31.7.09

MerriME

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La distanza, i problemi e le contraddizioni che la presenza sempre maggiore della tecnologia nella nostra vita quotidiana scatenano sono temi affrontati da quasi tutte le forme di produzione culturale. Libri, film e anche canzoni spesso mostrano la contemporaneità permeata dalla tecnologia ma sempre per magnificare il vecchio mondo, il vecchio modo di fare le cose e i vecchi valori. Come se fossero scomparsi e come se fossero sempre migliori. Colpa di chi questi prodotti li realizza, che solitamente appartiene (non necessariamente in senso anagrafico) a quel mondo così rimpianto.
Fortuna che a fare giustizia ci sono le produzioni per la rete che del vecchio mondo non si interessano proprio e che anzi costantemente rimescolano le carte dei tradizionali generi per riproporli in una chiave realmente moderna, cioè realmente attuale.

29.7.09

La solita questione tecnica sul cinema digitale, un aggiornamento

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Un momento nerd. Giusto per capire di che stiamo parlando.
Una serie di direttori della fotografia americani, che gli americani si sa con i dettagli tecnici ci vanno in fissa, spiegano che la pellicola è ancora meglio del digitale. Ma invece che ripetere le stesse cose dette per anni finalmente danno una spiegazione nel dettaglio con anche delle previsioni.
Se non lo sapete lo standard attuale di cattura e proiezione digitale è 2K, una sigla che indica la risoluzione 2048 × 1556 a 3 milioni di pixel, nel senso che la maggior parte di apparecchi al mondo è capace di arrivare a questo livello. Sempre di più però si cerca di passare alla risoluzione 4K (4096 × 1714 per 7 milioni di pixel) che al momento è giudicata esageratamente elevata.

Quel che però sottolineano i direttori della fotografia (non è chiaro con quale cognizione di causa, cioè se abbiano fatto esperimenti in materia) è che in realtà la risoluzione in grado di equivalere al livello di dettaglio della pellicola è 8K.
Il punto sarebbe che la pellicola rispetto al resto non solo coglie più dettagli ma ha un'escursione maggiore di chiari e scuri. E questo la rende oggi insostituibile.

Questo ci suggerisce che la pellicola non andrà in pensione presto (com'è anche giusto e come è capitato al bianco e nero) ma secondo me costituisce un ragionamento sbagliato poichè giudica il nuovo mezzo secondo i parametri di quello vecchio (che ci ha messo 100 anni di evoluzione per diventare così).
Si può fare un parallelo simile forse quando si pensa a digitalizzare il vecchio ma se si parla di girare nuovi film non ha senso. Se scelgo il digitale non sarà perchè è meglio della pellicola quanto perchè è diverso da essa.
Chi ha visto un Blu Ray su un televisore Full HD o un film digitale in una sala con proiettore 2K, sa che c'è un livello di dettaglio che prima non si era visto. Certo questo non vuol dire che sia meglio, semplicemente che ci sono parecchie diversità e originalità. Senza contare che una maggiore risoluzione non è necessariamente indice di qualità ma può semplicemente diffondere l'errore su una superficie più ampia.

28.7.09

Bastardi Senza Gloria (Inglorious Basterds, 2009)
di Quentin Tarantino

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POSTATO SU
Prima di tutto i dati e la fredda cronaca.
Bastardi Senza Gloria, com'è stato detto in lungo e in largo, non somiglia a Quel Maledetto Treno Blindato ma semmai più a Vogliamo Vivere per il tipo di trama, mentre nel modo in cui è girato somiglia più a Pulp Fiction che a Kill Bill o A Prova di Morte. Non che sia a livello di Pulp Fiction ma il modo di orchestrare le diverse storie (sebbene non atemporale), il modo in cui si alternano azione e dialoghi, il modo in cui propone la violenza (per accelerazioni e non esplosioni) e infine la maniera in cui Tarantino fa il suo cinema e non il cinema di qualcun altro è il medesimo.
Nulla di nuovo o di diverso dal solito. Bastardi Senza Gloria è un bel film di Tarantino, non il suo migliore nè una svolta nella sua carriera ma un suo bel film ambientato in Francia durante la seconda guerra mondiale e ispirato ad un "certo" cinema di guerra, non quello appunto di Castellari o Il Grande Uno Rosso ma più quello delle commedie.

Perchè come sempre alla fine Tarantino ha girato un'altra commedia che mischia tanti altri elementi e generi. Un film molto verboso e molto compassato che si prende tutto il tempo che vuole per proporre dei personaggi (mai approfonditi) estremamente cool, cesellati nel minimo particolare ma volutamente sfiorati e mai compatiti. Tarantino è forse l'unico oggi che riesce a non trasmettere calore per i personaggi (giusto qualche donna ogni tanto) ma unicamente per le situazioni.

Diviso in 5 capitoli il film racconta dell'operazione Kino, andando a spiegare nei diversi capitoli dove si origini il desiderio di vendetta di ognuna delle parti coinvolte grazie a delle scene che sono davvero piccoli gioielli. In certe parti si riesce quasi a percepire la goduria tutta tarantiniana di girare una scena così tipicamente cinematografica. Si percepisce come indugi per aumentare il piacere, come prepari il colpo di scena, come carichi il pathos per poi rilasciarlo nella maniera migliore. Ci gode davvero quell'uomo a fare film.
In particolare è bellissimo davvero il primo capitolo, quello che si chiude con una citazione di 28 Giorni Dopo. Una vera operetta tarantiniana senza citazioni particolari o troppi significati. Cinema scarnificato, quasi eastwoodiano se Eastwood facesse queste cose e se fosse così visceralmente innamorato del mezzo.

Per il resto invece essendo molto lungo il film soffre di una certa stanchezza verso il mezzo ma sopportabile, anche perchè poi il finale recupera.
Non è il capolavoro che ci aspettiamo sempre da Tarantino ma è gran bel cinema.

Ah! C'è una bionda che si deve vendicare (ed è l'unico sentimento che il film si propone di mostrare) e i piedi di una donna hanno un ruolo fondamentale. No perchè ad un certo punto mi ero quasi preoccupato...
Infine è molto strano come il film che ad un certo punto si vede, un film girato da poco nella germania nazista dall'UFA sia così palesemente anacronistico. Gira voce l'abbia fatto Eli Roth e non Quentin, il che sarebbe una spiegazione, ma lo stesso viene da chiedersi come abbia potuto accettare che la proiezione a cui gira il finale del film sia di un film così palesemente lontano dalle opere tedesche degli anni '40. E' quel genere di cose con le quali Tarantino va a nozze!

25.7.09

Cherrybomb (id., 2009)
di Lisa Barros D'Sa e Glenn Leyburn

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO +16

Tre ragazzi in tre giorni danno sfogo a tre disagi diversi in un triangolo amoroso (tale davvero solo per uno dei tre) che segnerà per sempre la loro vita. Il disperato Luke, l’ingenuo Malachy e l’anticonformista Michelle hanno un rapporto difficile con le rispettive famiglie per motivi differenti. Uno lavora in un centro benessere, una è la figlia del gestore del centro e un altro è uno sbandato ma quando le loro vite si incrociano danno sostanza al malessere interiore.

Nonostante una colonna sonora azzeccata, ricercata e in tono con la fotografia, il montaggio e la scelta dei personaggi. Nonostante una trama magari abusata ma raccontata con stile e nonostante la ferma volontà di mostrare per metafora il disagio giovanile Cherrybomb somiglia ad un tiratore scelto che spara al buio: sa farlo bene ma lo stesso non centra il bersaglio.

Dopo aver creato senza remore o false morali una tensione erotica tra i protagonisti, dopo averne spiegato le motivazioni, i presupposti e il background (per ognuno diverso ma per ognuno di disagio) Lisa Barros D’Sa e Glenn Leyburn decidono di tirare le somme del film in un finale che, fingendo di sciogliere la tensione sessuale ed emotiva, in realtà cerca di spiazzare lo spettatore con un'inattesa esplosione di violenza.

