30.4.09

Trasparenze alla guida

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Ma sono tornate di moda?
Ormai non è più un caso, non solo noi ma anche e soprattutto gli americani hanno ricominciato ad usare le trasparenze (digitali) per i fondali anche nelle scene in macchina, cosa che non si vedeva da decenni. E alla fine benchè migliori, più armoniche e adattate alla scena di quelle in bianco e nero retroproiettate, l'effetto straniante non è troppo diverso.
Non so ancora se la cosa mi piace o no...

Valérie - Diario di una Ninfomane (Diario de una ninfómana, 2008)
di Christian Molina

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Come capita spesso per i film accusati di "essere lesivi della morale" ci si trova di fronte ad uno dei film meno trasgressivi mai visti. Ma davvero.
Non solo è noiosissimo, ma non è nemmeno un film che riesce a mettere in dubbio le nostre certezze morali sui ruoli, sugli obblighi e sulla morale sessuale. Valerié, Diario Di Una Ninfomane dovrebbe liberare una volta per tutte la donna da una dimensione di castrazione sessuale ampliando le sue possibilità e nobilitando una vita di piaceri sessuali. Dovrebbe in questo senso shockare la morale vigente.
Ma come si può rimanere shockati da un film la cui linea di pensiero di fondo (esplicitamente citata) è "Se un uomo va con mille donne è un macho, se una donna fa lo stesso è una donna da poco". No sul serio, come posso essere messo in crisi da una simile base teorica?
Sorvolo poi sulla presunta trasgressività delle scene di sesso, talmente audaci da aver ricevuto il divieto ai minori di 14 anni. Manco a quelli di 18 sono riusciti ad arrivare!

29.4.09

Che (2008)
di Steven Soderbergh

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Il Che di Soderbergh è un film noioso. Anche se arriva diviso in due parti fa lo stesso. Sono noise entrambe le parti a modo loro. Anche perchè si tratta di un film unico che solo per esigenze di distribuzione (e solo in alcuni paesi) è stato diviso in due, certo la speranza di avere un finale tirato però c'era lo stesso.

La prima parte è centrata sulla rivoluzione cubana mentre la seconda è tutta sull'esperienza boliviana e insieme dipingono una specie di trattato esteso sul concetto di rivoluzione, su quelle riuscite e quelle fallite, quindi su come riescono e come falliscono. La cosa è resa ancor più chiara dalla grande "verbosità" del Che riguardo le sue teorie.

Che - Guerriglia come dice il titolo stesso è più centrato sulle battaglie mentre Che - L'Argentino sulla teoria ma entrambi hanno un senso "pop" che è la cifra vera dell'operazione, cioè la ripulitura di una figura oggettivamente sporca per farla entrare nei migliori salotti. Se in Italia e in gran parte del mondo infatti Ernesto Guevara è da tempo considerato da molti un mito negli Stati Uniti, anticomunisti per definizione, c'è bisogno di un'ampia opera di traduzione che lo renda accettabile. Ecco allora il Che magnanimo, il Che pover'uomo, il Che filosofo, il Che teorico e il Che filantropo.

L'intento è talmente palese da sembrare scontato. Esso non trova eco solamente nella trama, cioè nella scansione del racconto (un'epopea mitica proprio perchè fallimentare nel finale), e nei dialoghi, spesso enfatizzati dalle molto componenti patinate di messa in scena ma lo è soprattutto per l'estetica.
Proprio quella patina di glamour rende chiari gli intenti. Sono i vestiti pulitissimi e stiratissimi di tutti i miliziani, i loro volti curati e truccati, la perfezione formale della messa in scena, i colori ben abbinati e i capelli quasi sempre in piega ad urlarlo da ogni inquadratura.

Tutto questo non deve sembrare puro hollywoodianismo, si tratta di una produzione elevata e sicuramente molto curata in cui nulla è lasciato al caso. Dunque la volontà di avere un'apparenza perfetta è anch'essa significante.
E' la medesima differenza che passa tra un western pulito (e quindi "mitico") di John Ford e uno sporco (e quindi già in questo "crepuscolare") di Peckinpah.

Le 5 ragioni per cui Paolo Sorrentino (non) salverà il cinema

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Il Divo è arrivato in America e come era prevedibile gli americani sono entrati in fissa. Lo stile di Sorrentino non è troppo diverso da quello che fanno loro ed è normale che si appassionino. Dopo la recensione piena di lodi sul New York Times adesso ne arriva uno anche sul New York Magazine dallo stesso titolo di questo post.
Questo non significa molto in sè, se non che un giornalista si è innamorato dei suoi film. Che poi si sa che qui Sorrentino piace e molto, tuttavia non sono per nulla d'accordo con molte delle argomentazioni per le quali Sorrentino potrebbe salvare il cinema mondiale. Specialmente perchè si individuano come mali del cinema cose che francamente non lo sono.
Le cinque ragioni sono:

Se Scorsese, Fellini e Kubrick avessero un figlio sarebbe Sorrentino
Affermazione poco chiara che diventa difficilmente sostenibile quando è argomentata sostenendo che il cinema d'autore di oggi è fermo ad una messa in scena statica e guarda più che altro a Ozu e Bresson. Questo tipo di cinema, che viene definito dall'articolista "cinema della mancanza" (?!?!?), deficiterebbe delle emozioni immediate di cui invece Sorrentino si nutre. Quest'affermazione già depone a sfavore della conoscenza cinematografica di chi ha scritto.

