31.8.08

I Figli Di Nessuno (1951)
di Raffaello Matarazzo

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Un ricco (e nobile!) ama una popolana di buon cuore, la mamma vede di cattivo occhio la loro unione e (ahilei!) si allea con il bieco gestore della cava di proprietà della famiglia per dividere i due, di mezzo un figliolo creduto morto e poi una volta vivo creduto orfano (il massimo!).

This Is Raffaello Matarazzo!
Recitati abbastanza male ma orchestrati molto bene (c'è Aldo De Benedetti di mezzo) molti dei film del fortunato trio Matarazzo-Nazzari-Sanson (e Figli di Nessuno tra questi) sono delle autentiche chicche di popolanità. Film dalle dinamiche tanto elementari quanto eterne che mirano ad un obiettivo unico (commuovere!) rappresentando su schermo le fobie e i rimedi tipici di un mondo che forse (forse!) non esisteva più nemmeno negli anni '50 (paura della salute, convento come rimedio, il vaggio, il datore di lavoro, la madre/matrigna, i soldi...) ma che sicuramente era vivissimo nell'immaginario collettivo narrativo.
Figli di Nessuno in particolare poi è un concentrato di espedienti retorici dosati massicciamente (ma comunque con sapienza), fior fior di agnizioni, svelamenti, piani e intrighi.

Suona assurdo che si sia potuto parlare di "neorealismo popolare" quando film simili non hanno nulla di neorealista (sempre ammettendo che esista una corrente chiamata così), forse solo una minima attenzione alle dinamiche dei più svantaggiati della società, ma mancano poi tutte le componenti di società avversa, rapporto uomo/paesaggio, attori realmente presi dalla strada ecc. ecc.
E' in realtà un vero filone a sè per il nostro cinema, particolarmente "estremo" anche rispetto a ciò che si faceva all'estero, ma straordinariamente efficace in virtù di una capacità di raccontare non indifferente.

Da "premio Pedro Almodovar" la scena in cui la nuova moglie del conte (che tutto sa ma nulla dice per tenersi vicino il suo uomo (padre di una sua figlia)) davanti al marito che non sapendolo rimprovera e sta per cacciare via il povero bimbo lavoratore che in realtà è suo figlio creduto morto, senza un motivo apparente nè un'avvisaglia crolla tutto d'un botto gridando "Dio santo non ce la faccio più!! E' tuo figlio!!".

Barbarossa (Akahige, 1965)
di Akira Kurosawa

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Barbarossa per molti versi sembra più un film di Welles che di Akira Kurosawa (e comunque i due autori non sono mai stati eccessivamente lontani), anche lo stesso Toshiro Mifune con il suo fare imponente e autoritario e il barbone ricorda il panzuto omone.
E' un film titanico che dura 3 ore e che racconta procedendo quasi per episodi autoconclusivi l'ennesima odissea kurosawiana di un medico nel mondo dei bassifondi, della dignità nella povertà e dell'infamia dell'indigenza.

Questa volta ad accompagnare il medico baldanzoso ma alle prime armi c'è però una figura autoritaria e deistica (ecco Welles) positiva, il Barbarossa del titolo, dottore/padrone di un grande ambulatorio per poveri, gestito con una specie di dittatura illuminata.
Barbarossa è terribile e inflessibile ma anche caritatevole. E' colmo di principi morali ma è pronto a contraddirli in un attimo, non ammette repliche ma sa vedere oltre le apparenze. E' pronto a spaccare le ossa di un gruppo di sgherri che vogliono impedirgli di curare una donna ma poi si premunisce di curarli tutti (questa dicotomia non risolta fa pensare che difficilmente Coppola (noto amante di Kurosawa) non abbia visto questo film).

Ma oltre ai grandissimi personaggi c'è soprattutto il solito stile libero del maestro giapponese fatto di una messa in scena di un rigore e una perfezione unici (o forse si dovrebbe semplicemente dire "giapponesi"), di carrelli secchi e precisi e di una composizione delle inquadrature che coniuga come poche volte estetica e funzionalità ma anche di incredibili variazioni espressive e metaforiche.
Kurosawa fa le regole e le rompe. E ogni rottura è una meraviglia! Basta pensare alla scena in cui il giovane medico vede per la prima volta la ninfomane assassina: girata quasi tutta in unico piano sequenza e quasi tutta senza parole. Kurosawa non fa scelte funzionali ma estetiche, non fa parlare i personaggi e non si vergogna di fare un uso espressionista delle luci, eppure simili scelte non si troveranno più in tutto il film.
Oppure si pensi anche alla scelta di illuminare con dei piccoli fari gli occhi della bambina semi-autistica per le sevizie ricevute (che ricorda gli occhiali dell'assassino in Anatomia di Un Rapimento).

Impossibile infine non sottolineare alcune curiosità.
Dopo circa 15 film in 17 anni insieme Barbarossa segna la fine del sodalizio Mifune/Kurosawa, il tramonto della carriera per il primo e l'inizio di una fase più "dilatata" e colma di insuccessi commerciali (ma comunque film splendidi) per il secondo. Nulla sarà più lo stesso dopo Barbarossa a causa di aspri dissapori sul tono da dare al protagonista, titanico (com'è) per Mifune e più dimesso nelle intenzioni di Kurosawa.

Ma non può non aver influito sulle future disavventure produttive e morali (è più volte caduto in depressione) del regista il fatto che il film avendo richiesto uno spiegamento di soldi non indifferente (fu costruita completamente da zero un'intera cittadina su un territorio vastissimo) non riuscì a ripagare le proprie spese. Il successo ci fu ma non fu tale da portare in un valido attivo il bilancio.