Il risultato però non è tanto una chiusura pessimista quanto la finalizzazione di un processo autoassolutorio nel quale tutte le colpe ricadono sui genitori e i figli ne escono come vittime innocenti, marchiate in tutti i loro atti efferati e idioti dalle colpe di figure genitoriali comunque da condannare.

Allora anche le musiche azzeccate diventano ruffiane, la fotografia ricercata diventa di maniera, il triangolo amoroso si rivela inconcludente e tutta la confezione suona fasulla perchè l'obiettivo svelato è accattivarsi la benevolenza dello spettatore giovane sollevandolo da ogni responsabilità e suggerendogli che in realtà ha ragione lui, sempre e comunque.

E se ve lo state chiedendo la risposta è si: lui è Ron di Harry Potter.

24.7.09

La Gabbianella e Il Gatto (1998)
di Enzo D'Alò

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GIFFONI FILM FESTIVAL
OMAGGI

Questo è il primo e l'ultimo film di D'Alò che vedo nella mia vita. Raramente mi sono trovato a dire una cosa simile (e già lo so che non manterrò fede a questo proposito) ma del resto raramente avevo visto un film talmente irritante e mal fatto.
L'idea di cinema per bambini di Enzo D'Alò non è solo stantia e vecchia di decenni (che sarebbe il meno) ma anche arrogante, ignorante e offensiva.

Si inquadrano i bambini come individui in grado di recepire uno ed un solo linguaggio, quello semplificato fino all'inverosimile, e meritevoli di opere che raccontano una storia solo per insegnargli qualcosa. Ma l'insegnamento come lo concepisce D'Alò non è una visione di mondo edificante (che è la strada solitamente più praticata dal cinema americano, anch'esso comunque questionabile) quanto un più provinciale ed ignorante nozionismo.

Tutto La Gabbianella E Il Gatto è un lungo elenco di vocaboli, significati, nozioni e stereotipi sulla “cultura” da scuola elementare. Per altro con degli errori (la storia del cavallo di Troia sarebbe raccontata nell'Iliade, si dice) che costituiscono solo la parte più evidente dell'ignoranza di fondo del progetto. Che poi i bambini magari gradiscano pure il film non centra nulla con la bontà dell'opera in sé ma semmai ha più a che vedere con la magnanimità che i bambini stessi hanno nei confronti del cinema d'animazione e dei temi solitamente a loro cari (di cui D'Alò abusa, allo stesso modo in cui Michael Bay abusa dei corpi femminili a noi cari).

Fermarsi all'idea che un bambino non sia degno di una storia che abbia sentimenti ed emozioni seri, significati da decodificare, uno stile visivo degno di questo nome e infine personaggi che siano in grado sul serio dire qualcosa è una concezione nemmeno vecchia, è oscurantista!
Vecchio è Pinocchio di Collodi, una storia delirante e psichedelica dai mille livelli di lettura, La Gabbianella e Il Gatto è un film, e prima ancora un progetto, buono per genitori pigri e svogliati che non si curano minimamente dei possibili mondi interiori o dell'educazione all'immagine dei propri figli ma ipocritamente esigono materiale per loro rassicurante.
Nei cinema in cui proiettano queste cose dovrebbero fare delle retate.

S. Darko (id., 2009)
di Chris Fisher

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GIFFONI FILM FESTIVAL
ANTEPRIMA

Donnie aveva una sorella. Ma non per questo la sorella doveva avere un film.
Nonostante l'avessimo letto, preventivato e ormai introiettato lo stesso lo stupore davanti all'insostenibile sciatteria di questo sequel è grosso.

Inutile dilungarsi su una trama esile esile e semplice semplice resa ingarbugliata ad arte per scimmiottare l'originale. Del resto S. Darko nasce per sfruttare e succhiare tutto quanto sia possibile dalla buona fede dei molti fan del film precedente. Un'operazione senza senso, senza rispetto e senza professionalità che (fortunatamente) è stata disconosciuta da Richard Kelly, il cui nome compare unicamente dopo la dicitura: “Ispirato ai personaggi creati da”.

S. Darko non lascia sapienti buchi fascinosi qua e là in modo che gli spettatori possano riempirli, non propone un modo di vedere il mondo giovanile, non ha uno stile estetico che possa definirsi proprio e in definitiva “non è”. S. Darko è un non-film che giustappone senza alcuna abilità elementi presi da Donnie Darko con stupiderie da classico cinema dell'orrore becero anni '50, affogando tutto quanto in una melassa dalle alte pretese riflessive e dai tempi dilatati che lo rendono insostenibile anche al pubblico più semplice e benevolente.

La visione blandamente liberal, la polemica accarezzata sul bigottismo religioso e l'idea di viaggio on the road che permeano il film sono insulti belli e buoni alla pazienza, all'intelligenza e alla magnanimità dello spettatore pagante o scaricante.
Ancora peggio il film si offre di spiegare e così facendo si arroga il diritto di chiarire alcuni punti del film precedente. Riprendendo le tematiche della premonizione, della "fine del mondo" e del viaggio nel tempo e organizzandole in un sistema che gli dà uno ed un solo chiaro senso, il film vorrebbe chiarire ogni dubbio anche sui misteri della storia di Donnie di fatto recando oltre alla beffa anche un danno. Per fortuna lo spettatore può evitare tutto questo semplicemente vedendo altro.

22.7.09

Comizi D'Amore (1965)
di Pier Paolo Pasolini

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GIFFONI FILM FESTIVAL
RETROSPETTIVA

Non nascondo una certa naivitè nell'affermare come rimanga sempre stupito quando mi accorgo che una certa rivoluzione stilistica, una certa innovazione o un passo avanti formale in realtà non sia nulla di nuovo ma venga da qualcosa di già fatto e fatto in Italia.

Di Comizi d'Amore avevo visto solo degli estratti (passano molto in televisione), non mi ero mai goduto il prodotto (e quindi pasolinianamente) la "riflessione" nel suo intero, quindi di fatto non avevo avuto mai modo di notare come Pasolini con questo film inventi di fatto il documentario-inchiesta poi ripreso da Michael Moore.
Autore sempre in campo a fare le domande in prima persona, montaggio di parte e falsificatorio, contrappunto con interviste meno battagliere e più riflessive, utilizzo ironico (senza commento) di ciò che viene rivelato, ricerca degli interlocutori più ridicoli a fronte poi di altre persone autorevolissime.
Certo l'intento pasoliniano è più onesto (ma nemmeno troppo) di quello che solitamente muove Michael Moore, ma la forma è quella.

Inutile commentare come i costumi fossero gli stessi (ma nemmeno troppo), come in nuce ci sia già il '68 o le riflessioni di Moravia a latere. Il punto è che Pasolini gira un documentario con un obiettivo e dichiara (ma è un artificio retorico) anche il fallimento della sua impresa benchè arrivi a molte risposte (il conformismo imperante in primis). E ancora più centrale mi sembra come Pasolini, che prendeva sì gli attori dalla strada ma solo per andare ancora più a fondo con la finzionalità dei racconti, bari a piè sospinto. Giustappone le immagini come crede e aggiunge molti propri commenti posteriori alle interviste ribattendo alcune cose che si dicono, prendendo in giro ma anche sminuendo certe affermazioni senza dare un possibile contradditorio.

La cosa potrebbe svilire la complessità della dialettica sul tema e invece è un valore aggiunto perchè il regista ha una sua idea forte (l'ha sempre avuta) sul proletariato, l'Italia e i suoi valori imperanti ecc. ecc. E benchè giri a fare interviste sa già dove vuole andare a parare e quella è la cosa che conta, lo si vede anche nella autocensure, cioè i momenti in cui leva l'audio scrivendo appunto "AUTOCENSURA", tagli che avrebbe potuto levare ma che lascia per mostrare che esiste l'immostrabile al cinema ma il dicibile davanti alla telecamera.
Il resto sono volti, volti pasoliniani a sfare.