Rende la politica bella
L'ha fatto una volta sola. Però si spiega giustamente come sia stupidissimo sostenere che Il Divo sia un film che può piacere solo agli italiani, perchè sono gli unici a conoscere i fatti. Il Divo è un film sulla modernità. E qui ci sto.

I suoi film sono tutti sul cambiamento
Nei suoi ultimi tre film ha affrontato il tema di personaggi che dopo anni di cristallizzazione sono costretti a cambiare. E dunque è il cineasta perfetto per la nostra modernità, cioè per un tempo in cui il vecchio si scontra con il nuovo. E pure qui ammetto di poterci stare.

I suoi film sono tutti sul debito
Cosa che lo renderebbe ancora più attuale. Ma questa è proprio un'argomentazione senza senso. Talmente senza senso che l'ufficio stampa del regista nel divulgare la notizia di quest'articolo e nel tradurre questi 5 punti in italiano ha tradotto questo titolo con "Non fa sconti a nessuno".

Sorrentino ha coraggio
E qui si cita il fatto che abbia mostrato il Divo ad Andreotti in una proiezione privata. La cosa forse ci potrebbe anche stare. Ma non capisco quanto possa avere a che vedere con l'essere in grado di salvare il cinema moderno...

28.4.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Questa settimana si comincia con la clamorosa recensione a sorpresa dell'ultimo fenomeno della rete: Non mi taggare il cuore, dopodichè si annuncia I Love Radio Rock e si demolisce Mostri Contro Alieni (con una piccola deviazione sulle sale 3D nelle quali sarà proiettato), si incensa Louise & Michel, e si stronca come merita Gli Amici del Bar Margherita, si mette in guardia sui pericoli sonnolenti che si annidano dietro a Che - L'Argentino e ci si stupisce per la delicatezza di Io e Marley.

LA PUNTATA DEL 03/04/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Il festival di domani lo spostiamo a dopodomani

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Non so da quanto abbia aperto ma comunque io ho scoperto da poco il blog di Paolo D'Agostini, critico cinematografico di Repubblica, e nonostante post di una lunghezza spesso estenuante e un taglio ancora troppo giornalistico (tutte cose molto frequenti e comprensibili nei casi di giornalisti che sperimentano le libertà della rete) lo stesso mi piace abbastanza (e poi ha un titolo solo apparentemente passatista ma in realtà molto eversivo).

Oggi c'è un bel post che a partire dal paragone di quanto fatto da Repubblica.it e i suoi blog in occasione del festival di Sanremo discute sui festival di cinema, sulla loro utilità oggi e su come potrebbero (forse) davvero arrivare a tutti.
Qualcosa che mi suscita interrogativi ogni qualvolta mi trovo a frequentarne o a parlarne con non addetti ai lavori che ne hanno una percezione falsatissima come di luoghi simili a cineclub esclusivamente riservati a giornalisti o addetti ai lavori, quando dovrebbe essere l'opposto ma nessuno lo dice nè lo fa capire, continuando a promuovere un'immagine settaria che oggi non ha senso (oggi che il cinema non è così fortemente diviso in popolare ed elitario).
Si tratta di un frammento di una discussione più grande e in voga da molto tempo, lo stesso però le idee di D'Agostini non mi dispiacciono (chi l'avrebbe mai detto....).
La proposta è provocatoria, lo so. Perché non amplificare, estendere, diffondere ciò che accade in un festival? Davvero però, non il gossip di volta in volta gonfiato, ridicolo, inventato. Le opere. Consentire di seguire un programma anche a distanza. Le risorse, le opportunità e gli strumenti, le variazioni possibili sono infinite. Il web, le televisioni satellitari e tematiche, perfino i telefonini. Un danno al futuro sfruttamento commerciale? Non credo proprio. Trasmettere in contemporanea un film cileno o coreano, iraniano o islandese in lingua originale che cosa, quali prospettive vuoi che comprometta? Casomai può fare da volano.
Io da par mio per i rapporti lavorativi che ho con i Festival Del Film di Roma avevo proposto qualcosa di simile ma con i contenuti di cui mi occupo solitamente cioè le serie e i video della rete. Costo zero, ritorno di immagine mille. Ma non credo si farà...

Questioni di Cuore (2009)
di Francesca Archibugi

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POSTATO SU
Pur non essendo un patito dell'altalenante cinema di Francesca Archibugi le ho sempre riconosciuto una levità nel tratto che non è da tutti. Soprattutto ho sempre apprezzato come voglia (e soprattutto riesca!) a farsi ancora interprete con successo del modo prettamente italiano di intendere il cinema, in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, tanto che spesso è impossibile dire a quale genere appartengano alcuni suoi film (e già spiazzare con qualcosa, è qualcosa!).

E' il caso di Questioni di Cuore che con tono spesso leggerissimo tratta di un'amicizia fortissima tra uomini, un'amicizia nata in circostanze drammatiche (i due si incontrano nel reparto di terapia intensiva dopo aver avuto un infarto) e cementata da una strana e imprevedibile alchimia.
Questioni di Cuore da questo presupposto parte solamente, andando a fondo poi su altri temi ma tenendo l'amicizia virile in primo piano, ed è strano che sia proprio una donna a ritrarla così bene.