29.8.08

Ancora su CurrentTv e la sua versione online

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Torno sul tema CurrentTV.
Quando parlo del video online in Italia parlo sempre di Corriere.it e Repubblica.it e dei loro rispettivi media center. Questo perchè continuano a sembrarmi le cose più avanzate (il che la dice lunga), ma di certo non sono le uniche.
Ammetto colpevolmente di aver però guardato molto poco il sito di Current.

Il canale televisivo lo guardo spesso per molti motivi diversi (dico subito che c'è un conflitto di interessi perchè ho un amico che ci lavora e dunque lo guarderei comunque), trovando ogni tanto del materiale (italiano) valido, ma ammetto di non frequentare molto il sito.
I reportage dal BurningMan che già avevo segnalato però mi hanno costretto a farlo e scoperto in loro una forma del video online estremamente valida.

Se i primi video sono un po' impacciati a mano a mano che il reportage avanza le cose migliorano e i capitoli finali sono veramente la quintessenza del video online. Secchi rapidi, interessanti, fondati su immagini spettacolari e la conduzione (che comunque c'è) è fatta con conoscenza delle dinamiche della rete e con il perfetto bilanciamento tra informalità da internet e professionalità nel documentare.
Molte le cose interessanti: non ci sono sottotitoli ma la traduzione del parlato è data subito dopo dall'intervistatore stesso con un'inquadratura da webcam (in modo da spiegare e ampliare le dichiarazioni dell'intervistato), i dispositivi di messa in scena sono resi espliciti, chi conduce è chi fa il reportage, ha le cuffie addosso quando monta e spesso tiene la videocamera (piccola e agile) in mano quando si riprende. Il tono è scanzonato come sempre in rete ma non da 4 soldi bensì documentato. I video parlano ad un pubblico geek (che è un po' il target Current) e lo fanno mostrandosi tali, mettendosi in linea con quanto si fa su internet ma cercando di spostare in avanti la frontiera puntando sull'interesse del contenuto.

Per quello che ho visto forse si tratta delle cose migliori fatte in Italia per l'online. Vedere per credere.


Postal (id., 2007)
di Uwe Boll

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Se Postal non vi piace non vi posso biasimare.
E' girato male, recitato male, raccontato male (specialmente la seconda parte) e soprattutto opera una critica alla società americana a viso aperto ma nella maniera più scontata e banale possibile.
Eppure (in un certo senso) mi ha conquistato.

Postal adatta un videogioco violento fondato sulle esplosioni di rabbia (che è poi il significato del titolo) e tutto il film è un'esplosione di rabbia del regista stesso che non potendo sterminare le persone come il protagonista del gioco spara cinematograficamente su di loro. Attaccando tutti. La cosa, nelle sue premesse e nella sua riuscita folle, ha un suo senso profondo. E questo non lo si può trascurare.

Come già ho precisato prima del film c'è stato un incontro con Uwe Boll, il regista, il quale si è dimostrato un uomo di insospettata arguzia e sorprendente intelligenza e non posso negare che ciò che lui ha detto prima del film, il modo in cui ha esposto le sue intenzioni nel fare questo Postal e le modalità produttive dalle quali esce hanno dato un certo valore al film.

Fermo restando la povertà cinematografica è innegabile che Postal sia il frutto delle molte accuse di incapicità mosse al regista (spesso giuste ma pronunciate con un livore ingiustificato dato il resto dello schifo che gira). Si è già detto delle petizioni per fargli smettere di fare film e dell'incontro di boxe organizzato con i critici. Ma meno si è detto del lavoro indipendente che Boll fa sui propri film e soprattutto su Postal che per il soggetto che ha è stato rifiutato da molti paesi nonchè dagli agenti di molti attori.

Lo stesso Boll sostiene di aver voluto fare un film contro tutti "Voi mi volete male ma forse io ne voglio di più a voi", un film come non se ne possono fare e che scientificamente rompa ogni regola non scritta del cinema "civile".
In Postal ci sono bambini uccisi, neonati messi sotto, uomini che esplodo con le carni che volano, nudità in generale, gag scatologiche di dubbio gusto e attacchi a ebrei, neri, gay, musulmani, americani e a Boll stesso (che si rappresenta come un nazista i cui film non piacciono a nessuno).
In un minestrone totalmente demenziale (stile Pallottola Spuntata) Uwe Boll non risparmia davvero nulla e nessuno e se i temi delle sue prese in giro non sono il massimo dell'originalità (americani ciccioni, violenti e media-dipendenti, arabi stupidi, indottrinati e ciechi, tedeschi nazisti, poliziotti corrotti ecc. ecc.) è senza dubbio autenticamente incazzato tutto il tono del film e in certe parti sorprendentemente divertente (cosa che mai avrei detto).

Niente più miagolii incomprensibili

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YouTube annuncia che intende supportare i sottotitoli. Ognuno potrà inviare assieme ai propri video anche un file di sottotitoli. I formati accettati sono i più comuni (SRT e SUB) che possono essere creati con una moltitudine di software anche gratuiti.

La decisione doveva forse essere presa già tempo fa, ma sembra più logico pensare che ia stimolare la decisione si statol continuo ascendere di video in lingue non inglesi (vi ricordo che tra i primi tre filmati più visti di sempre c'è un cortometraggio in spagnolo) e il proliferare di serie per la rete che possono essere virtualmente seguite in tutto il mondo ma praticamente solo da chi capisce (e bene) l'inglese.

Ad oggi già esistono i video su youtube sottotitolati ma si tratta di una sottotitolatura impressa sul video, cioè i video in questione contengono i sottotitoli come parte delle immagini, mentre il metodo proposto ora è decisamente più indolore nonchè alla portata di tutti. Ovvero si tratta uploadare oltre al video anche un altro file che al suo interno contiene le stringhe di testo da visualizzare assieme al minutaggio (preciso al decimo di secondo) di comparsa e scomparsa sullo schermo.