21.7.09

Johnny Mad Dog (id., 2008)
di Jean-Stéphane Sauvaire

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO (+16)

Uccidono, urlano, marciano, conquistano e violentano. Hanno tra gli 8 e i 17 anni, sono i ragazzi soldato, braccio armato e inconsapevole della rivoluzione in un mai nominato paese africano (che si intuisce essere la Liberia), menti facilmente plasmabili e indottrinabili per un esercito dagli inesistenti ideali. Così è Johnny detto “cane pazzo”, capo di un piccolo plotone di ragazzini armati fino ai denti e alle dipendenze di una rivoluzione che si ritorcerà contro di loro lasciandoli soli all'improvviso. Soli e naturalmente impotenti di fronte alle conseguenze delle loro azioni.

Non risparmia nessun colpo basso Jean-Stéphane Sauvaire, i suoi guerriglieri fanno di tutto (anche se quasi sempre fuori campo) e nonostante l'efferatezza dei loro atti la percezione della violenza mentale su chi subisce (ma anche su chi perpetra) sembra sempre atroce quanto la violazione della carne.

Di violenza in violenza, di sparatoria in sparatoria, il film procede accostando scene di guerriglia per raccontare, senza un intreccio preciso, la marcia di Johnny e del suo plotone. Il registro però non è mai quello del documentario, sebbene non ci sia un intreccio propriamente detto Jean-Stéphane Sauvaire trova sempre una forma di microracconto in ogni azione di guerriglia, perchè ai fatti corrisponda sempre un'emozione e perché la fiction non ceda mai il passo al semidocumentarismo.

Se a Johnny e ai suoi soldati è dunque lasciato il compito di raccontare lo scenario e la realtà dei bambini soldato, a Laokolè è lasciata la parte simbolica. La sua storia di fuga dal villaggio (per l'arrivo di Johnny e del suo plotone), perdita del padre e del fratello piccolo e peregrinazione si incrocia solo alla fine con quella del cane pazzo che ormai ha perso tutto per unire simbolismo e azione e tirare le fila del film.

Peccato quindi che Johnny Mad Dog, a fronte di un inizio impressionante e ricco di spunti, si vada poi perdendo nel suo svolgersi. Quando è il momento di raccontare il ragazzo invece che il capobranco il film non regge più la forza e la spinta iniziali, così nonostante una buona chiusura lo stesso l'impressione è che il discorso che il film si sforza di portare avanti non abbia la medesima forza delle riflessioni che ruotano nella testa dello spettatore.

20.7.09

Accidents Happen (id., 2009)
di Andrew Lancaster

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO (+13)

Bill Conway è perseguitato dagli incidenti. Incidenti che capitano di continuo a lui e a chi gli sta vicino. Dalla morte accidentale del vicino allo scontro in macchina che uccide sua sorella e rende vegetale suo fratello fino alle piccole botte in testa ed escoriazioni o all’omicidio involontario del padre di un suo amico. Bill non è molto fortunato ma lui e tutte le persone che intorno a lui vivono questi drammi hanno una maniera sorprendentemente scanzonata di tirare avanti nonostante i lividi e i lutti.

Potrebbe sembrare un dramma senza speranza Accidents Happen, invece è un film dallo straordinario ottimismo e dai molti momenti comici. Un film che racconta poco meno di qualche mese all’interno di una famiglia che per gli eventi che accadono sembrano però anni. Dotato del passo tragicomico delle migliori commedie italiane il film angloaustraliano non risparmia disgrazie ai propri personaggi che di contro sembrano resistere a tutto in virtù di un indolente esigenza di andare avanti. Ci sono divorzi e spaccature, c’è chi si dà all’alcol e chi si chiude in se stesso ma nulla è permanente perché ad ogni modo la vita continua.

C’è un che di straordinario in come Andrew Lancaster orchestra il suo film. Gli incidenti sempre ripresi con un curatissimo slow motion non sono l’unica precisa scelta di stile così come la volontà di levare ogni certezza, ogni punto fermo e ogni appiglio alla vita di Billy cozza apparentemente con la caparbia ricerca di un equilibrio da parte del ragazzo. Lancaster accumula disgrazia e smembramenti riuscendo a suscitare il riso anche senza battute.

Gli incidenti capitano, ci viene detto lungo tutto il film, gravi e meno gravi, ma la cosa più interessante è come le persone continuino imperterrite a superarli, creando nuovi equilibri. Nell’universo del film il caso si accanisce con una sfacciata malignità contro la famiglia Conway, senza però riuscire mai a fiaccarla davvero, nonostante il dominio assoluto degli eventi alla fine l’impressione è che ognuno rimanga responsabile e padrone del proprio destino e che gli incidenti, appunto, capitino ma siamo noi con le nostre reazioni a determinarne l’entità, a decidere se farci travolgere o meno.

Accidents Happen, pur applicando lo stile e il “realismo” (virgolette obbligatorie) delle nuove commedie indipendenti americane da Sundance Film Festival, riesce finalmente a superarne l’intrinseca ruffianeria mostrando un mondo sì fascinoso ma anche problematico e non accettabile in blocco. E in questo senso il finale (una volta tanto davvero a sorpresa) non fa che ribadirne una volta di più la forza morale.

Il Bell'Antonio (1960)
di Mauro Bolognini

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GIFFONI FILM FESTIVAL
RETROSPETTIVA

E' in corso una rivalutazione critica dei lavori di Mauro Bolognini, per molto tempo considerato un minore e adombrato da Pasolini con cui ha molto lavorato. Dimostrazione di questo è che io, per esempio, nella mia vita ho incontrato pochissimo le sue opere.
Dire che Il Bell'Antonio è cinematograficamente sorprendente è davvero poco. Adattato dall'omonimo romanzo assieme proprio a Pasolini (la cui poetica e il cui stile filmico permeano le prime opere di Bolognini) il film ha una profondità di lettura inconsueta (da approfondire sarebbe tutto il discorso sfiorato sulle “ciglia lunghe” di Antonio e il trucco inusuale di Mastroianni). Sotto la storia di Antonio, quasi impotente a fronte di tanta bellezza nella Catania machista e sotto sotto ancora fascista degli anni '60, c'è un mondo di idee.

A cominciare dal discorso che viene portato avanti sulla “parola”. Molto del film è imperniato intorno alla forza della comunicazione verbale. I pettegolezzi sono fondamentali, la veicolazione delle voci è il cuore di tutto, ma anche ogni azione e ogni reazione, ogni provocazione e ogni momento di “guerra” è portato avanti non con i fatti ma con le parole.
Succede infatti poco in Il Bell'Antonio, ma le parole hanno un peso determinante (“Ho in serbo due o tre paroline fredde per quei Puglisi” dice ad un certo punto il padre al culmine della rabbia).

E poi c'è tutta un'idea di film molto particolare e molto simile a quella cui Germi darà vita solo un anno dopo. I toni grotteschi da commedia che dovrebbero essere quelli dominanti in realtà non lo sono e irrompono totalmente inattesi in una narrazione altrimenti drammatica (diceva Pasolini "piena di una misteriosa e seducente suspense") e sono tesi a ridicolizzare senza pietà e senza critica costruttiva i valori imperanti in Sicilia (senza però quella rassegnazione sconsolata di Germi) è una condanna intellettuale perpetrata attraverso la comicità senza ironia.
Se ad Antonio è lasciato tutto il dramma, ai genitori e al resto dei personaggi (che sono poi i catanesi) il film riserva sempre un momento di ridicolo, una canzonatura registica che ne svilisce il presunto rigore morale e la presunta forza.
Forse anche per questo la sorpresa è che Antonio (cioè Mastroianni) non è il vero protagonista del film. Lo è almeno al pari dei due genitori. Cioè il dramma in sé non è più importante di come il dramma viene vissuto, alimentato e di fatto creato. Un girare intorno al problema per indagarne non le fondamenta ma le conseguenze che è assolutamente straordinario.