Il film ha un suo intreccio più complesso eppure al di là di esso le cose che rimangono più impresse anche a giorni di distanza dalla visione sono le scene "a due", i momenti di straordinaria intimità (mai omosessuale eppure sempre affettuosa) tra i protagonisti, come ad esempio nella scena a letto (foto a sinistra), qualcosa di unico per spontaneità ed emotività.
Meno interessante infatti mi è sembrata il secondo filo del film, quello del parallelo tra realtà e finzione lasciato al personaggio di Antonio Albanese, che di lavoro è sceneggiatore e che continuamente applica le sue tecniche nella vita vera, insegnando anche al figlio dell'amico come uno che scrive storie guarda la realtà. Nonostante solitamente io venga comprato facilmente da simili espedienti, stavolta il didascalismo e la poesia facile erano troppo facili anche per me.

Kim Rossi Stuart che torna a fare il padre duro e di borgata (questa volta però con ancora più ignoranza e un tipo di camminata stupenda) ricorda sempre il piacevolissimo Anche Libero Va Bene. Ormai quasi una perla.

27.4.09

Lezioni D'Amore (Elegy, 2009)
di Isabel Coixet

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POSTATO SU
Questo film è un polpettone. Ecco la definizione corretta: polpettone.
Si tratta di un'opera tratta da un racconto di Philip Roth che scandaglia i confini del sentimento amoroso e dell'attrazione sessuale. Ma è un polpettone perchè cerca l'intimismo a tutti i costi senza che ad esso corrisponda azione. Anche Two Lovers è un film intimista ma a fronte di molto "movimento interiore" ai personaggi ce n'è anche tanto "esteriore" a giustificarlo.

Come classico dei polpettoni tutto risiede su fotografia, scene e attori. E da quel punto di vista il film è impeccabile: Kingsley e Cruz si impegnano come possono, Jean-Claude Larrieu fotografa con grande raffinatezza e le scenografie anche sono curatissime. Tutto confluisce verso il racconto di un unico grande tema, il rigore dei sentimenti contro la furia della carne. Ma come si è detto senza che succeda nulla di veramente sorprendente (se si esclude il più classico dei colpi di scena prevedibili finali).

Tutto l’impianto metaforico è talmente metodico, denso e oppressivo da schiacciare il film facendolo suonare in ogni momento inevitabilmente fasullo. Ed è quasi pornografico nel voler applicare simbologie e riferimenti alti quasi senza considerare che già la professione di molti personaggi coinvolti (letterati, professori, poeti) ha un significato fortissimo.

A questo punto alcuni si chiederanno: "Ma come? I pastori kazaki di Tulpan si e il racconto di Philip Roth con Penelope Cruz no??". Esatto! Tulpan si e Penelope Cruz no.

26.4.09

Brama di Vivere (Lust For Life, 1956)
di Vincent Minnelli

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La mia proverbiale ritrosia rispetto ai biopic subisce una piccola battuta d'arresto davanti a questo film su Vincent Van Gogh. Una delle argomentazioni che solitamente adduco infatti è: "...e poi non sempre una persona straordinaria nel suo lavoro ha avuto una vita talmente straordinaria da valere un racconto". In questo caso chiaramente è stato così. Non solo, Van Gogh è stato anche un personaggio veramente cinematografico.

In più Minnelli realizza il film con un gusto pittorico pazzesco, come se quello fosse l'unica finalità della pellicola (che magari era pure vero). Non è che mette dipinti come sfondi, ma semplicemente prolunga le scene con dei fondali o alle volte delle vere ambientazioni in esterni straordinariamente somiglianti ai dipinti del pittore. Per il resto le molte variazioni cromatiche che introduce, i giochi di luce e sostanzialmente tutta la stilizzazione dei paesaggi è autonoma e non vangoghiana. Cioè non imita quei dipinti, ne riprende i soggetti e li mette in una forma "poetica" per il cinema.

Insomma è Minnelli al 100% che si occupa di Van Gogh, cospargendo il film con le consuete delicatezze e le piccole idee cui ci ha sempre abituati.
Inoltre Brama di Vivere parla anche molto dei dipinti, del modo di dipingere, dell'ossessione creativa, di luci, colori, colleghi ecc. ecc. insomma si guarda alle peculiarità del lavoro, almeno quanto si guarda a quelle dell'uomo.
Alla fine il risultato non è un capolavoro, il film spesso cala di ritmo e sembra perdere di interesse rincorrendo un'idea molto vecchio stampo dell'artista pazzo, ma la visione rimane comunque un piacere. E poi non mi ero mai accorto di quanto Kirk Douglas gli somigliasse.

Kurt Cobain era morto da poco, andavo male in greco e avevo scoperto la rete

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Anche io come molti mi fermo un attimo oggi per ricordare Geocities, che dopo anni di servizio e dopo essere stato comprato da Yahoo! ben presto chiuderà.
Era uno dei primi servizi di hosting gratuito diventati popolari in rete a metà degli anni '90.
Io cominciai a sperimentare l'HTML nel 1996 con una pagina su Geocities (indirizzo geocities.com/Hollywood/8261, ancora lo ricordo!!) che non guardava nessuno, che era illegibile e piena di stupidissime immagini ma della quale andavo fierissimo.

