro paese. Ora, dopo un empasse creativo che non ha nascosto, Kim Ki-Duk torna alla produzione più canonica, torna alla violenza estrema ed efferata per parlare della purezza dei sentimenti e torna al suo cinema fatto di comunicazione priva di parole e del tentativo dichiarato e programmatico di fare poesia.

In questo senso Pietà è uno dei suoi esperimenti più convincenti degli ultimi 8 anni, il primo ad essere contaminato da una buona dose di ironia e uno dei più chiari nelle intenzioni. La storia è quella di un esattore, un castigamatti con la passione per le ossa rotte anche quando non è necessario, che un giorno vede ricomparire nella sua vita la madre che non ha mai conosciuto e che credeva l'avesse abbandonato. Lei non è meno violenta di lui e sembra desiderosa di ristabilire un legame profondo.

Con meno simbolismo ma la medesima rarefazione Kim Ki-Duk parte dalla volontà di filmare un quartiere derelitto e poverissimo, dove ha lavorato tra i 15 e i 20 anni come operaio, che è stato al centro dello sviluppo tecnologico odierno della Corea Del Sud e che tra poco scomparirà schiacciato dai grattacieli mentre per il momento è schiacciato dalla povertà. Acciaio, presse, torni e debiti a non finire sfociano in mutilazioni e ossa rotte. 
La violenza difficile da digerire di Kim Ki-Duk torna ad essere propedeutica alla purificazione (in maniera non dissimile da quanto accadeva in L'isola) e porta con sè i momenti del suo miglior cinema, come se non sapesse parlare dei temi più alti e positivi senza la violenza più nera perpetrata con il tono più compassato possibile.
Non è il miglior Kim Ki-Duk, sia chiaro, ma quello che ci piacerebbe vedere più spesso di sicuro.

La nave dolce (2012)
di Daniele Vicari

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Provare a leggere e poi raccontare la storia recente è un'operazione difficilissima che presta il fianco a moltissimi vizi del documentarismo e della parzialità politica. Invece con La nave dolce e prima ancora con Diaz, Daniele Vicari prova a parlare del quasi presente con la chiave di lettura della guerra interna, ovvero studiando e raccontando quegli eventi che hanno visto una frattura tra cittadini e governo, alla luce di un'idea di stato controllore. Dunque raccontare partendo da una tesi, ma dichiarandola come una visione più generale dell'andamento di un paese.

L'incredibile storia della nave Vlora che partì da Durazzo per arrivare a Bari nel 1991, piena come non mai, dalla poppa alla prua fino alla cima dei pennoni, e del più grande respingimento di massa della storia del nostro paese, è ricostruita da albanesi che ora vivono in Italia, alcuni a seguito di quell'ondata, altri respinti e poi rientrati. L'immagine che ne esce è prima quella, incredibile, dell'Albania dell'epoca, mostrata in immagini di repertorio che per bianco e nero, tecnologia e riprese la fanno sembrare la Russia degli anni '20, e poi quella della più impreparata e impossibile delle accoglienze a metà tra morbidezza dei locali e durezza del governo.

Vicari racconta cronologicamente il viaggio e poi la permanenza nello stadio, con la partecipazione ruffiana del caso ma anche con una ricerca sul sonoro che fa il paio con quella di Diaz. Oltre alle immagini di repertorio, le interviste ai protagonisti sono spesso accompagnate da vaghi rumori di ciò che raccontano. Lo sciabordio delle acque come i rumori dei tumulti. Tutto artificio, tutta finzione che contamina il racconto reale e contribuisce a creare una "messa in scena" che si allontana dal documentario per dargli una prospettiva narrativa da film. Il massimo del reale (cioè i ricordi) raccontato come fosse il massimo del finzionale.

3.9.12

The Iceman (id., 2012)
di Ariel Vromen

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Ci sono di film che hanno la proprietà di scomparire dai tuoi ricordi il secondo dopo che esci dalla sala. Anche se ti hanno intrattenuto, anche se erano scorrevoli, anche se avevano una trama sensata e non noiosa. The iceman è uno di questi. E se te li dimentichi e non ti va di ripensarci figuriamoci quanto ti va di scriverne. Non vorresti mai doverci ritornare sopra e tirarne fuori qualcosa di sensato (positivo o negativo che sia) e questa tensione arriva a metterti di fronte a questioni di principio sulle decisioni prese prima del festival.