La laguna in città

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Anche quest'anno chi non può, non vuole o non ce lo mandano a Venezia e vuole seguire la manifestazione lo deve fare attraverso i principali media.
Come ogni anno personalmente non intendo perdermi nemmeno una puntata delle avventure della tenera Natalia al Lido e seguo con passione le videorecensioni mereghettiane (per il quale, inutile continuare a mascherarlo male, nutro una grande passione).

Quest'anno però si aggiungono due altri elementi, innanzitutto Repubblica.it attraverso la sua costola Trovacinema di Kataweb propone anch'esso delle videorecensioni dei film in concorso tenute dal critico ufficiale (Paolo D'Agostini) secondo una modalità simile a quella mereghettiana (la differenza più evidente è la mancanza di contrappunto con scene dal trailer e l'impostazione ad intervista invece che a reportage) senza però raggiungere il cult dell'originale (che sempre di più cura la messa in scena con ambientazioni raffinate e colorate).
Per confrontarle direttamente qui Paolo D'Agostini su Jerichow e Akille la Tartaruga e qui Mereghetti sui medesimi film.

Poi ci sta Rai Sat Cinema World, che sebbene gli altri anni proponesse una copertura decisamente maggiore (tutte le conferenze stampa e programmi continui) ora con uno spiegamento minore di forze è quasi migliore.
Se poter assistere alle conferenze era decisamente una cosa buona c'è anche da dire che poi spesso non si sapeva quando fossero e soprattutto non si poteva seguire TUTTO. Ora invece Ciak Point (ogni sera intorno alle 23 condotto da Enrico Magrelli) fa un ottimo punto della giornata con ospiti in studio e contributi video.

28.8.08

Là dove nessuno va

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A qualche mese dalla spettacolare partenza Current TV ancora non è pubblicizzata e spinta a dovere, ancora si trova in un fase embrionale con molti contributi statunitensi e pochi italiani, programmi non sempre avvincenti ma molti ottimi risultati.

Uno di questi è il videoblog/reportage (in onda anche in televisione) dal Burning Man, l'evento annuale che si svolge nel deserto del Nevada.
In sè l'operazione riassume tutto lo spirito Current: c'è il viaggio, l'ambientalismo, l'esotismo di nicchia (cioè il deserto), la cultura alternativa, la voglia di conoscere, lo stile di vita geek e la ricerca di argomenti interessanti che non siano coperti da nessun altro. Il tutto (nel caso specifico) con un piglio giustamente divertito.

27.8.08

Darò Un Milione (1936)
di Mario Camerini

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Non mi stancherò mai di ripetere che Mario Camerini è uno dei più grandi geni misconosciuti del nostro cinema, uno dei cineasti più tecniciche abbia mai visto orchestrare un film nel nostro paese e uno dei più delicati narratori.
Penalizzato (forse) dal cinema dei telefoni bianchi e dal dover girare continuamente commedie rosa (ma in molti casi si trattava di scelte precise) Camerini ha attuato in silenzio e senza clamori, una serie di sperimentazioni visive e narrative fuori dal comune.

In particolare Darò Un Milione si apre con un montaggio alternato tra un milionario stanco nel suo yacht e un barbone desideroso di porre fine ai suoi giorni, entrambi meditano di buttarsi nelle medesime acque ma con scopi differenti. Alla fine lo farà solo il milionario per fuggire dalla sua di realtà e tuffarsi in quella del barbone (la vita di indigenza). Ma che rigore nel montare...

Al favolismo zavattiniano del soggetto Camerini (che non aveva buoni rapporti con il soggettista) risponde con una messa in scena rigorosissima e densa di poesia nascosta (e non esibita come è invece uso di Zavattini). Esempio di questo è ancora verso l’inizio del film la scena in cui il giovane milionario che si finge barbone si sveglia in un prato erboso tra panni stesi al sole. La prima cosa che vede è un cane che fa le capriole mentre sente la voce della ragazza destinata (come vogliono i canoni) ad essere la sua amata. Le percezioni dello spettatore si confondono tra le ombre ingannevoli di altre lavandaie dietro ai panni, il cane che fugge e un montaggio che confonde ancora di più come se ci si trovasse in una stanza degli specchi. Una tecnica che sembra mantenere una continuità insperata con il mondo dei sogni da cui il giovane barbone milionario dovrebbe essersi destato, cosa che personalmente ho ritrovato in un altro solo film girato almeno 10 anni dopo cioè Scala al Paradiso (il risveglio in spiaggia).

In particolare poi, per gli amanti della lotta ai regimi, Darò Un Milione cambia ambientazione dall’Italia alla Francia per poter mostrare una diffusa povertà, una meschinità umana non comune nel cinema dei telefoni bianchi e un opportunismo alto borghese che appartiene tutto alla matrice originale, cioè la storia di Zavattini.

Io e i miei pregiudizi.....

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Salta fuori che Uwe Boll è una gran brava persona! Molto migliore dei film che fa.
Incontrato ieri per la proiezione di Postal (che non è neanche male!!) sembrava di sentir parlare John Cassavetes (giuro!). Non fosse per certi film girati in passato dalla qualità quantomeno dubbia aveva il piglio del rivoluzionario indipendente.
Ad un certo punto mi sembrava quella scena di Ed Wood in cui incontra Welles e scoprono di avere gli stessi problemi.

E mo' chi glielo dice che avevo firmato la petizione per non fargli più fare film...

Dati i suoi trascorsi sul ring con altri critici volevo farmi fare una foto con lui che mi dà un cazzotto ma alla fine mi sono sentito davvero stupido (ma davvero), specialmente dopo tutti i discorsi sull'essere indipendente ad hollywood che aveva fatto...