Tutto viene ripreso con uno stile molto particolare e poco definito. In certi momenti Bolognini si dimostra capace di trovare un'invisibilità preziosa e raffinata, in altri invece inserisce frammenti più “autoriali” (nel senso dei cahiers du cinema) con continui lenti zoom in avanti per aprire le scene e virtuosismi come la stupenda sequenza di chiusura (una vera idea di regia, di quelle d'altri tempi) in altri infine cerca il realismo puro, in particolare con una sequenza di Antonio per strada che è palesemente rubata e forse stona anche un po' con lo scorrere altrimenti molto rigoroso del film.

19.7.09

Lucidità di Davide Ferrario

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Sempre impressionante nel rigore e nella secca esattezza dei suoi ragionamenti
in Italia oggi i modi di fare cinema sono principalmente due: il cinema dell'immagine (come Il divo e Gomorra, che hanno la loro importanza non per i temi che trattano ma per la forma che mettono in scena) che è quello che vorrei fare anche io, quello dove il regista pensa alla forma. E poi ce il cinema del contenuto, solitamente commedie dove la storia e i dialoghi sono più importanti. Alcuni ottimi esempi sono i film di Paolo Virzì ma anche Ozpetek, Comencini ecc. ecc. io in questa categoria non mi ci vedo e quindi anche i temi che loro affrontano (i problemi della famiglia borghese sostanzialmente) non mi interessano proprio sia come spettatore che come cittadino.

Viviamo in un mondo diverso dall'Italia del dopoguerra, raccontiamo cose meno interessanti riguardo una società che è come tutte le altre occidentali. Affrontiamo oggi problemi che le altre società avevano anni e anni fa e quindi arriviamo in ritardo su tutto. Che interesse possiamo avere per gli stranieri? Le cose che più hanno girato negli ultimi anni sono tutte ambientate nel passato.

Max Embarassing (Max Pinlig, 2008)
di Lotte Svendsen

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO +10

Max pensa di essere la persona più imbarazzante del mondo. Lui e sua madre. Soprattutto sua madre. Ogni cosa che fa e ogni cosa che gli capita finiscono per metterlo in imbarazzo. Non è eccessivamente socievole né estroverso e quindi non è molto inserito a scuola e quelle poche volte che sembra essersi guadagnato qualche amicizia (o forse di più) succede qualcosa di imbarazzante contro la sua volontà. Addirittura anche le festività natalizie e di capodanno saranno occasione d’imbarazzo.

Abituati come siamo ad un cinema punitivo danese questa commedia adolescenziale ci coglie di sorpresa, non solo per come azzecca un taglio particolare al racconto dei difficili rapporti figli/genitori ma anche per come padroneggi sapientemente i meccanismi comici.

A Max manca il padre e molto. Cerca di supplire, cerca di aiutare altri nella sua condizione, cerca di essere migliore e cerca di sopravvivere più che vivere, perché è nell’età in cui non si è padroni di ciò che succede. E forse questo imbarazzo, questo forte imbarazzo di fronte al quale si è anche incapaci di reagire per inesperienza, è la metafora più calzante per un intero periodo.

I continui imbarazzi di Max vengono principalmente dall’errata percezione che la madre ha di lui. Non è più un ragazzino ma da troppo poco perché si possa capire quali siano le sue nuove esigenze di ragazzo e non è nemmeno un adulto capace di parlare per se stesso spiegando cosa voglia. Certo la madre ce la mette tutta per creare situazioni difficili e oltre a mettere in imbarazzo il figlio spesso mette in imbarazzo anche con se stessa ma la metafora dell’incapacità di comunicare comunicata attraverso la continua errata percezione di cosa sia meglio per il proprio figlio non solo è calzante ma anche vicina a qualsiasi spettatore.

Lotte Svendsen si rivolge ai ragazzi ma con un’abilità e una capacità che rendono il suo film godibile anche per gli adulti. Le storie di ragazzi per ragazzi possono essere intelligenti e complesse, dotate di diversi livelli di lettura senza che venga trascurato quello principale e più immediato utile a tenere avvinghiato il pubblico più giovane.
La voglia di non ricadere in stereotipi e di non mostrare l’infanzia come un periodo più roseo e semplice di quanto non sia si vede specialmente nel rapporto di Max con le ragazze, lontano anni luce dall’idea dell’unico amore ideale e molto più vicino all’insensata e poco sentimentale voglia di ottenere tutto ciò che è possibile.

18.7.09

L'Era Glaciale 3 (Ice Age 3, 2009)
di Carlos Saldahna

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GIFFONI FILM FESTIVAL
ANTEPRIME
POSTATO SU

Si sentiva bisogno di un terzo episodio? Probabilmente no, ma la cassa continua a dire "Si" e a giudicare dagli incassi nei diversi paesi in cui è già uscito è stata un’ottima decisione. Ottima come quasi tutte le decisioni commerciali della Blu Sky, casa di produzione che con la serie L’Era Glaciale è arrivata a poter competere con i grandi. Almeno commercialmente.

Questo terzo episodio racconta di Manny e Ellie che aspettano la nascita della figlia, di Diego che sente di non avere più lo smalto di una volta e si chiede se forse questa vita familiare non gli faccia male e Sid che vuole anche lui mettere su famiglia. E proprio in un maldestro tentativo di fare questo il bradipo scopre tre uova di dinosauro che adotta scatenando le nuove avventure che porteranno tutta la banda nel sottosuolo dove c’è una sorta di mondo perduto, un Eden caldo e pieno di vegetazione e animali preistorici.
Nulla di nuovo, compresa la finta sorpresa di un nuovo elemento aggiunto alla compagnia: Buck (in originale doppiato da Simong Pegg). Ad onor del vero però Buck è la nota più positiva del film.

Rimasto troppo tempo da solo contro i dinosauri del mondo perduto è diventato completamente matto sebbene sia anche espertissimo dei pericoli locali. Lui è l’unico che li può guidare anche se sembra il meno affidabile. La sua ossessione principale è un gigantesco dinsauro bianco che gli ha cavato un occhio (difatti ora porta una benda) e a cui lui ha staccato un dente ricavandoci ora un coltello.
Buck porta un po’ di sana assurdità, non tanto con le gag slapstick e gli improvvisi cambi di fronte ma con la totale insensatezza e la mancanza di motivazioni del suo agire. Il riferimento mobydickiano è sufficientemente chiaro ma anche poco invasivo o fuori luogo. Effettivamente è reso bene il concetto alla base dell’opera (anzi del suo propagarsi postmoderno in altre opere) cioè l’ossessione e l’impossibilità di esistere senza la propria ossessione.

Certo non si sentiva davvero il bisogno di un terzo film di L’Era Glaciale e la presenza positiva di Buck è una magra consolazione a fronte di una desolazione totale del resto del film. Inutile dire che il “tema” della maternità è il solito pretesto che a non so più chi può sembrare un punto a favore della pellicola.
L’uso del 3D è invisibile, come si conviene in questo primo periodo, ma talmente invisibile che davvero non se ne sente nemmeno il beneficio. Vederlo in due dimensioni non fa alcuna differenza.

Perchè Wired è Wired

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17.7.09

Ancora più dell'originale???

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8 commenti

Da quello che Eva Mendes dice su Il Cattivo Tenente di Herzog si ha l'impressione che non abbia visto l'originale:
Mi aspettavo che Werner si mangiasse una scarpa ma non l'ha fatto [delusione ndb], però è stato morso da una lucertola [ora lo riconosco ndb]. In realtà è un tipo molto tranquillo e molto concentrato. Sa quel che vuole e sul set è una persona davvero alla mano.
Il film non sembra molto americano e credo infatti che agli americani non piacerà, forse però piacerà agli italiani.
Si tratta di un remake lontano dall'originale di Ferrara. E’ decisamente più dark ed estremo.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni giovedì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Chiusura stagionale tutta in ribasso con i pessimi La Rivolta delle Ex, Outlander e Transformers 2. A risollevare il morale ci pensano unicamente la televisione e le previsioni sul Giffoni Film Festival.