Ci ho fatto i peggio esperimenti su Geocities ed è stato per me come per tanti altri un luogo della rete da frequentare e sul quale divertirsi (quasi) da soli in attesa che il resto del mondo scoprisse internet. In più è stato anche uno dei primi servizi gratuiti della rete. E che servizio! Hosting gratis e sebbene l'URL non era dei più facili il sistema ad indirizzo simile a quelli del mondo reale abbozzava anche un'idea di community. Ma io anche all'epoca ero antipatico e mi facevo i fatti miei.

Non voglio fare il passatista, Geocities era un modello vecchio per un periodo ancor più pionieristico di quello odierno, è stato ucciso dai blog (e da qualcos'altro anche prima) ed è bene così. Però è stato veramente un mito per tanti anni.

24.4.09

Vietato fare paragoni ingiusti

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Milos Forman prossimo presidente di giuria del Festival Del Film di Roma. Che è un signor passo avanti.

23.4.09

Il festival migliore

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Ufficiale il programma di Cannes:
Pedro Almodovar, Los Abrazos Rotos
Andrea Arnold, Fish Tank
Jacques Audiard, Un Prophete
Marco Bellocchio, Vincere
Jane Campion, Bright Star
Isabel Coixet, Map of The Sounds of Tokyo
Xavier Giannoli, A L'Origine
Michael Haneke, Das Weisse Band
Ang Lee, Taking Woodstock
Ken Loach, Looking for Eric
Lou Ye, Chun feng chen zui de ye wan
Brillante Mendoza, Kinatay
Gaspar Noe, Enter the Void
Park Chan-Wook, Bak-Jwi
Alain Resnais, Les Herbes Folles
Elia Suleiman, The Time that Remains
Quentin Tarantino, Inglourious Basterds
Johnnie To, Vengeance
Tsai Ming-liang, Visage
Lars Von Trier, Antichrist

Il senso stesso della frase "ce n'è per tutti i gusti". E mi sono accorto che c'è Jacques Audiard (!!!!) solo ad una seconda lettura!

Anche in giuria i nomi non sono da meno:
Asia Argento (Italia), attrice, regista, sceneggiatrice; Nuri Bilge Ceylan (Turchia), regista, sceneggiatore, attore; Lee Chang-Dong (Corea del Sud), regista e sceneggiatore; James Gray (Usa), regista e sceneggiatore; Hanif Kureishi (Gb), romanziere e sceneggiatore; Shi Qi (Taiwan), attrice; Robin Wright Penn (Usa), attrice

22.4.09

Joanne Colan lascia Rocketboom

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Non sentiremo più Joanne Colan dire con il suo splendido accento inglese: "Hi I'm Joanne and this is Rocketboom", da venerdì infatti non è più la presentatrice dello show di Andrew Baron. E se la notizia non vi sconvolge sappiate che è un problema solo vostro.

I know what you did last summer (in India)

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Dopo tutte quelle notizie sul viaggio di Stallone in India mi chiedevo che avesse fatto...

Questioni di target

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Solitamente queste cose sono fatte malissimo e invece il passaggio di YouTube verso i contenuti professionali inizia con il piede migliore.
Ora da YouTube/movies tutti possono vedere gratis e in streaming film come La Notte Dei Morti Viventi e Koyaanisqatsi, Ti Pace Hitchcock o Carrie - Lo Sguardo Di Satana. Ma soprattutto la Starz Media ha messo quasi tutto Herzog!!
C'è Fitzcarraldo, Aguirre, L'Enigma di Kaspar Hauser, Kinski - Il Mio Nemico Più Caro e Anche I Nani Hanno Iniziato Da Piccoli, una piccola gemma.
Ok, so che state pensando "La qualità lascia a desiderare!", si è vero. Ma qui non si incensa il livello qualitativo (che tanto lo sappiamo che migliora con il tempo), quanto il fatto che questi siano i primi film disponibili. Mi chiedo se sia un caso (del tipo "Questo c'era") o se ci sia una specie di studio per il quale gli early adopters amano questo cinema...

21.4.09

Non avrei saputo dirlo con più sintesi di così

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Ottima la sintesi (a dire il vero di giorni fa) di Vittorio Zambardino della situazione dell'intrattenimento digitale e delle storie di pirateria e crisi del materiale
Per essere chiari e onesti fino in fondo, il male che affligge la musica e il cinema, è lo stesso, anche se i sintomi sono diversi, che ha preso i giornali e in parte la tv. La riproducibilità totale del contenuto punta a distruggere il modello produttivo che finora ha presieduto all’attività di quelle industrie. Che per il momento studiano solo reazioni giudiziarie e/o politiche, invece di dedicarsi a nuove stretegie commerciali. I loro responsabili profetizzano la morte delle creatività e delle professioni che quelle industrie reggono: fare il musicista, il regista, il giornalista. Che è una bella sovrapposizione: il mondo avrà sempre bisogno di chi suona, racconta e informa. Il punto è in quali forme, canali, supporti.

Generazione Mille Euro (2009)
di Massimo Venier

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POSTATO SU
Da tempi di crisi arrivano film che questa crisi la raccontano e Generazione Mille Euro nello specifico si occupa di tutta quella fascia di ragazzi al primo lavoro che non riescono a superare la soglia dei 1.000€, che non hanno certezze, non hanno un contratto che non sia a progetto e che per questi motivi di inquietudine non riescono spesso ad avere il coraggio anche solo di tentare di inseguire i sogni.