La storia (tratta da un fatto vero) di un killer della mala finito male perchè troppo attaccato alla famiglia è narrata con il piglio da poliziesco straniato che già si era visto in Killing them softly, anche se l'autore stavolta è Ariel Vromen. E quindi con Killing them softly poco centra. E anche questo riferimento è inutile.
Del film rimangono impresse le rughe degli attori, illuminate in modo da metterne in evidenza i solchi e i chiariscuri che disegnano sui volti di Michael Shannon, Ray Liotta e Robert Davi. Un film pieno di rughe.
Rimangono impressi i camuffamenti che non sono tali, cioè il trucco di personaggi come quello di David Schwimmer, che sembra stia per entrare in uno sketch anni '70 del Saturday Night Live, e poi il modo in cui le ellissi di anno in anno e il mutare della moda per suggerire il passare del tempo ricordino Quei bravi ragazzi.

Ecco molto altro non c'è e se uno dovesse scrivere una recensione di The iceman, uno che ne avesse la voglia, si troverebbe a dover girare intorno a questi elementi, al chiudersi di Michael Shannon nel personaggio dello psicopatico e magari anche un vago ragionamento sul poliziesco americano che cambia forma. Forse.
Se va a premi mi dimetto.

Outrage Beyond (Autoreiji: Biyondo, 2012)
di Takeshi Kitano

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E' con una continuità stilistica fortissima che Takeshi Kitano porta avanti il suo film precedente, Outrage, con questo Outrage Beyond. Se ne ritrova la sequela omicida montata con incredibile freddezza, l'insistenza sugli intrighi della yakuza guardati come fossero dinamiche aziendali, ritorna anche il trapano e ritornano i mignoli staccati. Beat Takeshi pure è sempre lui, silenzioso e spietato, arrogante e sbrigativo.
Anche in Outrage Beyond si ride dell'umorismo improvviso e si salta alle consuete esplosioni di violenza. Ad essere precisi forse questo secondo film riesce a trovare uno sguardo sulla mala giapponese che, seppure lontanissimo da quello sognante e delirante dei primi anni, ha una sua personalità e una suo fascino.

Ad essere grossolani invece Outrage Beyond non si allontana troppo dalla china discendente del miglior Takeshi Kitano. Dopo tre film deludenti che avevano al centro proprio la mancanza di ispirazione e un ritorno allo yakuza movie, di nuovo un altro film in cui c'è tutto Kitano ma senza sale. Una storia di tradimenti e vendette, di amarezze e solitudine che non ha mai la forza eversiva del Kitano più spiazzante e nemmeno un'idea diversa e nuova sui suoi racconti.

Come pochi Takeshi Kitano è riuscito a creare una maschera unica: la propria, fondata su un volto dall'espressività immobile eppur comunicativo, su eccessi di violenza grotteschi e su una capacità di piegare sempre il medesimo genere, quello dei gangster, a qualsiasi improvvisa ispirazione (oggi più che altro comica, una volta anche drammatica, filosofica e goliardica).
Questa maschera per definizione non perde di senso, ogni volta che Beat Takeshi è in scena è una meraviglia, tutto sembra tornare ad avere senso, ma l'impressione dopo un po' è che si tratti di un rumore di fondo originato 15 anni fa, che si rida o si provi interesse per idee e trovate che stanno nei ricordi e che lo schermo ricorda come in una madeleine.

To the wonder (id., 2012)
di Terrence Malick

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La grazia e brutalità, i due istinti fondamentali intorno ai quali Tree of life faceva scorrere la genesi del pianeta, della vita stessa e in particolare anche le esistenze della famiglia protagonista, sono  la dialettica che anima il rapporto della coppia di To the wonder. La ricerca di sentimenti da vivere e di un profondo, è contrapposta alla brutalità della gelosia, del tradimento e del modo di gestire i rapporti. La materialità che contrasta con la spiritualità ovviamente, l'assoluto con il contingente. In mezzo c'è tutto il pianeta, non solo gli uomini, come sempre in Malick.