LA PUNTATA DEL 02/07/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

A Time To Love (Zamani Baraye Doost Dashtan, 2008)
di Ebrahim Forouzesh

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO +10

Il cinema iraniano non è sempre come lo si dipinge. Al di fuori dei circuiti festivalieri canonici gira questo A Time To Love che sembra dalla fotografia e dalle riprese un film italiano anni ’80, di quelli di poche pretese ma ben riuscito, una cosa da sabato pomeriggio in tranquillità, mentre nella trama è puro Matarazzo.

Il film racconta di un bambino con una grave forma di handicap che gli consente tutti i movimenti ma gli impedisce di controllarli correttamente, cosa che sfocia in un modo di parlare, muoversi e camminare grottesco che lo rende oggetto di scherno. E qui comincia il drammone. Scherno dei compagni e degli amici che si riflette sul fratello (che invece è normale) e i genitori, stufi di litigate, figuracce (che, si intuisce, sono particolarmente gravi per l’ordinamento sociale locale), difficoltà e temendo che tutto quanto abbia una cattiva influenza sul fratello sano, da prima decidono democraticamente di abbandonarlo con relativa inquadratura dallo specchietto retrovisore della macchina in corsa che incornicia il bambino abbandonato che diventa sempre più piccolo (ma la madre non condivide e corre a recuperare il figlio) e poi con ancor più spirito progressista semplicemente lo chiudono in una stanza cercando di cancellarlo dalla vita sociale del fratello.

Fosse stato un film americano a basso budget della fine degli anni ’70 il ragazzo handicappato sarebbe diventato un serial killer imprendibile al limite del sovrannaturale. Invece qui la cosa è più giocata su: “Figlio degenere sei la mia vergogna!” – “Ma io ti voglio bene lo stesso papà!”.
Ammetto però che a tratti il film non è male, diretto con sobrietà (che è un po’ caratteristica del cinema iraniano) e taglio moderato. Le sottolineature melodrammatiche ci sono: musica, rissa, lacrime, sangue e strette di mano procedono in armonia ma mai in maniera inasiva e sempre con un casto rispetto delle regole del genere. Da amante del melodramma l’ho apprezzato.

In sala erano presenti unicamente bambini fino ai 12 anni e alcune sparute mamme e/o nonne del luogo come accompagnatrici. Il film era in iraniano con sottotitoli inglesi e italiani e tutti hanno seguito in silenzio (so che non dormivano perchè applaudivano nei momenti giusti anche senza che ci fosse la musica a svegliarli) e si udivano distintamente i singhiozzi in sala. Ovazione finale.
A lungo ho cercato di spiegarmi questa reazione per me sul momento inspiegabile e alla fine ho realizzato come, nonostante la cornice culturale e filmica diversa, le dinamiche base del film (padri violenti e accusatori che poi si sciolgono e diventano buoni tutto d’un colpo, il finale che risolve tutto verso il positivo, la presenza di personaggi che riassumono in sè tutto il male della società e del caso verso il protagonista infinitamente buono) siano le stesse caratteristiche del melò classico matarazziano, stilemi eterni che, dunque, ancora funzionano. FUNZIONANO!.

16.7.09

Summerhood (id., 2008)
di Jacob Medjuck

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO +10

Ogni estate si incontrano al campeggio. Ogni estate segueno le stesse dinamiche anarcoidi: i sorveglianti che si disinteressano di loro per andare con le figlie del direttore e finire così regolarmente licenziati, le attività all'aria aperta gestite approssimativamente, le punizioni senza senso e via dicendo. Quest'anno però per i quattro storici amici e per il loro gruppo le ragazze non sono più soltanto il nemico a cui fare scherzi.
L'infinito rispetto di Jacob Medjuck per l'età infantile e quella adolescenziale paga. Summerhood pur raccontando di bambini che crescono e adulti che regrediscono riesce a non essere mai stupido e a narrare con leggerezza la materia più abusata: le trasformazioni dall'età infantile a quella adolescenziale.
Il primo bacio dei bambini, come l'ennesimo rapporto sessuale dei sorveglianti eterni ragazzini, i grandi come i piccoli e il campo estivo come luogo di libertà e amore al limite dell'etica hippy, dove le regole esistono ma semplicemente non vengono rispettate, dove i partecipanti in linea di massima si autogestiscono imponendo l’unica legge che conoscono quella della socialità.
Bulli, gruppi chiusi, gruppi aperti, rivalità, scherzi, amicizia ma anche litigate. Astio verso le femmine ma anche attrazione. Summerhood non è un film per bambini nel senso peggiore e svilente del termine ma un film che parla di bambini con la serietà con la quale ci si rivolge agli adulti e che quindi è godibilissimo anche da questi ultimi. Anzi per loro può essere un'autentica boccata d'aria.
Non stupisce che la storia sia in larga parte autobiografica. La complessità con la quale è raccontato il mondo interiore di ognuno dei bambini coinvolti, anche del più marginale, sono degni del miglior Spielberg e quindi del miglior realismo. E se i fatti in larga parte sono poco plausibili i sentimenti lo sono sempre.

C'è vita dopo ThePirateBay

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Proprio nei giorni in cui in Italia la SIAE annuncia la volontà di creare Legal Bay, l’alternativa legale al download pirata che non ha avuto idea migliore se non sfruttare il nome del grande sito pirata finendo per essere già oggi fuori dal tempo (quanto ci potrà sembrare vecchio tra un anno quel nome?), nel resto della rete mondiale spuntano come funghi dei nuovi tracker (cioè i sistemi che rintracciano le varie porzioni di file che l’utente scarica usando il protocollo Torrent) che sembrano più avanzati di quello di ThePirateBay e che sono pronti a prenderne il posto non appena questo smetterà di funzionare (nonostante infatti la condanna sia stata pronunciata il sito al momento è ancora attivo). Tracker migliori, più efficienti e più sicuri. Per il pirata ovviamente.

Jordan & Bear

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Provate a guardare i primi minuti del primo episodio di Jordan & Bear e capirete cosa intendono i suoi creatori Christopher Zanti e Nikola Markovic quando dicono che la loro intenzione principale era quella di "cercare di creare un prodotto per la rete con un pizzico di cinema in più".
In realtà il cinema nelle webserie (nelle migliori), c'è sempre. C'è la sua esperienza, il suo passato, l'applicazione delle sue regole fondamentali e il respiro dei suoi generi. In Jordan & Bear infatti si comincia con una rapina, nulla di più classico, per introdurre subito alla cornice interpretativa della serie ovvero il noir, quel mondo in cui è facile morire e difficile amare.

15.7.09

La Cina è vicina

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Al festival di Giffoni bloccano i siti internet. Nella sala stampa non si può accedere a Facebook, non si può accedere a YouTube e non si può installare Flash. In una sala stampa. Si pensa che una persona stia 14 giorni qui, tagliato fuori dal mondo.
Accade poi che Google Documenti, per me indispensabile risieda sul medesimo server di YouTube, dunque è anch'esso bloccato nonostante non usi più banda di altri siti. Sono fregato.

E' accaduto che i siti in questione intasano la rete e bloccano tutta la navigazione per gli altri, compresi i fotografi (che ne hanno più bisogno di altri per l'invio delle foto) e "vi rendete conto di dove siete o no? Che qui l'ADSL ci arriva con il doppino di rame" mi rispondono e in effetti nei giorni precedenti si andava lentissimi.

Intanto mi tocca usare dei server proxy alternativi, roba programmata pensando alla Cina (sul serio!), strumenti pensati per paesi non occidentali che sono in difficoltà ma che tornano di nuovo utili agli occidentali stessi quando sono in difficoltà. Navigo rallentato, sopporto e medito bene su chi individuare come colpevole di tutto questo immenso (e lungo) disagio.

Harry Potter ci mostra come la tecnologia sia la nostra magia

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Non esistono nani, elfi o maghi con il cellulare, perchè una caratteristica fondante di tutti i racconti fantasy è il rifiuto della modernità, non a caso sono quasi sempre ambientati in altre epoche. Il genere stesso trae parte del suo fascino dalla rievocazione di un altro scenario e di quegli altri valori ad esso collegati (fratellanza, rigore, etica, onore, onestà ecc. ecc.).
Ma se è chiaro perchè Frodo non ha un motorino, meno chiaro è perchè Harry Potter non ce l'abbia. Il mondo fantasy di J. K. Rowling infatti è uno dei pochissimi e forse l'unico tra quelli di grande successo ad essere moderno, ad un altro tempo infatti la Rowling sostituisce un altro luogo per la sua rievocazione di valori, intese e dinamiche di genere.