25.8.08

Anatomia di Un Rapimento (Tengoku to jigoku, 1963)
di Akira Kurosawa

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La cosa bella di Akira Kurosawa è che per lui nulla è semplice, nulla è scontato e tutto è una negoziazione di significati.
Anche in un film apparentemente lineare come Anatomia di un Rapimento, dove tutto ruota intorno ad un rapimento ed alle indagini per scoprirne l’autore, le cose non sono mai lineari, i personaggi non sono mai quello che sembrano e le aspettative dello spettatore non sono mai confermate. Ancora di più, anche quando le aspettative vengono tradite questo non avviene come si penserebbe.

Certo parte del fascino e dell’imprevedibilità e innegabilmente dovuto alla distanza che esiste tra la cultura nostra e quella giapponese, tuttavia Kurosawa è senza dubbio il più internazionale dei registi nipponici, capace di attingere e tradurre per il pubblico giapponese le categorie, i generi e le tecniche cinematografiche del resto del mondo (più un fortissima componente originale).

In Anatomia di Un Rapimento la parte relativa alla restituzione del rapito è sbrigata con una rapidità che sorprende, per lasciare spazio alle indagini, il modo in cui si concretizza la manifestazione stessa del concetto di giustizia (gli indizi e il lento disvelarsi dell’identità del rapitore attraverso le conquiste della polizia) e soprattutto il modo in cui si esplora il mondo.
Anatomia Di Un Rapimento rivela la sua vera essenza dopo 40 minuti, non è un film sul conflitto di classe (che è ciò che scatena il rapimento), nè sulle ansie borghesi, nè tantomeno una semplice lotta tra giustizia e criminalità, ma un lento introdursi nel mondo popolare, in quelle periferie e borgate che spessissimo sono al centro dei film di Kurosawa.

Fin dall’inizio l’unica cosa che si sa del rapitore è che abita nei bassifondi della città (dai quali guardando verso l’alto vede l’opulenta villa della sua vittima), una baraccopoli disastrata che all’inizio è mostrata riflessa in un terribile acquitrino (tema, quello dell’acquitrino, che torna anche in L’Angelo Ubriaco) ed è quello il mondo che la polizia deve indagare, addentrandosi lentamente nei suoi meccanismi ma ancora di più nei suoi ambienti (la vicinanza delle rotaie, le cabine telefoniche, lo spaccio di droga, la vista ecc. ecc.).
E' l’ennesima dimensione dell’umanesimo di Kurosawa, non solo lo spietato miliardario che si dimostra di buon cuore, ma soprattutto un mondo che lo supporta e una povertà da guardare pietosamente.

La messa in scena è al solito di un rigore infinito, diversa al cambiare delle ambientazioni ma sempre inesorabile, misurata, tecnica, perfetta. Si veda (tanto per dirne una) la scena del treno. Incredibile come si muove con la camera a mano (!!) in ambienti stretti ed angusti come quelli dei vagoni, mostruoso come orchestri lo spazio per far capire allo spettatore dove si trovi ogni personaggio, divino il ritmo che riesce ad imprimere a tutta la sequenza.
E poi dopo tanto rigore nel finale (foto a destra) vira totalmente applicando una libertà di stile mai vista, deviando sul romantico (che addirittura fa pensare a Wong Kar Wai) e l'estetizzato.

Ovviamente no comment sul titolo italiano che scimmiotta il film di Preminger di 4 anni precedente. L'originale è più tipo "Alti e bassi", riferito ovviamente alle zone della città coinvolte.

24.8.08

Il segno pratico del mancato rispetto dei diritti umani

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Rientro oggi e ricominciando il giro dei feed e dei blog (sembra impensabile ma esiste ancora qualche blog senza feed...) trovo subito materia per la prima polemica stagionale, ovviamente figlia degli eventi estivi.
Emmebi cita alcuni estratti da un pezzo del Sole24Ore che a sua volta riprende parte di un'intervista a Zhang Yimou comparsa sul quotidiano cinese Weekend Al Sud.
I diritti umani rendono l'Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi [...] solo con il senso dell'ordine, con l'ubbidienza, la bellezza delle masse ed il loro movimento armonico si possono realizzare elevate prestazioni artistiche [...] Zhang Yimou esprime la sua incondizionata ammirazione per le manifestazioni politico-culturali dei nordcoreani e spiega che «questo tipo di uniformità produce bellezza», di cui «siamo capaci anche noi cinesi». Per esemplificare il suo pensiero il regista cita la scena ammirata in tutto il mondo della cerimonia di apertura, in cui sul terreno dello stadio blocchi argentei con i caratteri di stampa cinesi si sollevavano ed abbassavano come in una macchina da scrivere, risultato ottenibile solo perchè «gli esecutori obbediscono agli ordini e sono in grado di farlo come un computer, è questo lo spirito cinese». Gli occidentali, invece, «non sono in grado» di fare lo stesso, non fosse altro che per «il loro rispetto dei diritti umani» [...] Il regista spiega che proprio le rigide norme sul lavoro e la tutela sindacale incontrate nei Paesi europei gli hanno finora impedito di realizzare regie operistiche, poichè «gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo alla settimana, fanno due pause al giorno per il caffè, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati». Come se non bastasse, attori e cantanti occidentali «hanno anche a disposizione organizzazioni di ogni tipo e i sindacati».
Secondo il regista, grazie alla loro cultura «i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese».
La questione è sempre la medesima, quella relativa a cosa è consentito fare in nome dell'arte. Zhang Yimou non parla solo dell'organizzazione di una cerimonia olimpica ma anche di cose logisticamente più semplici come film e opere teatrali. Le cose dichiarate dal regista sono abbastanza estreme e non mancano di stupire anche chi sa che è ormai in linea con il governo.
Tuttavia il fatto che si tratti di qualcosa riportato (dunque non integrale), il fatto che si tratti di un quotidiano cinese che intervista in periodo di Olimpiadi il regista della manifestazione d'apertura e chiusura e il tono propagandistico delle affermazioni fa pensare che forse non tutto quello che sembra abbia detto sia effettivamente attribuibile alle sue intenzioni e che egli stesso non sia liberissimo di dire ciò che vuole, per lo meno in questo momento. Non voglio difenderlo a spada tratta, sia beninteso, è probabile che comunque la sua idea si discosti di molto poco da quel che si legge, è solo che mi sembra difficile immaginare altre possibili dichiarazioni in questo momento.