Il film di Massimo Venier tratto dal racconto di Incorvaia e Rimassa e sceneggiato particolarmente bene dall'autore con Federica Pontremoli racconta proprio di questo: di un ragazzo che lavora senza garanzie in una società di telecomunicazioni ma che è laureato in matematica e adora lavorare all'università, tuttavia precariato e esigenze lo costringono ad una posizione e un lavoro che non tollera senza tuttavia dargli anche sicurezze economiche. Similmente incontrerà due donne, una sul lavoro decisamente in carriera e pronta a "raccomandarlo", un'altra in casa più dimessa ma pronta ad inseguire i propri sogni. La scelta di vita sarà anche una scelta tra le due.

Tutto questo Venier lo racconta con una bravura e un'abilità assolutamente mai riscontrate nei precedenti lavori. Se la storia ha uno svolgimento canonico e a tratti un po' ruffiano (corse, musica pop e fascino adolescenziale) la forma con cui è raccontata è di prim'ordine!
Assieme Italo Petriccione (direttore della fotografia di fiducia di Salvatores) elabora un mood visivo per il film molto algido, compie scelte forti e coerenti su come riprendere la città (sempre spersonalizzata e condita di palazzoni), come riprendere gli interni e gli esterni (con tutti toni di grigio) e soprattutto su come riprendere i protagonisti (in esterno quasi sempre da lontano e con un forte zoom in modo da schiacciarli contro il paesaggio urbano).
Tutto insieme questo genera una sensazione di indeterminata prigionia in perfetta armonia con i contenuti del film. La forma esalta il contenuto, prendendo uno svolgimento ordinario e rendendolo in una parola: efficace.
E questo da solo è il segnale migliore che si potesse avere per un cinema come il nostro spesso poco attento alla forma (ma per fortuna questo è sempre meno vero).

Interessante infine il bellissimo umanesimo che pervade la pellicola. Cercando di dribblare quanto più possibile il buonismo Venier approda davvero ad una solidarietà civile che storicamente non appartiene molto al nostro cinema "di crisi". Solitamente i nostri film erano molto pessimisti sulle possibilità di aiuto e compassione da parte della società (oltre che da parte delle istituzioni) mentre qui, con approccio da Frank Capra, le persone si fanno forza e si aiutano a vicenda anche senza conoscersi. C'è uno spirito non rassegnato ma anzi pieno di ottimismo ragionato (e non dissennato) che è difficile non applaudire.

Sull'affidabilità della stima sui danni della pirateria al cinema

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Si era già criticato e molto quel numero, quei circa 600 milioni di euro dichiarati che il cinema perderebbe a causa della pirateria. Criticato in questo post perchè rilevato in una maniera assolutamente inaffidabile e la cosa poi è stata indirettamente confermata dal presidente della FAPAV Roviglioni che all'obiezione ha risposto: "Si non sarà esatto ma sappiamo che più o meno il danno è quello".

Oggi Pietro Salvatori mi segnala come in realtà già nel 2007 la SIAE avesse dato la medesima cifra. Uguale. O la pirateria non è cambiata di una virgola in due anni in cui i metodi sono aumentati e le connessioni a banda larga pure oppure c'è qualcosa che non va.

20.4.09

Hannah Montana (id., 2009)
di Peter Chelsom

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POSTATO SU
Hannah Montana per chi non lo sapesse (categoria nella quale rientravo anche io fino a pochissimo fa) è un altro serial di successo del Disney Channel che al pari di High School Musical, salito alla ribalta nel momento in cui, diventato film, ha incassato cifre allucinanti.
C'era stato anche un concerto 3D che da noi non è mai arrivato e che in America è balzato in testa al boxoffice in tempi in cui le sale 3D non erano tante quanto oggi.

Hannah Montana invece è semplicemente il film tratto da una serie che non ho mai guardato tuttavia a giudicare dallo svolgimento direi che è più o meno un episodio allungato con in più la svolta della prima storia d'amore e il reiterato abusare del tema dei due mondi.
Tutta la trama di Hannah Montana infatti gira intorno alla storia di Best of both worlds cioè che nonostante il personaggio sia una popstar internazionale lo stesso è anche una normale ragazza che va alle medie e vuole il meglio delle due dimensioni di vita (mentre in passato storie simili costringevano la protagonista ad una scelta che poi era sempre quella della vita con i veri affetti, vedi Celebrità con Nino D'Angelo). Questo grazie ad una parrucca e all'identità tenuta segreta dalla famiglia.

Una dinamica identica non solo a L'Incantevole Creamy (alieni a parte) ma soprattutto a quella dei supereroi, variazione virile del concetto di "doppia vita". Tuttavia mentre il supereroe è la proiezione virilissima e piena di poteri di un individuo solitamente grigio e anonimo, Hannah Montana (come Creamy) è la proiezione popolare e glamour di una ragazza normale, che mai nella vita vera potrebbe girare con vestitini minuscoli, gambe in evidenza, tacchi astronomici e quel trucco.
Il supereroe per definizione si nasconde, sfugge ai media e sebbene sia più noto del suo alter ego normale, rifugge più che può l'esposizione. Hannah Montana invece è superesposta e questo è il suo fascino presso il suo pubblico.