Eppure quello del rifiuto della tecnologia nella saga di Harry Potter è un falso principio, perchè pur mancando gli oggetti tecnologici nella vita ad Hogwarts sono presenti le loro funzioni. Quasi tutte le magie d'uso comune padroneggiate dai normali maghi (quelle per le quali non è necessario un particolare studio) servono a fare ciò che nel mondo reale si fa con la tecnologia, confermando implicitamente una grande verità del nostro tempo, cioè che la tecnologia è la nostra magia.

10.7.09

Harry Potter e Il Principe Mezzosangue (Harry Potter and The Half Blood Prince, 2009)
di David Yates

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POSTATO SU
Che io poi ad un certo punto mi ci ero anche appassionato alla saga di Harry Potter. Non avendo letto i libri in alcuni film sono riuscito a trovare quel fascino oscuro che ci avvince alle storie fantastiche, sono riuscito a trovare quell’ansia per la scoperta dei misteri che è alla base di tutto. Ma solo in alcuni film e di certo non in quello di Yates.

Purtroppo sarà lui a dirigere anche i prossimi (e ultimi due) quindi dovremo sorbirci un viraggio sul blu costante, scene tagliate con l’accetta, recitazione arrancante e un’idea del ritmo sotto le scarpe. Questo Harry Potter e Il Principe Mezzosangue in particolare dura 150 minuti, buona fortuna!

Il tema principale è il rimpianto e la necessità di riscattare il passato. Contrariamente alle altre volte è trattato in maniera meno marcata perchè più spazio viene lasciato alle avventure sentimentali dei giovani maghi, avventure che nonostante possano fregiarsi dell’uso di espedienti quali filtri d’amore risultano più mosce che mai. Bruttissimo comunque il momento in cui Harry Potter scopre che il libro che legge gli insegna cose pericolose e rinuncia a leggerlo. Rinuncia a sapere per una scelta di supposta “sicurezza”. Buttissimo.
Stavolta con un colpo di teatro l’insegnate di difesa contro le arti oscure diventa Renato Zero Severus Piton (quindi è il nemico principale) perchè il professore nuovo arrivato prende il suo posto come insegnante di pozioni per esigenze di trama (si tratta di uno straordinario Jim Broadbent capace di supplire anche alla pessima direzione degli attori di Yates).

La trama generale avanza di pochissimo continuando ad introdurre invece che affrontare e sebbene verso la fine ci sia un colpo di scena, si avverte molto come non sia successo nulla in realtà, lasciando che quelle due ore passate a guardare immagini blu e virtuosismi, che tali non sono perchè frutto di aiuti digitali, sembrino veramente sprecate.
Il problema è che Yates adatta male! Sorvola su tutte le cose davvero avvincenti (le magie, i filtri, i segreti del libro del principe mezzosangue…) fermandosi invece sugli elementi più banali, quelli che in sostanza non sono tipici della saga ma riscontrabili in qualunque altro film. E non riesce nemmeno, come gli altri registi, a svincolarsi da Il Signore Degli Anelli quando è il momento di mettere in scena le parti lotta magica.

9.7.09

Ghost Town (id., 2009)
di David Koepp

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POSTATO SU
A me Ricky Gervais piace. E molto. E devo dire che non sono nemmeno troppo contro le innocue commedie romantiche americane, almeno fino a quando si rendono conto di quello che sono e non vogliono strafare o pontificare sulla morale del vivere civile.

Ghost Town fortunatamente non lo fa, non è la classica commedia a sfondo matrimoniale, nè una di quelle che cerca di delineare le linee guida del corteggiamento (benchè ci vada vicino in molti momenti), dall'altra parte però non riesce nemmeno a fare un uso veramente accorto della comicità devastante di Gervais, che si intravede solo nei momenti all'interno dell'ospedale (immagine centrale). Il film infatti non si concentra troppo sul "ridere", quanto sul coinvolgimento emotivo.

David Koepp è decisamente più a suo agio con le sceneggiature che con la regia, ma è un uomo di cinema nel senso più pieno del termine e così riesce a creare più d'un momento intenso. E' quasi ammirabile la sua ferma volontà di dare vita a qualcosa che sappia essere ancora sentimentale pur all'interno di un genere altamente codificato, colmo di dinamiche che col tempo e l'utilizzo ripetuto sono state svuotate di significato.

Non che succeda nulla di veramente originale in Ghost Town: un uomo vede i fantasmi che popolano New York e aiuta uno di loro ad assicurarsi che la moglie (ancora viva) non finisca con l'uomo sbagliato. Nel farlo, neanche a dirlo, si innamora.
E' interessante però come Koepp descriva il grigiore della vita del protagonista prima che l'amore la invada e con quale approccio delicato metta in scena la consueta dinamica innamoramento reciproco/equivoco che scatena l'allontanamento/ravvedimento finale. C'è un tocco particolarmente delicato e partecipe in come incastra i personaggi negli ambienti (la tristezza della casa e dello studio, la forza delle strade di New York, la novità del museo ecc. ecc.) e anche un passo rallentato che fa respirare bene il film rendendolo, alla fine, davvero godibile.

Tutti i numeri (del funerale) di Michael Jackson

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Già al momento della sua dipartita Michael Jackson aveva rischiato di portare con sé la Rete, tante erano state le connessioni simultanee a siti d'informazione, Twitter, Facebook e via dicendo. La sete di informazione, e soprattutto di condivisione, degli utenti è stata tra le più alte mai registrate e tanto di questo consumo mediatico è stato indirizzato al video.
A diffondere un feed video pensato e ottimizzato per la Rete sono stati i principali giornali e network statunitensi, ognuno contando i propri spettatori (motivo per il quale è complesso avere una cifra unica e globale). Di sicuro però c'è Facebook, il social network più scelto come partner sociale della visione, il quale ha dichiarato 759mila utenti connessi dal sito CNN e 773mila aggiornamenti di status, con un picco di 6mila aggiornamenti di stato al minuto

8.7.09

Lost ovvero come si sopravvive con gli altri e si muore da soli

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Gli appassionati di Lost si dividono in due categorie: quelli che seguono la serie e la amano e quelli che non ne hanno mai visto un episodio e ancora non sanno di amarla.
Lo show simbolo per eccellenza della "primavera della serialità statunitense" è una delle più grandi droghe mediatiche dei nostri tempi, nel senso che dà tantissima dipendenza e il suo consumo soddisfa solo momentaneamente, subito dopo ritorna la fame.

Merito di una trama e di una scrittura fuori dal comune per originalità, maestria nel raccontare e fascino. Contrariamente a quello che si pensa però J.J. Abrams, sempre indicato come "la mente dietro il progetto", non centra nulla.

6.7.09

Le dieci ragioni per le quali non ci libereremo in fretta dei DVD

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Se avete un lettore DVD e state pensando di disfarvene perchè il formato è ormai arrivato alla fine della sua corsa pensateci due volte. I DVD non scompariranno così in fretta dalla nostra vita.
Nonostante le tante grida di successo all'alba della fine della guerra di formato con HD DVD, non sembra infatti che il formato ufficiale per l'alta definizione, il Blu-Ray, possa conquistare i cuori del pubblico nello stesso breve lasso di tempo che è servito al DVD per soppiantare il VHS.
Il perchè sta nelle seguenti 10 sintetiche ragioni.

Tutti Intorno a Linda (2009)
di Barbara e Monica Sgambellone

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POSTATO SU
Dotato di una voce fuoricampo simile nelle intenzioni a quella di Il Favoloso Mondo di Amelie (ma alla fine più invadente, saccente e didascalica), di una protagonista svampita allegra e incasinata come quella di La Felicità Porta Fortuna e girato come una commedia movidana spagnola di inizio anni '80 (ma senza la carica eversiva di quel cinema) Tutti Intorno a Linda sembra un curioso anello di congiunzione tra cinema e fiction televisiva.