Possiamo pensarla come ci pare ma ciò che dice Zhang Yimou è vero. Non si ottengono quei risultati con le pause caffè e i sindacati. Poi se tutto questo sia giusto è un altro paio di maniche.

23.8.08

L'Angelo Ubriaco (Yoidore tenshi, 1948)
di Akira Kurosawa

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L'umanesimo di Akira Kurosawa quasi stucchevole a tratti si misura con una dinamica nota, quella del gangster che cerca un riscatto sul finire della sua vita, ma lo fa contrapponendogli una figura molto particolare ovvero un medico che secondo le regole dovrebbe essere il polo buono, umano e positivo ma che nella pratica del film lo è solo a tratti.

La matrice fondamentale sembra essere un melodramma, anche per l'uso espressionista delle condizioni climatiche (un caldo asfissiante), tuttavia il film si distanzia ben presto dagli stereotipi e dai luoghi comuni del genere per approdare ad un obiettivo decisamente più ambizioso.
Il medico è l'angelo ubriaco del titolo, figura storicamente positivissima in tutti i melodrammi ma qui affrontata con un'inedita complessità. Nonostante la preponderanza dello yakuza Mifune, alla fine è il medico Shimura a rappresentare il vero cuore del film, intorno a lui ruotano tutti i personaggio e su di lui sono calibrate tutte le scene.

Intenso e rigoroso come sempre il Kurosawa di L'Angelo Ubriaco contiene a fatica uno stile che esploderà in seguito, modera i suoi fenomenali carrelli ed è tutto preso dall'inserire i suoi personaggi in un ambiente ben specifico (la periferia) facendo attenzione a che ogni volta sia il paesaggio a determinare le interazione e a ridefinire ciò che accade grazie ad un uso sistematico (ma non è certo la prima nè l'ultima volta) della profondità di campo. Del resto erano gli anni del rapporto personaggio/paesaggio e non stupisce come anche Kurosawa sperimentasse in questo senso (poi dopo arriverà la sublimazione con Dodes' Ka-Den).
Ogni passeggiata è fatta davanti a muri diroccati, ogni discorso in interni sfondati, ogni acme emotivo accanto alla terribile palude dove giocano i bambini.

20.8.08

L'Uomo di Paglia (1958)
di Pietro Germi

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Tra il 1956 e il 1959 Germi ha girato gli unici tre film nei quali compare come attore (in tutti i casi come protagonista) di cui i primi due, Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia, sono degli asciuttissimi melodrammi mentre il terzo (Un Maledetto Imbroglio) è uno dei migliori noir italiani (dopo di questo vengono comunque gli splendidi southern che sempre Germi realizzava ad inizio carriera).

In particolare Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia sono intimamente legati dalla medesima ambientazione e quasi il medesimo cast anche se la realizzazione non è esattamente identica. Lo scenario potrebbe infatti essere lo stesso e i due film essere l'uno la continuazione dell'altro (se non fosse che il protagonista di L'Uomo di Paglia non è un ferroviere), ma stilisticamente L'Uomo di Paglia opera una sterzata molto più netta verso il melodramma e lascia di sfondo la critica sociale (dandogli così più forza).

Ma la vera fonte di ispirazione e il vero riferimento culturale di queste opere è il realismo poetico francese unito all'esperienza del melò nostrano (il seminale e sempre presente Matarazzo). Dalla corrente francese di fine anni '30 Germi sembra prendere moltissimo, in special modo la volontà di tenere di sfondo un contesto che in realtà gioca un ruolo fondamentale, per mettere in primo piano i tormenti romantici di un uomo sbattuto ai margini della società dalla modernità.
Tali tormenti però non si misurano con il metro del noir (passioni torbide per donne perdute) bensì con quello del melò come si diceva, si tratta di azioni malvagie che hanno ricadute malvagie sui propri affetti, peccati che necessitano di un'espiazione e che nel caso specifico arriva inesorabile con un inatteso e insperato finale aperto (inusualissimo per l'epoca).

La vera fusione dei generi dunque la comincia ad operare Germi, ma la comincia con opere come In Nome Della Legge o Gelosia e poi Il Ferroviere e L'Uomo di Paglia portano solo avanti un discorso che è la cifra autentica del cinema di Germi (riscontrabile anche se con qualche difficoltà in più anche in opere dalla collocazione più difficile come Divorzio all'Italiana o Signore & Signori).

Al di là di questo poi L'Uomo di Paglia è scritto veramente bene, non tanto a livello di sceneggiatura ma a livello di racconto. Si percepisce un'invisibilità registica e una leggerezza di tocco anche nell'uso della voce fuoricampo (espediente tra i più pesanti) che è davvero invidiabile.
Una simile forza nel saper raccontare riesce a soverchiare tutto, anche la recitazione pessima dei protagonisti che non sempre sono attori di calibro, come spessissimo capitava nel nostro cinema dell'epoca, dimostrando se ancora ce ne fosse bisogno l'importanza che la messa in scena su qualunque altro elemento della costruzione del film (specialmente sulla recitazione, l'unica parte che può essere pessima ma avere ancora un grande senso).