Divertente poi come ci sia, o cerchino far credere che ci sia, grande identità tra il personaggio Hannah Montana e Miley Cyrus, l'attrice. Anche lei dice di essere molto attaccata alla vita semplice, anche lei (come nel film) scappa dalle fan di continuo, anche lei (come nel film) indossa vestiti o oggetti che promuove e anche lei ha problemi di paparazzi (che sono uno degli snodi fondamentali della trama).
E' in questo senso allora che la citazione iniziale dall'incipit di A Hard Day's Night (lei che scappa inseguita e le finisce sul volto un cartellone con la sua stessa faccia) non risulta pesante. Perchè in quel senso effettivamente una corrispondenza esiste.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
In questa puntata si incensa l'asciutta maestria di The international, si deride il product placement esagerato di L'ultimo Crodino, si commenta con tiepida indifferenza La verità è che non gli piaci abbastanza, si assolve Diverso da chi?, lodi a profusione per Ponyo sulla scogliera (di Miyazaki) e ancora lodi per Two Lovers e Nemico pubblico n.1.

LA PUNTATA DEL 20/3/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

18.4.09

Antipirateria - Parte Due: i rimedi

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La presentazione dei dati doveva svolgersi secondo la classica modalità. Uomini FAPAV a parlare, politici ad intervenire, VIP del mondo del cinema a fare presenza e interviste vacue di vaga sensibilizzazione in contemporanea alla presentazione (cosa che fa sì che io praticamente non ne abbia intervistati).

E' successo invece qualcosa che ha rotto il rigido cerimoniale. Al termine della presentazione dei dati e poi delle illazioni descritte nel post precedente Paolo Virzì ha chiesto la parola, è salito dietro al microfono e ha cominciato ad attaccare gli ISP con frasi come "Un ragazzo paga 50€ al mese per un abbonamento ADSL. Quelli sono soldi rubati al cinema!", pronunciandosi insomma contro la persecuzione dei pirati e per la persecuzione di chi fornisce la tecnologia. Punto di vista molto discutibile a suo modo ma comunque diverso dal solito. Ma non è finita lì è andato avanti dicendo le cose più sensate di tutti.

17.4.09

Antipirateria - Parte Uno: il plastico di Cogne

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La FAPAV ha presentato ieri i dati della prima ricerca sulla pirateria audiovisuale mai fatta in Italia. Sono dati molto interessanti rilevati con più di 2000 interviste su un campione rappresentativo intervistato a domicilio. Qui potete leggere tutto il report e vedere anche un paio di grafici.
Vi linko un articolo esterno perchè non mi va di dilungarmi sui pur meritevoli dati. Preferisco parlare della seconda rilevazione fatta quella qualitativa, mirata a comprendere la psicologia e il comportamento del pirata.
Il video allegato è un'intervista fatta da me al numero uno della FAPAV su questa storia e sui molti dubbi e contraddizioni sollevati dal report. Vi avverto che è abbastanza inutile vederla se prima non avete qua sotto le incongruenze e le esasperazioni rilevate (sì, l'ho postata in alto per mettervi curiosità).

I dati qualitativi sono stati ottenuti con interviste fatte a bambini, adulti e teenager (tenendo dunque fuori la fascia 20-30, a detta loro cruciale).

Scossi dalla scossa

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È da grandi eventi, spesso tragici, che emergono con evidenza i cambiamenti nel modo in cui viviamo, percepiamo e ci facciamo un'idea intorno alle cose che accadono.
E' stato così, ancora una volta, per il terremoto in Abruzzo (come fu così per l'insediamento di Obama, anche se in quel caso l'evento era atteso e dunque mediaticamente pianificato). La quantità e la qualità della copertura e dello sciacallaggio da parte di media vecchi e nuovi ha scatenato reazioni, prese di posizione e una consapevolezza diversa da quanto potesse accadere in precedenza. Nel bene e nel male. Ma non solo.
Il terremoto abruzzese è stata anche l'occasione per sperimentare nuovi formati e nuove idee, specialmente per Repubblica.it che ha pubblicato online dei video realizzati per l'occasione da importanti registi italiani secondo modalità straordinariamente appropriate a quello che si fa in rete anche nel resto del mondo.

L'hamburger scrive sulla focaccia

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Nel 2006 il New York Times si occupò della storia del focacciaro di Altamura e del MacDonald's e scoprì tra le altre cose che
il padrone delle mure di entrambi gli esercizi, quello di MacDonald's e quello del signor Digesù era il fratellastro di Digesù. Egli fece un bello sconto sull'affitto al fratellastro ma non alla multinazionale
la cosa è solo un elemento dei molti intorno alla possibile chiusura dell'esercizio (nei commenti agli scorsi post testimonianze di gente del luogo hanno riferito come tra le altre cose il locale fosse sovradimensionato).
Un elemento un po' simbolo del fatto che le tradizioni sono importanti e possono vincere sull'importazione di abitudini (alimentari e non) dall'estero, specialmente se si fa di tutto per farle vincere.

Tulpan (id., 2006)
di Sergei Dvortsevoy

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POSTATO SU
Tulpan è cinema estremo, ma estremo sul serio. E' un modo di fare film che in tutti i sensi mette alla prova lo spettatore proponendogli una storia ordinaria raccontata cercando di provocarlo e infastidirlo per giungere alla comprensione di sentimenti e realtà diverse.
Per raccontare una storia di aspirazioni, sogni e drammi di pastori nella steppa del Kazakhstan il regista Sergei Dvortsevoy non lesina in dettagli, lunghi piani sequenza e narrazione rarefatta. Tutto questo si traduce in un indubbio calo di ritmo e in una certa difficoltà a seguire il film che procede a lungo sui binari della contemplazione per trovare svolte sono in piccoli momenti.