Protagonista a parte, tutto è abbozzato, accennato e non approfondito. I personaggi sono solo "ruoli", cioè non hanno anima ma si presentano e agiscono per il ruolo e la funzione a che hanno (ex ragazzo, amica del cuore, amante ecc. ecc.). Le scene sono girate e illuminate come quelle di una serie televisiva anche se poi l'orchestrazione del racconto è da film.

Si parla di Linda che è affetta da uno strano male le cui cure sono due: avere un figlio o operarsi. E siccome Linda è anche ipocondriaca deve trovarsi e alla svelta qualcuno con cui fare un figlio. La follia e la leggerezza con cui è presa l'idea di fare un figlio alla svelta, sono anche carine, come carina (anche se di certo non nuova) è la trovata di usare un film non tanto per raccontare dei fatti o un personaggio ma per parlare di uno stile di vita. E poi il personaggio di Linda è tratteggiato bene (e Maria Victoria di Pace è splendida).

Ma appunto solo intorno a Linda le cose sono decenti, il resto del film si perde miseramente, anche perchè a fronte di pochissime battute riuscite (e sono quelle che più somigliano all'umorismo da serie tv) la commedia presenta situazioni slapstick non sfruttate fino in fondo e un gioco di incastri ed equivoci stantio.
Tutti Intorno a Linda sembra il classico caso di film che partendo da un'idea interessante poi manca di audacia realizzativa e volendo essere un film tutto dalla parte delle donne finisce per essere un prodotto che non accontenta nessuno.

Top Score Del Mese: La Mummia: Tomba dell'Imperatore Dragone
a cura di Compatto

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La Mummia Tomba dell'Imperatore Dragone segue per la terza volta le simpatiche avventure della famiglia O'Connell, il primo film diretto da Stephen Sommers era decente, il secondo sempre diretto da Sommers era brutto, il terzo film stavolta diretto da Rob Cohen è veramente brutto, e non solo ma è anche noioso, ma davvero noioso.

Col passare degli anni il mio corpo e la mia mente si sono abituati ai scempi di ogni genere, a film senza trama, film con attori che recitano come cani, film con effetti speciali di serie Z, ma non ero pronto a questo, per chi non lo avesse capito La Mummia 3 è veramente brutto, ma per davvero.
Non ho neanche ben capito la trama, quindi non saprei riassumere il film, a dire il vero non l'ho neanche visto tutto, mi ricordo solo che in una scena durante una sparatoria su una montagna una cinese richiama in vita 3 Yeti, allora mi sono risollevato pensando ad una bella carneficina, invece no perchè gli Yeti erano buoni e non solo, erano anche simpatici, invece di sbranare e scorticare le persone loro li allontanavano a calci nel sedere.

Tutto questo contornato da una recitazione scadente, a Brendan Fraser se vede proprio che non je va, il povero Jet Li non spiccica manco una parola ed è più imbalsamato del solito, in più gli tocca menare poco e quel poco è pure una donna e quindi se deve pure contenere, poi ce sta anche un pischello che se crede sto cazzo solo perchè gira in montagna con fucile e occhiali da sole, pure la signora O'Connell è cambiata, nei primi film era una secchiona fica che ogni tanto dava pure due sberle, nel terzo film è invece diventata un troione che cerca di dare il culo al marito in ogni scena, il marito ovviamente non se la fila perchè è troppo impegnato a salvare il mondo per la terza volta....passiamo allo score.

Se non erro questo obrobrio di film segna la sesta collaborazione tra il regista Rob Cohen e il compositore Randy Edelman.
Questo compositore viene considerato da alcuni come il Nonno dei Remote Control, questo per il suo grande uso del sintetizzatore e delle sue melodie simili a quelle del gruppo capitanato da Hans Zimmer, ma in realtà Edelman non ha nulla da spartire con i RC.
Nel corso degli anni Randy ha subito una vera e propria evoluzione, negli anni '80 componeva esclusivamente col sintetizzatore musicando tra le altre cose anche la serie tv MacGyver, ma agli inizi degli anni '90 ha cominciato a sfruttare la potenza dell'orchestra per le sue melodie, poi si è specializzato nel musicare commedie e film per famiglie, tipo Beethoven, The Mask e altri, insieme a Trevor Jones ha composto le musiche del film L'Ultimo dei Mohicani, anche se il tema famoso non è suo.
Grazie a Rob Cohen lui si è fatto conoscere al mondo con le melodie di Dragon La Storia di Bruce Lee, Daylight, Dragonheart, The Skull e xXx

Lo score de La Mummia 3 è forse uno dei suoi score migliori, nonché l'unica nota lieta del film, diretto dallo stesso Edelman e suonato da oltre 100 elementi della sempre prestigiosa London Symphony Orchestra, lo score comprende musiche epiche e anche drammatiche con passaggi d'azione molto veloci e melodici, come vuole lo stile di Edelman, come traccie posso consigliare Silently Yearning For Centuries per i pezzi drammatici, invece per l'azione consiglio Shanghai Chase e Yang Follows the O'Connells, ma anche Entering The Tomb merita attenzione.
Lo score dura in tutto 106 minuti, ma non tutto è stato composto da Randy Edelman, infatti lui ha musicato solo 74 minuti (che si trovano nel cd), i restanti 32 minuti sono stati musicati del sempre-verde John Debney, sempre pronto a dare una mano.

5.7.09

La Sconosciuta (2006)
di Giuseppe Tornatore

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Ci voleva Tornatore per vedere un bel thriller italiano che, a fronte delle tante critiche mosse, di sicuro ha le atmosfere giuste, azzecca il taglio e disegna un mondo affascinante e giustamente "perduto" in cui muovere i personaggi.
Lo dico subito, a me è piaciuto abbastanza La Sconosciuta, caso cinematografico di 3 anni fa che molto fece discutere in merito alle modalità con cui fare del thriller in Italia e intorno a quale possa essere un nostro stile in merito, oggi. Ma non lo ritengo un vero thriller.

Tornatore non bada molto alla coerenza del racconto o alla "verosimiglianza", ma agisce bene per distrarre lo spettatore evitandogli di realizzare le molte implausibilità mentre mette in campo personaggi convincenti e fascinosi. Il glabro Muffa è ottimo (e anzi io lo avrei voluto un po' più presente per fare di lui il vero "cattivo" che regge il film, cazzo un pelo più di audacia e davvero me lo sognavo la notte!) e la protagonista è altrettanto rigorosa e "spietata" nel perseguire il suo obiettivo come nel thriller classico. A ragione infatti Hitchcock è stato il paragone più abusato, specialmente per il modo di "insegnare" le cose allo spettatore (dov'è la cassaforte, qual è la combinazione, quanto tempo c'è per aprirla) e poi mettere in scena momenti di suspense che sfruttino quella conoscenza maturata per scatenare la massima empatia.

Ma se è vero che ad un certo punto il film dimentica la sua natura thriller e diventa un vorticoso melodramma matarazziano (ma moderno negli intrecci e nel tema), è altrettanto vero che riesce sempre (hitchcockianamente) a portare avanti un discorso sul senso di colpa delle società del benessere nei confronti delle sconsciute che si mettono in casa le quali, spesso, sono più competenti, furbe, intelligenti, preparate, volenterose e abili delle persone per le quali sono a servizio ma che scontano i propri natali. E per questo scatenano paure ataviche.

Qui addirittura la protagonista meriterebbe la figlia più della madre ufficiale. Non solo la cerca furiosamente, la trova e ordisce un piano sofisticatissimo per riunirsi a lei ma la alleva anche, le dà un'educazione (discutibile) ma forte e amorevole al tempo stesso per superare i suoi problemi.
Per questo secondo me più che un thriller che poi fallisce La Sconosciuta è un bel melodramma tirato che si sporca le mani qua e là con il thriller, con il poliziesco e che forse sconta un finale in cui spiega troppo.
Si perchè finalmente (per il cinema italiano) c'è un film di questo genere che cura tutti i particolari senza escluderne uno (le somiglianze, il casting, la fotografia raffreddata, lenti, obiettivi, montaggio analogico...) e che ha la forza di usare volti noti in ruoli di contorno aumentandone la forza (ma quello si può fare solo con un regista di questa fama).
Insomma, a me è piaciuto.