Grazie ad una fotografia ricalcata sul modello originale da Lubetzki To the wonder rassomiglia molto a Tree of life e voce vuole che molto del materiale appartenga allo "scartato" del secondo. Si tratta ovviamente di scartato eccezionale (e altro ce n'è, visto che Michael Sheen e Rachel Weisz non sono presenti), perchè come al solito Malick mostra gli elementi del pianeta con la medesima centralità e concentrazione con la quale mostra gli esseri umani. Un filo d'erba come una persona, un raggio di luce sull'acqua come un'espressione facciale, la marea che lentamente conquista ogni avvallamento del terreno sabbioso come un balletto.
Il racconto procede come sempre con dialoghi o fuori campo o in controcampo, raramente Malick inquadra chi parla, il suo sguardo sembra arrivare poco prima o poco dopo quel che si sente in un continuo ipotetico fuori sincrono, allo stesso modo in cui spesso, nel mostrare una scena, la macchina da presa si lascia incuriosire più dagli elementi naturali che dagli attori.

In più il passo lento malickiano stavoltasi arricchisce di una pluralità di lingue al centro della quale c'è più il francese che l'inglese, dialoga con il sacro attraverso il prete di Javier Bardem, che nella sua ansia per il silenzio e l'assenza di Dio dalle questioni materiali sembra replicare la dialettica grazia/brutalità della coppia.
Il risultato è un film delicatissimo, un dramma romantico di inarrivabile tenerezza, nel quale si ritrovano i giardini razionalizzati del finale di Brand New World e i campi di grano al tramonto di I giorni del cielo e in cui la ripetizione e l'ossessione naturalista invece che volare altissimo cercano di scendere incontro alle vicende delle persone, questo lo rende meno clamoroso, audace e totalizzante di Tree of life, ma in un certo qual senso appare come un'indispensabile seguito che lo completa (se mai ce ne fosse stato bisogno).

2.9.12

Pinocchio (2012)
di Enzo D'alò

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La visione che Enzo D'Alò ha del cinema d'animazione è un misto di disegno dalle linee essenziali e sceneggiatura al limite del didascalico che sembra indirizzata a bambini degli anni '30 per tono, dialoghi e paternalismo. E' insomma un oggetto decisamente fuori dal tempo, totalmente diverso dall'animazione più commerciale (che guarda tantissimo al pubblico adulto) ma anche diverso dal classico disneiano degli ultimi 50 anni, che tratta i bambini come piccoli adulti non come grandi neonati.

Pinocchio non fa eccezione in questo senso. Riprendendo quasi alla lettera il libro di Collodi (più che altro l'inizio, la fine e gli episodi più noti nel mezzo), D'Alò elimina tutte le asperità tipiche di un testo per l'infanzia ottocentesco (morti, ammazzamenti, tombe, tragedie e melodrammi spinti) e, invece che sostituire ai picchi di Collodi i propri (come faceva Disney), preferisce spuntarne le armi. Il risultato è una storia compressa che però non è mai rapida nel suo svolgimento ed è funestata di continuo da un tono fasullo e paternalista.

Stavolta è allora il reparto grafico a stupire. Alle matite c'è un team capitanato da Lorenzo Mattotti responsabile di character design, sfondi e invenzioni grafiche di prim'ordine che in certi momenti sembrano lottare in contrasto con il narrato. E' Mattotti a portare le uniche punte di dramma (con le scelte cromatiche e i suoi sfondi geometrici) anche quando la storia sembra annullarle, è lui a creare personaggi dai denti affilati e dai musi lunghi anche se hanno voci totalmente inadeguate.
Alla fine però quel che rimane è un'idea vaga dell'anarchismo del testo di Collodi (sono presenti episodi come la grazia negata per troppa innocenza, i gendarmi o il giudice scimmione), un impianto visivo dalla grazia e dai riferimenti mostruosi (tra i molti ci finiscono dentro anche Fritz Lang e De Chirico) per una sceneggiatura e uno svolgimento sostanzialmente incolori.