18.8.08

Il Giovedì (1963)
di Dino Risi

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Incredibilmente sceneggiato da Castellano e Pipolo (a dimostrazione che poi c'è sempre un momento in cui si sceglie scientemente la via del male) assieme allo stesso Dino Risi, Il Giovedì è noto solitamente per essere una delle prove più drammatiche (per quanto sempre in forma di commedia) di Walter Chiari. In realtà è una commedia di costume non troppo diversa dal poco precedente Il Sorpasso, per quanto meno riuscita.

La struttura è la medesima: due figure distanti a confronto unite in un viaggio che cambia qualcosa nelle vite di entrambi. Poi il resto lo fa come al solito lo scenario, il mondo attraverso il quale i due personaggi viaggiano, in questo caso molto più "adulto" e incentrato su problemi adulti e meno sul "costume" come poteva essere Il Sorpasso.

Curioso notare come anche Il Giovedì abbia una scena (abbastanza importante) sulla spiaggia, dove si incontra una donna e dove i personaggi sembrano dividersi. Solo che in questo caso si conclude con una felliniana pioggia decadente che rovina tutto e porta a galla lo squallore interiore da che il sole, il mare e l'atmosfera balneare sembravano in grado di mascherarlo.

16.8.08

Cinema puro

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Da sempre sostengo che lo sport e l'ultima vera frontiera della mitopoiesi. Figuriamoci le Olimpiadi! Una fonte di mille e più straordinarie storie di uomini e corpi. Difficile non commuoversi.

15.8.08

La Sfida (1958)
di Francesco Rosi

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Francesco Rosi non è mai rientrato tra i miei autori prediletti, non ne nego l'importanza, semplicemente preferisco il cinema del racconto, quello della grande finzione e meno quello delle storie vere, quello attaccato morbosamente al reale che ne ricalca i meccanismi e ne descrive le dinamiche. Forse proprio per tali motivi La Sfida mi pare il film più bello di Rosi.

Primo film realizzato da solo (ma scritto con Provenzale e Suso Cecchi D'Amico) La Sfida rimane sempre abbastanza attaccato alla realtà per come descrive i meccanismi di stampo mafioso con i quali i beni ortofrutticoli passavano dai campi ai mercati, ma lo fa con una cornice narrativa molto chiara.

Si connota infatti in primis come un gangster movie, la scalata al potere di Vito Polara, sorta di Scarface napoletano che passa da traffichino di quartiere a piccolo boss dopo aver scoperto che si possono fare molti soldi con il commercio di frutta e verdura direttamente dalle campagne. Si scontra con tutto il cartello della mala locale ma in un modo o nell'altro si inserisce nel giro, fino a che chiaramente non comincia a sciogliersi l'intreccio della storia.

Dunque nonostante la chiara volontà di documentare come stiano e come avvengano le cose La Sfida è un film che formalmente, stilisticamente e soprattutto a livello di scrittura è finzionale, dove per finzionale non intendo che racconti di personaggi non realmente esistiti ma che lo faccia seguendo i canoni dei film di gangster e utilizzando figure archetipe.
Questo, lungi dall'essere un limite, si traduce in un grandissimo vantaggio perchè come sempre è dalle mille piccole variazioni dalla struttura base che si genera significato. Sono le tantissime sfumature attraverso le quali ci si distacca dal modello archetipo che suscitano fascino e interesse.

Il piccolo gangster del basso napoletano con la fissa della famiglia, la smania di consumare i soldi e di mostrare di aver raggiunto una posizione economica forte, la donna dimessa ma preoccupata e tutto il complesso "paesano" che gli sta intorno, il contesto che condiziona atteggiamenti e scelte, vincolandolo inconsapevolmente ad un destino di autodistruzione forse sono le cose più interessanti. Anche più della descrizione dell'ambiente e del sistema camorristico.

12.8.08

Se.... (If...., 1968)
di Lindsay Anderson

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Clamorosissimo esempio di ribellismo sessantottino che fu anche premiato proprio nel 1969 a Cannes (l'edizione del 1968 della mostra francese non si tenne per motivi politici), Se.... come molto del cinema del suo tempo e del suo stampo non regge la prova del tempo.

La storia di un gruppo di studenti in un collegio inglese dove all'educazione di stampo militaresca è affiancata un'omosessualità segretamente accennata, dove stupidi precetti sono accompagnati a terribili punizioni da regolarsi tra studenti (a loro volta suddivisi in categoria di diverso potere) sembra oggi all'acqua di rose. Superata dall'attualità ma anche dalla sua rappresentazione al cinema (mi viene da pensare anche solo a Magdalene) e permeata di un idealismo così forte che, benchè all'epoca potesse essere considerato il pregio più grande, è oggi in realtà una zavorra che non consente al film di elevarsi oltre le sue contingenze storiche.

Anche la libertà stilistica sbandierata a più non posso fa ridere se si pensa a che evoluzione e che influenza hanno avuto gli stessi ideali di "stile cinematografico libero" che 8 anni prima venivano messi in pratica in Francia.
Se.... è girato in bianco e nero e a colori, a tratti rigoroso a tratti molto libero, evocativo con certe immagini (molto bella quella della foto a destra) e concettuale per i molti discorsi che vi sono presenti, ma non riesce a farsi espressione davvero di un cinema diverso.
Ad oggi la cosa che colpisce più di tutte è quel finale moralmente dubbio, ma rimane da chiedersi quanto di quello stupore sia positivo...

Ancora un anno e Malcolm McDowell sarebbe diventato inutilizzabile per ruoli violenti.