Ma a fronte di tutto ciò Tulpan è anche un film capace di metterci di fronte ad un modo realmente diverso di intendere il regista e il suo occhio. Dvortsevoy gira con macchina a mano e per lunghi piani sequenza, passa intorno ai suoi protagonisti nei loro atti quotidiani e li "guarda" come non li avesse mai visti, come una persona effettivamente guarda chi gli sta intorno. Quando accade qualcosa non ha la vergogna di spostarsi, anche velocemente, per andare a controllare dietro un angolo o dentro una casa cosa sia successo e per cercare l'angolazione da cui meglio si può capire o cogliere un'emozione.

Come una persona che stia effettivamente sulla scena Dvortsevoy si muove alla ricerca dell'oggetto del suo desiderio. Così facendo non solo si intuiscono più cose ma soprattutto è ancora più chiaro quale sia la posizione dell'autore che continuamente compie scelte evidenti e si muove in accordo ad esse.

Eppure il film non è realista in maniera dissennata, anzi. La fotografia curatissima è attenta a mettere in scena solo le diverse variazioni del giallo sabbia che pervade quei luoghi e l'audio sempre presente e sempre molto forte è spesso irreale, cioè coglie rumori, suoni e versi ambientali anche quando sono eccessivamente lontani. Tutto è finalizzato alla costruzione di un'esperienza che non sia necessariamente realistica ma pilotata e guidata dalla volontà di chi la mette in scena.

Anche riguardo ciò che fa vedere Tulpan non ha remore, ci sono lunghi piani sequenza di un parto di una pecora mostrati senza nessuna vergogna e con uno spirito che potrebbe sembrare documentaristico se non fosse che spesso l'audio è modificato e amplificato per arrivare più in là della realtà.

Ci sono film che sono "esperienze" ed è difficile categorizzarli semplicemente come belli o brutti, Tulpan sicuramente è tra questi. Non è facile e non cerca la benevolenza dello spettatore a tutti i costi ma è un'opera complessa che ci mette alla prova veramente regalando una prospettiva diversa su come il cinema indaghi la realtà.

15.4.09

Aggiornamento questione Focaccia di Altamura vince su MacDonald's

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24 commenti

Vi tengo aggiornati. Una commentatrice sulla recensione del film Focaccia Blues pubblicata su Screenweek sostiene che non sia vero niente, che la focaccia non abbia mai battuto l'hamburger.
Sono nata e vivo ad Altamura e ci terrei ad informarvi che la storia del piccolo fornaio altamurano che sconfigge McDonald’s è completamente inventata. Bella, affascinante, intrigante ma completamente inventata.
Quando il piccolo fornaio ha aperto la sua rivendita, era già stato deciso di chiudere il McDonald’s di Altamura perchè ipertrofico. Abbastanza frequentato ma non a sufficienza. In città lo sapevano tutti e lo ha confermato subito dopo la chiusura il manager responsabile che ha ammesso l’errore di valutazione. Aspettavano solo che scadesse il contratto, due o tre mesi dopo. Occupava una superficie sconfinata, in centro, con un affitto elevatissimo. Figurarsi che ora nello stesso locale ci sono, comodamente, una banca ed un negozio di abbigliamento. A Bari, l’unico McDonald’s della città occupa una superficie dieci volte inferiore.
La trovata pubblicitaria per lanciare il piccolo fornaio, è frutto della mente vulcanica di un buontempone (che conosco molto bene) che ha fatto anche il giornalista per un importante quotidiano nazionale, che non esiste più. Spesso inventa notizie affascinanti, ma quasi sempre non ci crede nessuno. In questo caso la cosa gli è sfuggita di mano: prima ci è cascato (non so quanto in buona fede) un ex collega che l’ha pubblicata su di un famoso settimanale nazionale, poi ci è cascato un ignaro giornalista di Liberation e infine ci è (quasi completamente) cascato un giornalista del New York Times. La notizia ha fatto il giro del mondo ma, ripeto, era inventata. Sarebbe stato bello che fosse vera. Adesso fa comodo continuare a diffonderla anche perché ha un grande fascino: Davide che sconfigge Golia e cose simili. Diventare famosi fa piacere a tutti.
Ho due figli adolescenti e vi posso garantire che loro e tutti i loro coetanei, la focaccia non sanno neppure cosa sia. Preferiscono ingozzarsi con equivoci panini e pizzette scongelate (prodotte chissà dove con chissà cosa) in rumorosi locali sempre pienissimi. Nel locale di McDonald’s, almeno l’igiene era garantita, i lavoratori avevano un contratto, venivano pagati regolarmente e non erano sfruttati lavorando più del previsto. Nei locali che frequentano i nostri figli, tutto questo non è quasi mai vero. E lasciamo perdere anche la qualità di certi prodotti da forno venduti in alcune panetterie (compresa quella del piccolo fornaio).
Andate a vedere il film, ma sappiate che NON si basa su di una storia vera.
Al momento può essere solo una cosa detta così, ma se possibile si cercherà di approfondire.