At any price (id, 2012)
di Ramin Bahrani

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

Sta in questo film diretto da un americano dai genitori iraniani la miglior scena con inno nazionale statunitense che abbia mai visto. Ambigua, potente e commovente, sia per quel che significa l'inno sia per quel che dice delle persone che lo cantano, una perla. 
Forse è vero quel che disse Gabriele Muccino all'epoca di La ricerca della felicità, ovvero che il sogno americano può essere raccontato meglio da chi non è americano o, in questo caso, da qualcuno la cui cultura non è interamente statunitense.

E da quell'inno, che arriva a metà film, si ricostruisce concentricamente una storia che tratta di una famiglia di contadini moderni, proprietari terrieri di media grandezza, gestori di campi altrui in appalto, insomma alto borghesi profondamente americani, tutto culto del lavoro e del successo. 
At any price è la cronaca del disfarsi di questa famiglia in un momento preciso, quando il padre instancabile lottatore si rende conto che un figlio l'ha abbandonato per non tornare più e l'altro farebbe qualsiasi cosa pur di non seguire le sue orme e non essere come lui.
Non solo, lentamente anche l'ombra delle conquiste di inizio film si rivolgono contro la stabilità del nucleo familiare fino al più classico dei finali in tragedia, in cui prende forma quell'alone di morte ineluttabile che prima era solo nell'aria.

Senza esagerare in originalità ma con una profonda consapevolezza di come mettere in scena gli ampi spazi statunitensi e del rapporto culturale che esiste tra lavoro della terra e mentalità americocentrica, Bahrani prova a mettere in questione tutto senza attaccarlo, riflette sui limiti, i confini e le contraddizioni di uno stile di vita senza proporre alternative o prenderlo di mira esplicitamente ma solo lasciando che le immagini suggeriscano il classico hollywoodiano e la storia mostri il marcio contemporaneo.

1.9.12

Winter of discontent (El sheita elli fat, 2012)
di Ibrahim El Batout

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"Ormai l’inverno del nostro scontento/s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York" così si apre Riccardo III di Shakespeare e questa è la chiave di lettura suggerita sugli eventi romanzati dal film ovvero quelli della primavera araba.
Un attivista e una donna che lavora alle news di regime vivono, vengono maltrattati e cambiano idee sullo sfondo dei moti del 2011.

Showcase di maltrattamenti (nemmeno troppo atroci) che si subivano in Egitto sotto Mubarak e riassuntino sulla rivoluzione trattato con i toni dell'indiscutibilità, utilizzando solo personaggi manichei, che al massimo possono passare dal massimo di un'idea al massimo dell'altra, il film di Ibrahim El Batout si appoggia a tutto quello già visto in materia di cinema rivoluzionario e lo fa nella maniera peggiore.

Totalmente privo di prospettiva storica, di idee originali su come raccontare, di interpretazione dei fatti che non sia esaltazione e di voglia di fare un racconto vero, Winter of discontent è propaganda senza stile. E poco importa che ciò che è propagandato sia condivisibile, poco importa di condividere le idee dell'autore. Il film è brutto. Tanto.

Cherchez Hortense (id., 2012)
di Pascal Bonitzer

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Hortense è il cognome di un potente funzionario dell'immigrazione che il protagonista ha promesso di raggiungere (tramite suo padre, anch'egli molto ben inserito all'interno del palazzo governativo) per aiutare l'amica di un'amica, straniera illegale, a rimanere in Francia. Peccato che prima il padre poi lo stesso Hortense non siano così facili da avvicinare e che in mezzo ci si metta una crisi coniugale e una ragazza le cui intenzioni sono poco chiare.

Commediola rapida dall'umorismo poco convenzionale ma non sempre efficace, Cherchez Hortense prende il tema dell'immigrazione e la distanza tra stato a cittadini alla lettera, mettendo in scena l'impossibilità di trattare, parlare, agire e fare qualcosa, anche tramite sotterfugio. Al centro lascia agire un uomo qualsiasi, mediamente fanfarone, con moglie regista teatrale e figlio arguto con occhiali.