10.8.08

L'Assassino (1961)
di Elio Petri

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Fin dal suo esordio Petri mette in mostra uno stile insofferente del realismo e più incline al grottesco, allo sberleffo verso l'autorità condotto con un rigore invidiabile.
L'Assassino è la storia di un uomo borghese trattenuto dalla polizia per più di un giorno poichè sospettato di omicidio e mentre viene interrogato e portato sul luogo del delitto per le identificazioni e le ultime indagini lentamente, attraverso i molti flashback e i racconti dei testimoni, comincia ad emergere la storia della sera precedente, quella dell'omicidio.
Ma non si tratta di un giallo, l'interesse verso la scoperta del colpevole (che comunque c'è e sarà svelato alla fine) è relativa, molto più importante è l'interesse verso la vita del protagonista (borghese senza una lira alla continua ricerca di soldi e dallo stile di vita insoddisfatto) e verso i metodi della polizia, intesa come parte di quel sistema burocratico/statale/giuridico che sarà per sempre un'ossessione di Petri.

Se lo stile futuro del regista di Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra di Ogni Sospetto è votato all'esagerazione per cogliere la realtà, qui le concessioni sono molto poche ma valevoli. E' nel leggero scarto tra reale e grottesco che si coglie il tratto di Petri, la sua volontà di dire qualcosa e di dare un'impronta non alla storia, non ai personaggi ma all'ambiente.
E' il contesto il vero senso di L'Assassino, tutto il metodo poliziesco, come viene condotto e come il borghese interpretato da Mastroianni si trovi preda di qualcosa che sembra marchiarlo a vita, ma che poi egli stesso riesce a superare in virtù del suo opportunismo. Nonostante la scarcerazione viene etichettato come l'assassino, ma poco ci vuole perchè egli non sappia volgere quest'etichetta a suo favore.

9.8.08

Legend Of Neil

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Nell'infinito mare delle parodie di videogiochi, film, serie animate cult ecc. ecc. Legend Of Neil si distingue per pochi e ben determinati motivi. Innanzitutto la premessa (Neil finisce in un mondo simile a quello di Legend Of Zelda per NES in seguito ad una sessione di gioco pesante con annessa ubriacatura e masturbazione pensando ad una fata mentre si strozza con il cavo del controller), poi la realizzazione non eccessivamente cretina (per quanto conceda molto al facile parodismo) e infine la presenza di Felicia Day nel ruolo di una fata.

Per quei pochissimi che non lo sapessero Felicia Day ha prodotto e ha recitato in The Guild (serie terminata e premiata agli ultimi YouTube Awards), era la protagonista femminile di Dr. Horrible e sta diventando sempre di più emblema del video in rete, lei che aveva iniziato con Joss Whedon (Buffy e altri affari).

Se poi siete in crisi d'astinenza da Zelda la visione della serie non è che allievi troppo ma qualcosa fa.

8.8.08

Goto - L'Isola Dell'Amore (Goto, l'île d'amour, 1968)
di Walerian Borowczyk

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Il primo lungometraggio non animato di Borowczyk è un film surrealista-indipendente del 1968, il che da solo dovrebbe dirla lunga.
Molto incentrato su una ricerca formale in aperto contrasto con ciò che il cinema faceva in quel momento (ma paradossalmente molto vicina al cinema delle origini) e sul racconto di una realtà squallida fuori e dentro dove l'unica possibile umanità sembra quella dell'amore clandestino, Goto punta ad essere molte cose applicando uno stile straniante che oggi non sembra colpire più.

A colpire ancora invece sono le scelte fuori dal comune di Borowczyk, il continuo inquadrare oggetti, cose, persone e situazioni quasi solo di profilo, il concepire le inquadrature apertamente come quadri, il voler riprendere una natura brulla, ostile e nemica in ogni senso e l'uso di un bianco e nero con moltissimo contrasto ad evidenziare ogni sporcizia, ogni imperfezione ogni squallore (morale ed estetico).

Goto non è eccezionale, prefigura un po' del cinema di Jodorowsky (che non amo molto) e sempre indeciso sulla direzione di prendere (a livello di trama), trova senso in alcune singole sequenze molto belle (come l'esecuzione capitale) che difficilmente si dimenticano.
Menzione totalmente a parte per il fenomenale finale, talmente bello, intenso, profondo e colmo di significato da sembrare parte di un altro film. Una fuga d'amore e una rinascita dalla morte che valgono più di tutto il film.

Mi ritengo soddisfatto

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C'era sufficiente Zhang Yimou per quanto mi riguarda (e anche un goccio di Addio Mia Concubina).
Come al solito il Boston Globe ha il set di foto definitivo in materia.

7.8.08

Che siate al mare, in montagna o in città poco conta

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Domani (cioè venerdì) alle 14.10 (ora italiana) c'è la cerimonia di apertura dei giochi diretta da Zhang Yimou. Mettere a disposizione di uno dei più grandi registi del pianeta una simile occasione, un simile spiegamento di forze, di fondi e (cito) "un esercito di scimmie ammaestrate" è imperdibile.

Perdersi un evento simile è follia. Chi non lo vedrà per protesta umanitaria non ha prospettiva storica e chi non lo vuole vedere si è già punito da solo. I restanti sono avvertiti.

Update 13.04:
A poco dall'inizio della cerimonia mi chiedo se sia meglio vederla in tv o dal vivo. Solitamente dal vivo le cose sono sempre migliori, tuttavia una cosa simile potrebbe benissimo essere stata concepita per essere ripresa e dunque essere più godibile in video. Ho anche assistito ad una cerimonia d'apertura dal vivo (mondiali di atletica 2001) e non è che mi sia rimasta molto impressa...