4.7.09

Buttati Bernardo! (You're a Big Boy Now!, 1966)
di Francis Ford Coppola

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Primo film di Coppola dopo la fase degli horror cormaniani Buttati Bernardo! è una commedia tipicamente anni '60 (ma come mai la roba degli anni '60 invecchia molto di più di tutto ciò che l'ha preceduta e seguita?) con tutti i limiti del caso.

Non mi stupisce infatti che l'umorismo sia profondamente lontano da quello odierno nè che abbia una struttura quasi da Benny Hill (come moltissime commedie di quegli anni finisce con un inseguimento tra i protagonisti), mi stupisce che non riesca a parlare di sentimenti che è ciò che Coppola, anche nei momenti più infami della sua filmografia è riuscito a fare meglio.

Buttati Bernardo! poi è anche scritto dal buon Francis e dovrebbe rientrare, cronologicamente, in quel magico periodo in cui era responsabile dei propri lavori in toto, in cui faceva il cineasta indipendente e girava come gli pareva. Quel periodo pre-Padrino che lui stesso ha spesso rievocato come uno di quelli professionalmente più soddisfacenti.

Buttati Bernardo! invece è irrisolto su molti fronti. E' una commedia con velleità alte, che ha una forte componente critica nei riguardi della generazione dei genitori (opprimenti, oscurantisti, bigotti e incapaci di vero affetto) e promuove il libertarismo hippy più banale (anche in materia di droghe) senza riuscire mai a connetterlo ad un'esigenza o un'insofferenza vera. E poi con le metafore più ridicole (l'aquilone!! (a proposito qui un sito di aquiloni e cinema)).

3.7.09

Coitus Interruptus

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Tempo fa mi ero detto tutto entusiasta dell'arrivo del digitale terrestre, perchè si liberano frequenze per la connessione in mobilità e quindi perchè in sostanza si scontentavano i vecchi a favore dei più giovani. La cosa mi faceva godere non poco.
Adesso mi segnala Carlito che pare che in Italia, al contrario del resto dei paesi che fanno il passaggio, le frequenze liberate andranno nuovamente alla televisione. Chi ha l'articolo nel dettaglio riportasse tutti i particolari per favore...

Johnny Guitar (id., 1954)
di Nicholas Ray

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Finalmente recupero quest'immancabile della filmografia di Nicholas Ray, un film assolutamente all'altezza delle lodi arrivate da tutte le parti, uno straordinario western non-western. E poi ogni western, ma che dico?! Ogni film! con Ward Bond andrebbe visto.
Infatti Johnny Guitar sembra che sia stato scritto per essere un perfetto film western ma poi diretto per essere un noir. E probabilmente è così visto che il soggetto viene da un romanzo.

I temi messi sul piatto infatti sono classici del genere. C'è la donna contesa (c'è anche un uomo conteso), c'è la frontiera che scompare per l'arrivo della ferrovia, un accenno di fine del mito del west, c'è l'uomo solo contro tutti e c'è pure lo showdown finale. Ma poi nello svolgersi il film adotta strategie da vero noir perchè racconta di personaggi disperati che hanno un passato da lasciarsi alle spalle (che è una cosa tipica dei film di Ray), che vogliono amarsi contro tutti e soprattutto contro il destino, racconta di un mondo violento sia fisicamente che moralmente, utilizza i mutamenti di atmosfera per parlare dei mutamenti interni ai personaggi ed è anche lungamente ambientato in un locale.

Ma quest'unione non basta. Johnny Guitar infatti va ancora più in là utilizzando il colore in una maniera originalissima (anche perchè lo standard usato era lo stranissimo Trucolor) per comunicare con più forza il sottotesto del film, sulla tolleranza e l'imperante caccia alle streghe, ma anche le passioni (con tutta la metafora del fuoco che sfocia nell'incendio).
Esiste un rigore e una lucida geometria nel descrivere i sentimenti che pervade l'intera pellicola e che fa sì che i personaggi archetipi sia da western che da noir risultino credibili e veri pur nella loro programmatica poeticità (e quest'unione perfetta e godibile di due archetipi forse è l'espediente di maggior efficacia, per spiegare il quale basterebbe anche solo l'immagine di sinistra). Parlano per frasi secche, per slogan e affermano passioni che non conoscono mezze misure, eppure quando Vienna al buio della sera, illuminata da un faro solo in volto, piange confessando di aver sempre aspettato Johnny è un momento di quelli che non si scordano facilmente.

L'ora delle molte chiusure

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Se i contenuti professionali sono in crisi allora tocca riuscire a promuovere a professionali quei contenuti che fino a ieri erano amatoriali.
La vera notizia di questi giorni infatti non è tanto il passaggio di proprietà di The Pirate Bay (un sito, un marchio e un brand che sono morti già nel momento in cui hanno perso la causa milionaria e che nel loro morire non condannano il movimento pirata in sé) o la resa incondizionata di Joost, che ora fornirà tecnologia alle aziende, quanto il fatto che l'avventura di TheVideoBay continuerà. Annunciata due anni fa e ora confermata (e indirettamente rilanciata) dalla cessione del sito una volta madre, l'idea dei pirati della Baia dovrebbe diventare realtà concreta in poco meno di 5 anni. Sebbene nelle sue promesse TheVideoBay sembri pronto a scendere sul terreno di imprese come Hulu più che di altre come YouTube, il solo annuncio (dato per bene, con tanto di specifiche tecniche dei formati e delle tecnologie che saranno adottate) stimola la concorrenza, crea tendenza e smuove il mercato.

Forse vi ricorderete di me per film come...

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Tutta la vita per Fronte Del Porto.

2.7.09

Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (Avanti!, 1972)
di Billy Wilder

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Se c'è qualcosa di più tipico del titolo italiano che è stato appioppato a questo film è il titolo originale, nella più grande tradizione del Wilder che guarda a Lubitsch.

Il film neanche a dirlo è tutto girato e ambientato in Italia, a Ischia per la precisione, e mette in piedi una serie di dinamiche tipiche dei film della coppia Wilder/Diamond, ovvero una storia d'amore in divenire che costringe un meschino individuo di città a scendere a compromessi e quindi a guardare con un'altra ottica la sua vita passata. In mezzo si muove la macchina sociale che in questo caso è rappresentata dalla burocrazia kafkiana italiana e dai sistemi clientelar-mafiosi utili ad aggirarla.

E' sempre divertente vedersi prendere in giro con gusto, Wilder poi in più di un'occasione centra proprio il bersaglio dimostrando o di aver passato molto tempo in Italia o (cosa più probabile) di essersi affidato alle persone giuste. Il contrasto tra la cultura pragmatica statunitense e i tempi italiani ("Adesso non si può, è tutto chiuso! Torni dopo pranzo, verso le 4"), i rapporti di forza, i sistemi consolidati di aggiramento delle leggi ecc. ecc. costituiscono il cuore del meccanismo comico (meno efficaci infatti le parti lasciate al duo Lemmon/Mills).
Ma è solo quando alla fine entra in scena l'uomo dell'intelligence statunitense che si ride davvero e di gusto.

Si perchè Che cosa è successo tra mia madre e tuo padre? decisamente non sembra un film firmato Wilder/Diamond tanto appare adagiato su se stesso nella scrittura e conservatore nella regia. Sembra addirittura che la famosa regola wilderiana per la scansione del racconto in forma di commedia (una storia in tre atti con un finale di secondo atto molto forte) non sia per nulla rispettata, perchè è proprio a tre quarti che il film muore, arenandosi in una serie di deviazioni non divertenti e non graffianti.
Piccola parte per Pippo Franco.