Sebbene sia innegabile che Bonitzer vanti una scrittura fluida e una capacità di raccontare i sentimenti molto peculiare, tutta ellissi e lentissima costruzione fuoricampo (ma che efficacia!), è anche è impossibile non notare come Cherchez Hortense manchi regolarmente l'appuntamento con le aspirazioni, rimanendo sempre quel che vorrebbe solo fingere di essere: un filmetto.

E' stato il figlio (2012)
di Daniele Ciprì

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E' stato il figlio parla di come una fortuna inaspettata, figlia di una tragedia, rovini una famiglia che vuole usarla per arrivare all'agognato benessere materiale. Storiaccia di periferia e mafia, di velleità e consumismo che si alimenta prima e termina poi nel sangue, una dramma nerissimo raccontato con un senso del grottesco degno della miglior commedia spensierata, una versione acquietata dell'umorismo esagerato, teatrale e a tratti surreale che Ciprì ha affinato negli anni di collaborazione con Maresco. Si potrebbe quasi dire che il primo film da regista di Ciprì è una versione for the masses delle più audaci opere precedenti. Non per questo però è meno efficace.

Nella periferia degradata di Palermo E' stato i figlio ci arriva prima con le immagini e poi con la storia. La racconta con i frontali dei palazzi verso i quali si avviano i protagonisti, con dettagli dei cortili, delle finestre a cui si affacciano le signore e con l'umido dei corpi sempre sudati. Sono luoghi terribili guardati però con un amore infinito, in cui personaggi adorabili compiono scelte agghiaccianti.
Con meno grandiosità che in passato ma con una precisione e inventiva che non hanno niente da invidiare a quanto già visto Daniele Ciprì ovviamente fotografa da solo il suo film da regista, componendo le inquadrature come scatti di gruppo e di continuo badando al modo in cui i personaggi abitano i luoghi in cui sono inseriti. Da questo, e da un montaggio al suo servizio, viene buona parte della grandezza del suo umorismo, dagli uffici grandi abitati da figure potenti incarnate da nani con voce stridula, dai carrelli ad allontanarsi da finestre che danno sulla ferrovia e da incredibili strettoie senza luce in cui ci si incontra come in un western.

E mentre Servillo servilleggia a briglia sciolta (una volta tanto non per eccesso di esuberanza ma in armonia con tutto un cast caricaturale in cui ha il compito di fare, magnificamente, la lepre), lentamente si fanno strada i caratteri secondari, personaggi più semplici e meno complessi del padre di famiglia piccolissimo borghese, attaccato ai beni materiali e iracondo, ma decisivi per un finale in cui non c'è niente da ridere, che svela un villain clamoroso sia della storia che, per estensione, di un tutto un sistema che domina il paesaggio raccontato.

Bad25 (id., 2012)
di Spike Lee

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
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Quello che si sapeva quando è stato annunciato il documentario sui 25 anni dalla prima uscita dell'album Bad è che sarebbe stata un'operazione commerciale, un racconto magnificato fatto da chi ha editato il disco allora e lo riedita adesso. Ma quel che si è capito quando è stato annunciato che la regia l'avrebbe curata Spike Lee, è che non sarebbe stato solo un documentario su un disco. E così è.

Benchè contenutisticamente Bad25 si attenga al racconto della genesi delle canzoni dell'album (affrontate una per una, nell'ordine del disco) e di tutto quel che accadde a Michael Jackson e ai molti altri intervistati che presero parte all'impresa in quei mesi, formalmente Spike Lee riesce a suggerire molto di più. Per arrivare a parlare della musica passa per il video che poi equivale a dire, per la sua percezione di Michael Jackson, ovvero quella di una persona che di lavoro fa il regista.
Accanto alle canzoni i loro videoclip, le immagini promozionali, le foto e il tentativo attraverso di esse di ridefinire e "aggiustare" l'identità di una star della cultura afroamericana, che proprio per l'identità era diventato in quegli anni l'oggetto del desiderio di tutti i media.