3.8.08

"Niente sta scritto"

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2.8.08

Lawrence D'Arabia (Lawrence Of Arabia, 1962)
di David Lean

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Ci sono poche cose migliori di un colossal fatto come si deve. E quasi nessuna migliore di un colossal d'ambientazione esotica della durata di 3 ore e mezza nel quale non c'è nessuna battuta pronunciata da una donna. Che ce ne vuole per fare 3 ore e mezza di film senza nemmeno una donna...

Ovviamente Lawrence D'Arabia è ben più di un film maschilista, è semmai il racconto epico del momento fondamentale nella vita di T. E. Lawrence (quando è stato alla testa della grande insurrezione araba) fatto trascurando uno degli aspetti più importanti della figura realmente esistita: la sua sessualità.
Il film però non ne risente perchè il fuoco è altrove, cioè sulla visione complessa dei dilemmi interiori del protagonista, tutti rappresentati dalle sue molte contraddizioni esterne.

Narciso e autolesionista, folle e coraggioso, audace e vigliacco, pacifista e guerrafondaio, attratto e repulso dal sangue ecc. ecc. Ma ancora di più la chiave più affascinante attraverso la quale leggere Lawrence D'Arabia è la ricerca tutta interna a David Lean del rapporto tra realtà e predestinazione.
Attraverso le gesta di un uomo straordinario, passato alla storia come un grande stratega e una delle migliori menti militari mai esistite, Lean si chiede se lui, che tanto lo desiderava, sia poi riuscito a controllare il suo destino o se nemmeno per lui sia stato possibile. E se lo chiede come tipico del cinema britannico con un uso fenomenale delle immagini impresse su pellicola da 70mm(da questo punto di vista mi chiedo se gli inglesi siano gli asiatici d'Europa...). Se Il Tè Nel Deserto forse mette in scena il miglior deserto mai visto è però Lawrence D'Arabia il film che più sa rendere il "senso ultimo" del deserto come luogo limite dove la vastità degli spazi e la scomparsa degli orizzonti si risolvono in una diversa concezione dell'uomo.

Non a caso in una delle sequenze che meglio assemblano gusto dell'immagine, invenzione visiva, senso del cinema, strutturazione del racconto e grande epica (quella del ritorno di Lawrence dal deserto dove era andato a riprendere il soldato rimasto indietro) è lo stesso protagonista ad affermare con un filo di voce che "Nulla sta scritto".
Eppure quando dopo poche settimane lui stesso sarà costretto ad uccidere a freddo quell'uomo che aveva tanto penato per salvare il commento arabo all'accadimento a mezza bocca sarà: "Si vede che era scritto".

Italian Spiderman

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Ho esitato molto a parlare di quella che almeno qui in Italia è stata la web serie che più ha ricevuto visite, post e fama (per quanto possa una web serie ricevere fama nell'internet italiano) e questo perchè per motivi lavorativi cercavo di contattare i creatori australiani. L'impresa si è dimostrata impossibile (semplicemente non hanno risposto a nessun tipo di messaggio nè da mail, nè da facebook, nè da myspace) e dunque ho atteso almeno la fine della serie per una segnalazione fatta con tutti i crismi.

Anche perchè lo merita Italian Spiderman, serie scritta molto bene che dimostra (assieme a Dr . Horrible) come la serialità in rete non debba essere necessariamente quella della suspense a tutti i costi come fa la Vuguru, ma può anche essere più blanda. Le due serie citate infatti nascono come un progetto unico lungo, poi tagliato per la fruizione ad episodi. Sono quindi privi dei classici (e fastidiosi) finali in crescendo che dovrebbero creare aspettativa per l'episodio seguente.

1.8.08

Animanera (2007)
di Raffele Verzillo

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Ho deciso di non postare più i brutti film, alla fine ha poco senso. Certo che però quando si supera ogni limite una menzione la meritano.
Ecco Animanera è uno di quei film che non solo non vorremmo mai vedere ma non vorremmo mai sapere che sono stati girati. Che non vorremmo mai sapere che c'è qualcuno che li ha scritti, qualcuno che li ha prodotti, qualcuno che ci ha recitato e qualcuno che alla fine di tutto l'ha approvato.

Luca Ward è un commissario della squadra antipedofilia dai metodi spicci e sbrigativi che per questo non piace ai suoi superiori ma che è maledettamente in gamba (foto a destra), a lui viene affidata una psicologa per acchiappare un pedofilo omicida. Tra di loro c'è attrazione (del resto lui gira abbronzato con camicia aperta, ciondolo, stivali e SUV) ma lo spirito indipendente di lui non fa andare la cosa più in là di una fugace e brutale notte di sesso (perchè è affascinante e maledetto).

Dovrebbe essere un film di genere come si capisce dalla trama ma a parte la realizzazione da fiction c'è anche un'idea di cinema folle. Totalmente folle.
Il pedofilo, che nella vita è un rispettabile amministratore di condominio (io comunque l'ho sempre detto che gli amministratori di condominio sono i peggiori), quando rapisce i bambini li porta in uno scantinato con gabbie (giuro), si mette a torso nudo unto (giuro) e a quattrozampe (giuro!!!!) urla e ruggisce (foto a sinistra). Cosa che credo debba simboleggiare il mostro interiore o qualcosa di simile...

Inutile dire dell'atteggiamento da Bruce Willis de noantri che Luca Ward tiene tutto il film, che raggiunge il culmine in una scena nella quale è ripreso frontalmente e immobile mentre punta la pistola al criminale, è ripreso per così tanto ed è così vuoto e insicuro del suo ruolo che in sala si sono cominciate a sentire delle risate trattenute male.

Le foto sono in bianco e nero ma il film è a colori.