Nemico Pubblico n.1 - L'Ora Della Fuga (L'Ennemi public n°1, 2009)
di Jean-François Richet

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Il secondo episodio di Nemico Pubblico numero 1 chiarisce come non siamo di fronte tanto ad una storia in due parti ma a due film diversi. Si direbbe quasi che non è la stessa troupe ad averli realizzati, mentre invece rispondono solamente a due logiche diverse.

Questo L'Ora Della Fuga, come già indica il sottotitolo, è un vero film d'azione, molto meno interessato alla ricostruzione storica e alla complessità del personaggio (che anzi è molto più "finzionale") ma più centrato sul suo dinamismo e le sue iperboliche imprese (tutte stupefacenti e realmente accadute). E la cosa non nuoce per nulla al film anzi.
Richet decide di non spiegare molto, alcune domande infatti rimangono senza risposta anche dopo la fine del film (perchè l'avvocato lo aiuta? Perchè è trattato bene in prigione?) e gioca di più con il rapporto molto consapevole che Mesrine aveva con i media, affrontando in sostanza un solo aspetto del suo carattere a margine di un'azione quantitativamente e qualitativamente massiccia.

Ossessionato dalla propria immagine e da ciò che l'opnione pubblica pensa di lui, Mesrine vuole anche passare per attivista politico, ammantando a posteriori i propri crimini di velleità rivoluzionarie inconsistenti e scrive un libro (appunto L'Istinto di Morte) dove si autocelebra.
Eppure nonostante il regista non esiti a sottolineare la velleitarietà di tali rivendicazioni alla fine si percepisce come desideri contribuire a creare il mito di Mesrine. Lo fa con il sottofondo musicale durante i suoi monologhi (quelli registrati su cassetta, che sono quindi testimonianze effettive e reali), gestendo l'empatia dello spettatore e cercando la poeticità nel rifiuto metodico di poesia (cioè nella rozzezza del personaggio che agli altri terroristi politici dice: "L'avete letto il mio libro?").

Ma fa tutto davvero bene Richet e alla fine L'Ora Della Fuga è un film tirato, potente e veramente arguto (notare come utilizzi i rumori realistici degli spari con effetto straniante) che si lascia alle spalle i piccoli indizi di prodotto per la televisione ravvisati nel primo film per approdare ad una dimensione assolutamente cinematografica, tanto da essere visibile anche senza aver visto il precedente L'Istinto di Morte.
Il Mesrine di Cassel è grosso, potente e incute timore nei poliziotti e nello spettatore. Fascinoso pur nella sua inconsistenza psicologica è un vero personaggio da cinema! Posizionato di traverso rispetto al sistema (anche a quello criminale), iperbolico, iperattivo, esagerato e carismatico.

14.4.09

Disastro ad Hollywood (What Just Happend?, 2009)
di Barry Levinson

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Spesso Hollywood ha parlato di Hollywood mettendo in scena il making di un film dal punto di vista del tormento produttivo. In questi film si rivelano i retroscena di come si fanno i film ma non come fece Truffaut in Effetto Notte, che cercava di poetizzare il proprio mestiere, gli americani cercano di spoetizzare quanto più gli è possibile per spiegare come davvero si tratti di un lavoro come altri, la cui unica differenza è il giro di soldi e il livello di eccentricità che si registra. Loro che parlano così poco di cinema nei loro film quando lo fanno promuovono la mentalità industriale dietro tutta la macchina hollywoodiana.

Disastro Ad Hollywood però è qualcosa di più. Girato con grande divertimento ma anche con moltissimo sentimento racconta, come spesso capita, di un produttore e dei suoi tormenti lavorativi e personali. C'è un matrimonio (il secondo) che sta finendo, un final cut da portare assolutamente a termine (come vuole la produzione e non come vuole il regista) per poter andare magari a Cannes e un altro film da far partire a tutti costi costringendo un vanesio Bruce Willis a tagliarsi la barba.

Il protagonista assoluto è però Robert De Niro (finalmente in un ruolo dove si impegna sul serio!) produttore esecutivo noto e potente ma non ancora nel giro dei numeri 1, che si districa tra vita privata e professionale affidando a cose banali e stupidissime svolte fondamentali. Dal taglio della barba del capriccioso Willis dipendono gli stipendi di molti lavoratori e la partenza di un film, da un cane che muore su schermo tutto il suo futuro professionale in una serie di alti e bassi che non si distaccano da ciò che conosciamo di Hollywood, dove conta solo l'ultimo film che hai fatto.

Il ritratto della Mecca del cinema infatti è perfettamente coerente con quanto spesso nelle interviste ha raccontato un autore che contemporaneamente è dentro e fuori dal sistema come Martin Scorsese e le dinamiche di potere e di "terrore" sacro per gli attori più importanti molto verosimile.

Levinson si diverte molto a giocare con la diegesi della colonna sonora e a spiazzare lo spettatore con diversi trucchi che non risultano mai fini a se stessi, ma il suo massimo lo raggiunge con la straordinaria levità con la quale riesce a raccontare il lento separarsi di una coppia.
Il film infatti tocca le sue vette più alte grazie ad un sentimentalismo forte e non ostentato. Dietro la patina, le mesh, le scopate e le falsità lavorative la vita del produttore è passata al triste metal detector per mostrarne le quotidiane delusioni e i desideri inespressi di un uomo normale in un contesto straordinariamente grottesco. E proprio su questi inespressi entra in gioco finalmente dopo anni la grandezza di De Niro.