Spike Lee sceglie di non trattare nulla di quanto siamo abituati a sentire e dire su Jackson. Nel bene e nel male. Si fa ammaliare dai racconti di Martin Scorsese riguardo il cortometraggio da lui girato nel quale è contenuto il videoclip di Bad, insegue le scelte visive imposte da Jackson stesso agli altri registi, fa domande sui rapporti con le attrici. E mentre fa tutto questo gli altri raccontano la musica, le improvvisazioni e l'attenzione maniacale riservata ad ogni nota del disco.
Quel che ne esce è il ritratto della costruzione di un oggetto mitico (il disco), proprio come promesso dai presupposti produttivi del documentario, mentre quel che passa sottotono (e forse per questo in maniera anche più decisiva) è una visione anticonvenzionale sul primo divo della musica ad utilizzare l'audiovisivo per la propria affermazione identitaria e quanto questo abbia cambiato il corso della cultura afroamericana.

The Master (id., 2012)
di Paul Thomas Anderson

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
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C'è tutto Paul Thomas Anderson nell'incredibile sforzo che i due personaggi al centro di The Master (per l'appunto il maestro e l'allievo) fanno per costruirsi l'identità che vogliono ed esserne all'altezza. Da una parte lo scienziato del paranormale, l'indagatore dell'animo umano con mezzi poco convenzionali, l'innovatore, seguito, amato e idolatrato da un gruppo che è come una famiglia (cioè una setta) e magari anche riconosciuto dalla comunità scientifica, dall'altra il reduce di guerra un po' scemo, molto traumatizzato e con problemi di aggressività in cerca di pace, sicurezza e riparo.

Come in tutti i film del regista di Magnolia la lotta che anima la storia è tutta interna a dei personaggi che cercano disperatamente di diventare quel che desiderano, di raggiungere degli obiettivi che hanno a che vedere con la conquista di uno status o la ridefinizione (in meglio) della propria identità. Non a caso quest'ideale si nutre di interpretazioni memorabili su personaggi costruiti in ogni dettaglio. In The Master si tocca un nuovo vertice in questo senso. Hoffman è immenso nel suo lavorare con il contagocce per distillare il carisma infinito di una figura debole, mentre Joaquin Phoenix, vero maratoneta, esagera con controllo e usa tutto il corpo, anche la schiena e la postura nel piano d'ascolto, per diventare l'immagine stessa dell'insicurezza violenta.

Con uno stile visivo magnifico e opulento e un'organizzazione del racconto (prologo, crescita e showdown finale) entrambe ricalcate sul modello di Il Petroliere, Anderson stavolta mette in scena un'amicizia, che è un rapporto di dipendenza sentimentale fortissimo, usando i mezzi dell'epica. Benchè non sia mai nominata, dietro i personaggi c'è sempre la grande storia e davanti a loro i grandi spazi. Tutto è immenso in questa storia in cui due figure cercano un rapporto basato su presupposti di potere dell'uno sull'altro e di fiducia cieca dell'altro sull'uno. E' una relazione che comincia squilibrata e sempre di più trova un equilibrio che sorprendentemente i protagonisti stessi faranno una commovente fatica ad abbandonare. E quest'inaspettata emotività è forse il pregio maggiore del film e contemporaneamente ciò che mancava a Il Petroliere.

Per fare tutto ciò Anderson allunga i tempi forse anche oltre quanto si sarebbe dovuto, e gira un film con un passo volutamente più lento rispetto al suo solito (il classico ritmo scandito da una fusione di rumori e score andersoniano compare in pochi punti) ma anche dotato di una dolcezza che non siamo abituati a trovare in lui.
Più di tutto però si affida ad una fotografia ed un impatto visivo potentissimi, ovviamente amplificati (anche solo idealmente, visto che non tutti lo vedranno nel formato giusto) dall'uso della pellicola 70mm, trionfo dell'alta definizione prima dell'arrivo del digitale ed oggi (se vista proiettata nella sua forma originale) incredibilmente simile al livello di colore, dettaglio e profondità raggiunto dal digitale più evoluto.
The Master dunque è un film che se guardato nel dettaglio offre infiniti spunti di gioia e trovate esaltanti, mentre visto nel complesso è di una semplicità inusuale, simile a quella di Ubriaco d'amore, di quelle che per fare breccia hanno bisogno di sedimentare per un po' dentro lo spettatore.